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Art. 314 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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472 provvedimenti

Altri anni per Art. 314 Codice di Procedura Penale

Riparazione per ingiusta detenzione: negata anche all’assolto
Un uomo, assolto con formula piena dall'accusa di tentata estorsione dopo aver subito oltre due anni di custodia cautelare in carcere, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nella condotta del richiedente. Nello specifico, l'uomo aveva effettuato una telefonata alla presunta vittima urlando con tono minaccioso, salvo poi cambiare atteggiamento una volta accortosi del viva voce. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il comportamento del richiedente ha creato una falsa apparenza di colpevolezza, giustificando l'applicazione della misura cautelare. Di conseguenza, l'assolto perde il diritto all'indennizzo e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: errore nel cumulo pene
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione contro il provvedimento di cumulo delle pene. Nelle more del giudizio, il Pubblico Ministero ha emesso un nuovo ordine di carcerazione. Il Giudice dell'esecuzione ha quindi dichiarato il non luogo a procedere, ritenendo superata la questione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che l'interesse a decidere persiste. Anche se la pena è stata espiata o modificata, permane l'interesse del soggetto a far accertare l'illegittimità del precedente ordine di esecuzione, in particolare per poter richiedere la riparazione per ingiusta detenzione dovuta a un errore nel calcolo della pena. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì al mediatore del debito
Il Ricorrente, dopo aver subito oltre un anno di custodia cautelare per concorso in omicidio, viene assolto con formula piena. La Corte d'Appello nega la riparazione per ingiusta detenzione, ritenendo che la sua attività di mediatore in un debito di droga e la sua presenza sul luogo del delitto costituissero colpa grave. La Cassazione accoglie il ricorso del Ricorrente, chiarendo che la semplice presenza o la mediazione di un debito non bastano a dimostrare una colpa grave causale rispetto all'arresto per omicidio, se non vi era la prevedibilità di un esito violento. La Suprema Corte annulla il provvedimento e rinvia per un nuovo esame.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il caso riguarda la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un uomo rimasto in custodia cautelare in carcere per oltre quattro anni con l'accusa di omicidio, reato da cui è stato infine assolto con formula piena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del richiedente, confermando il diniego dell'indennizzo. I giudici hanno stabilito che l'uomo ha concorso a causare la propria carcerazione per colpa grave extraprocessuale. Egli aveva infatti preso in affitto un appartamento vicino alla vittima usando un documento falso per nascondere l'identità della sua accompagnatrice, mentendo sull'uso dell'immobile e mostrando un atteggiamento sfuggente. Tali condotte sospette hanno indotto il proprietario a chiamare la polizia, creando una falsa apparenza di colpevolezza che ha tratto in errore l'autorità giudiziaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Un ex assessore comunale, dopo essere stato assolto con formula piena dall'accusa di corruzione, richiede la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso agli arresti domiciliari. La Corte d'Appello rigetta la domanda ravvisando una colpa grave ostativa nel comportamento dell'indagato. Questi aveva intrattenuto rapporti di favore e scambi di utilità con un imprenditore locale beneficiario di appalti pubblici. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'ex amministratore, confermando che le condotte deontologicamente scorrette e i rapporti ambigui costituiscono una colpa grave che esclude il diritto all'indennizzo, avendo concorso a generare il sospetto di colpevolezza e la conseguente misura cautelare.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
Il Cittadino ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di sequestro di persona e lesioni, avendo trascorso 438 giorni in custodia cautelare. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda ravvisando una colpa grave ostativa: l'uomo era stato fermato pochi giorni dopo il reato a bordo dell'auto usata per l'aggressione, vicino alla casa della vittima che lo aveva riconosciuto. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla riparazione per ingiusta detenzione è autonoma rispetto all'assoluzione penale. Se la condotta del soggetto ha creato un'apparenza di colpevolezza tale da trarre in inganno gli inquirenti, il diritto all'indennizzo decade. Il Cittadino perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: vince l’assoluzione piena
Una donna, dopo aver subito trentaquattro giorni di arresti domiciliari con l'accusa di concorso in spaccio di droga, viene assolta con formula piena per non aver commesso il fatto. Successivamente, la Corte d'Appello le riconosce il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione. Il Procuratore Generale impugna la decisione, sostenendo che la donna avesse causato la propria detenzione con colpa grave, non potendo ignorare la droga in casa e avendo ostacolato la perquisizione. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore. I giudici stabiliscono che la consapevolezza della donna era una mera congettura e che le accuse di ostruzionismo non erano provate da atti allegati. Di conseguenza, viene confermato il diritto all'indennizzo per la donna ingiustamente detenuta.
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Riparazione per ingiusta detenzione: quando il ritardo è fatale
Un cittadino, dopo aver scontato tre anni e sette mesi di custodia cautelare, viene condannato in via definitiva a una pena inferiore di tre mesi rispetto al periodo presofferto. Presenta quindi domanda di riparazione per ingiusta detenzione oltre due anni dopo il passaggio in giudicato della sentenza. La Corte d'Appello dichiara la richiesta inammissibile per tardività. L'interessato ricorre in Cassazione, sostenendo che il termine di due anni debba decorrere dalla notifica dell'ordine di esecuzione della pena e non dal giudicato. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che il termine di decadenza biennale decorre tassativamente dal passaggio in giudicato della sentenza, poiché l'ordine di esecuzione non introduce elementi di novità. Il ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della riparazione per ingiusta detenzione a un cittadino precedentemente assolto dall'accusa di contrabbando. Nonostante l'assoluzione nel processo penale, l'uomo aveva tenuto comportamenti gravemente imprudenti, come ospitare nella propria ditta l'imbarcazione usata per i traffici illeciti e intrattenere conversazioni telefoniche ambigue con i complici. I giudici hanno ribadito che l'indennizzo non spetta se l'indagato, con la propria condotta colpevole o negligente valutata ex ante, ha contribuito a trarre in inganno gli inquirenti, creando un'apparenza di reato. La Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: no al diniego per sospetti
Un cittadino, assolto con formula piena dai reati di estorsione e associazione mafiosa dopo un lungo periodo di custodia cautelare in carcere, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'appello ha rigettato la domanda, ritenendo che i suoi contatti con soggetti della malavita locale costituissero una colpa grave ostativa all'indennizzo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che i comportamenti addebitati erano generici e privi di un reale nesso causale con la detenzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione impugnata, rinviando il caso per un nuovo esame che valuti correttamente l'assenza di colpa grave del richiedente.
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Ingiusta detenzione: l’assolto che perde il risarcimento
Il caso riguarda un cittadino che, dopo essere stato assolto dall'accusa di spaccio di stupefacenti per non aver commesso il fatto, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda. Nonostante l'assoluzione nel processo penale, è emerso che l'uomo condivideva la camera da letto con il fratello, dove erano chiaramente visibili droga e strumenti per il confezionamento. La Suprema Corte ha stabilito che tollerare passivamente tale situazione costituisce una grave negligenza (colpa grave) e una forma di connivenza che esclude il diritto all'indennizzo, poiché ha contribuito a creare una falsa apparenza di colpevolezza che ha tratto in inganno i giudici.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata a chi abita con ladri
Due cittadini stranieri, inizialmente arrestati per associazione a delinquere e ricettazione, vengono assolti per non aver commesso il fatto. Successivamente, richiedono la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello rigetta la domanda, ravvisando una colpa grave nella loro condotta. I due, infatti, avevano convissuto per settimane in un appartamento con i reali colpevoli, dove erano custoditi in bella vista attrezzi da scasso e refurtiva. La Corte di Cassazione conferma il rigetto: la consapevole coabitazione in un contesto palesemente illecito costituisce una connivenza passiva che esclude il diritto all'indennizzo, poiché tale comportamento inerte ha creato una falsa apparenza di colpevolezza, giustificando l'intervento cautelare dello Stato. I ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese processuali.
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Riparazione per ingiusta detenzione: i tempi del ricalcolo
Il ricorrente chiedeva la riparazione per ingiusta detenzione dopo aver scontato una pena in carcere superiore a quella rideterminata dal giudice dell'esecuzione in seguito a una pronuncia della Corte Costituzionale. La Corte d'Appello dichiarava inammissibile la domanda per tardività, calcolando il termine di due anni dalla scarcerazione fisica. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino, stabilendo che, in caso di rideterminazione della pena in sede esecutiva, il termine biennale decorre dal momento in cui il provvedimento di ricalcolo diventa inoppugnabile (definitivo) e non dalla precedente data di scarcerazione. La decisione impugnata viene quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Riparazione per ingiusta detenzione: l’indennizzo può salire
Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che, in sede di rinvio, ha riconosciuto a un cittadino la somma di 100.000 euro a titolo di riparazione per ingiusta detenzione, superando gli 80.000 euro inizialmente liquidati. Secondo l'accusa, non essendo stato impugnato il precedente ammontare, si era formato un giudicato interno sulla cifra. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che l'annullamento della decisione sul diritto all'indennizzo travolge l'intero provvedimento. Di conseguenza, il giudice di rinvio riacquista la pienezza dei poteri e può rideterminare liberamente la somma spettante, senza essere vincolato alla quantificazione precedente. Il cittadino ottiene così definitivamente l'indennizzo maggiorato.
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Ingiusta detenzione: lo scambio di persona che cancella la colpa
Un cittadino straniero ha subito un'ingiusta detenzione a causa di un errore di persona nell'esecuzione di una condanna, dovuto a un'errata associazione di codici identificativi. La Corte d'Appello aveva dichiarato inammissibile la richiesta di equa riparazione per tardività e colpa grave del richiedente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il termine di due anni per chiedere la riparazione decorre solo da quando il provvedimento che accerta l'errore esecutivo diventa definitivo. Inoltre, ha escluso la colpa del ricorrente, poiché accertamenti fisici e una sentenza di revisione hanno dimostrato che non fu lui a fornire false generalità, bensì un soggetto diverso. La decisione è stata annullata con rinvio.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata a chi frequenta i boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo che chiedeva la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stato assolto dall'accusa di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno confermato che i contatti frequenti ed equivoci con il fratello, capo dell'organizzazione criminale, e le conversazioni intercettate dal contenuto ambiguo integrano la colpa grave. Tale condotta ha creato una falsa apparenza di colpevolezza, giustificando l'intervento cautelare e precludendo così qualsiasi diritto all'indennizzo economico.
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Riparazione per ingiusta detenzione: s%% al lavoratore assolto
Un infermiere carcerario, accusato di associazione mafiosa e successivamente assolto con formula piena, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in custodia cautelare. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, ritenendo che i contatti di lavoro dell'uomo con i detenuti costituissero una colpa grave ostativa all'indennizzo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato, chiarendo che il giudice della riparazione non può basare il diniego su elementi indiziari già smentiti o giudicati irrilevanti nel processo penale di merito. Inoltre, i contatti professionali inevitabili legati al ruolo di infermiere in carcere non possono configurare una colpa grave. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Riparazione per ingiusta detenzione: sì all’indennizzo se assolto
Un cittadino, dopo aver subito 196 giorni di custodia cautelare tra carcere e arresti domiciliari, viene assolto con formula piena da tutte le accuse. Presenta quindi domanda di riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello rigetta la richiesta, ritenendo che le sue frequentazioni ambigue con uno spacciatore avessero causato la misura cautelare. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del cittadino e annulla la decisione. I giudici spiegano che la condotta legata alla droga era stata esclusa fin dall'inizio dal giudice che ordinò l'arresto. Pertanto, tale comportamento non può essere usato per negare l'indennizzo. Il caso torna alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Riparazione per ingiusta detenzione: scontro tra leggi e libertà
Un cittadino, condannato in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione, veniva incarcerato senza la sospensione dell'ordine di esecuzione a causa dell'applicazione retroattiva di una nuova legge restrittiva. Successivamente, la Corte Costituzionale dichiarava incostituzionale tale retroattività. Il cittadino chiedeva quindi la riparazione per ingiusta detenzione per l'intero periodo di carcerazione. La Corte d'Appello respingeva la domanda, ma la Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso. I giudici di legittimità hanno stabilito che la riparazione per ingiusta detenzione può spettare limitatamente al primo periodo di carcerazione (dal 13 al 27 marzo 2019), durante il quale l'ordine di esecuzione non è stato sospeso in base alla norma poi dichiarata incostituzionale, mentre per il periodo successivo la detenzione derivava da valutazioni di merito e scelte processuali dello stesso condannato.
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Riparazione per ingiusta detenzione: il silenzio non la nega
Un cittadino, assolto con formula piena dopo essere stato sottoposto a custodia cautelare per sette mesi, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ritenendo che il silenzio serbato dall'indagato durante l'interrogatorio e alcune frequentazioni avessero ostacolato l'accertamento dei fatti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cittadino, stabilendo che l'esercizio del diritto al silenzio non può mai pregiudicare il diritto all'indennizzo, in linea con le direttive europee sulla presunzione di innocenza. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione precedente, rinviando il caso per una nuova valutazione che tenga conto anche dell'eventuale colpa lieve, la quale può solo ridurre l'indennizzo ma non escluderlo.
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