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Art. 299 Codice di Procedura Penale — Sezione Terza Penale

119 provvedimenti

Altri anni per Art. 299 Codice di Procedura Penale

Revoca misura interdittiva: l’inammissibilità del ricorso senza interesse
Un professionista, indagato per reati tributari e autoriciclaggio, ha visto revocata la misura interdittiva che gli impediva di esercitare la professione. Nonostante la revoca, ha presentato ricorso in Cassazione per contestare la persistenza della gravità indiziaria a suo carico. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. Ha stabilito che, essendo la misura già revocata e non essendo una misura detentiva, il professionista non aveva più un interesse concreto e attuale a impugnare, poiché l'accoglimento del ricorso non gli avrebbe portato alcun vantaggio pratico, né avrebbe dato diritto alla riparazione per ingiusta detenzione.
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Custodia in Carcere vs Arresti Domiciliari: L’Adeguatezza Misura Cautelare
Un indagato, con numerosi precedenti per reati contro il patrimonio e stupefacenti, ha chiesto di sostituire la custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, anche con braccialetto elettronico. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo che la sua pericolosità sociale, la tendenza a eludere i controlli (usando alias e con un tentativo di fuga), e l'assenza di reddito lecito rendessero gli arresti domiciliari inadeguati a prevenire la reiterazione del reato e il pericolo di fuga. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la corretta valutazione sull'adeguatezza misura cautelare e la necessità della detenzione in carcere.
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Giudicato cautelare e prove non esaminate: la Cassazione decide
Il Tribunale del riesame annullava una misura cautelare per difetto di gravità indiziaria. Successivamente, Il Pubblico Ministero presentava una seconda richiesta di custodia cautelare allegando intercettazioni già presenti nel proprio fascicolo ma mai depositate né valutate dal giudice. L'Indagato impugnava il nuovo provvedimento di arresti domiciliari lamentando la violazione del giudicato cautelare e del divieto di bis in idem. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Indagato, chiarendo che gli elementi di prova preesistenti nel fascicolo dell'accusa, se non sono mai stati sottoposti all'esame del giudice, costituiscono a tutti gli effetti un elemento di novità idoneo a superare ogni preclusione.
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Cocaina e documenti falsi: resta la custodia cautelare in carcere
L'Imputato, condannato per il trasporto e la detenzione di oltre un chilo di cocaina dall'estero, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto l'assenza di collegamenti attuali con la criminalità, la mancanza di denaro per fuggire e il venir meno di alcune aggravanti. I giudici di merito hanno respinto l'istanza evidenziando la gravità del traffico internazionale, i costanti flussi di denaro verso l'estero, i contatti con complici e il possesso di documenti di identità falsi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso: la custodia cautelare in carcere resta l'unica misura adeguata a fronteggiare il concreto pericolo di fuga e di reiterazione del reato.
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Arresti Domiciliari: La Durata Massima della Custodia Cautelare non è Scontata
Un Lavoratore, sottoposto ad arresti domiciliari per reati di droga, ha chiesto la revoca della misura. Ha sostenuto che la durata massima della custodia cautelare fosse stata superata e che il pericolo di commettere nuovi reati fosse cessato. Il Tribunale ha respinto la sua richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha chiarito che per i reati gravi, come il traffico di stupefacenti, la durata massima della custodia cautelare è di un anno, non sei mesi. Inoltre, il semplice trascorrere del tempo o una buona condotta non bastano a escludere il pericolo di reiterazione del reato, specialmente se persistono contatti con ambienti criminali. La Corte ha quindi rigettato il ricorso del Lavoratore.
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Revoca della custodia cautelare: il tempo in carcere non basta
L'Indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ed estorsione, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il semplice scorrere del tempo trascorso in detenzione costituisse un elemento nuovo utile per rivalutare le esigenze di cautela. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il solo decorso del tempo non giustifica la revoca della custodia cautelare, se non accompagnato da fatti nuovi e concreti che dimostrino un definitivo allontanamento dall'ambiente criminale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Arresti Domiciliari: Lavoro e Modifica delle Misure Cautelari
Un Lavoratore, sottoposto ad arresti domiciliari, ha chiesto di estendere l'orario per lavorare in un pub. Aveva già un'autorizzazione precedente per un chiosco estivo. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta e il Tribunale ha dichiarato inammissibile il suo appello, ritenendo inefficace l'autorizzazione originaria e che la richiesta riguardasse solo l'estensione oraria. La Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che la modifica delle misure cautelari non può avvenire implicitamente o in pejus (a svantaggio del ricorrente) senza una richiesta del Pubblico Ministero e che un'autorizzazione temporanea non revoca automaticamente una precedente. Il caso tornerà al Tribunale per una nuova valutazione.
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Custodia cautelare in carcere confermata per narcotraffico
Un imputato condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il ricorrente ha invocato il tempo trascorso, il distacco dalle dinamiche delittuose, lo svolgimento di attività lavorativa e l'esigenza di assistere la moglie. Il Tribunale del riesame e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. La Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere, rilevando l'assenza di fatti nuovi sopravvenuti idonei a superare la presunzione di pericolosità e il rischio di reiterazione, aggravato dalla vicinanza territoriale dell'abitazione proposta al contesto criminale originario.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari dopo la fuga
L'indagato per reati di droga chiedeva la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari presso la madre. La difesa sosteneva che il decorso di due anni dai fatti attenuasse il pericolo di recidiva. I giudici hanno respinto l'istanza evidenziando la mancanza di fatti nuovi e la non idoneità dell'alloggio materno per assenza di convivenza stabile. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto e dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente alle spese e a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: niente domiciliari per abusi su minore
Un uomo indagato per violenza sessuale aggravata su una minore aveva ottenuto dal giudice per le indagini preliminari gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Il Tribunale del riesame, accogliendo l'appello del Pubblico Ministero, ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per l'elevato rischio di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove. L'indagato ha fatto ricorso per Cassazione, sostenendo che l'allontanamento della vittima e la fine delle indagini rendessero sufficienti i domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che per i delitti sessuali opera una presunzione di idoneità del carcere, non superata da semplici divieti di comunicazione o dall'incensuratezza dell'imputato.
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Sostituzione della misura cautelare negata con prestampato: è nulla
L'Indagato, sottoposto all'obbligo di dimora, presenta al Giudice per le indagini preliminari una richiesta volta a ottenere la sostituzione della misura cautelare con una meno gravosa. Il Giudice rigetta l'istanza utilizzando un semplice modulo prestampato, privo di argomentazioni sui fatti dedotti dalla difesa. L'Indagato impugna l'atto davanti al Tribunale del Riesame, contestando la totale assenza di motivazione. Il Tribunale entra invece nel merito confermando il rigetto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso difensivo, rilevando la violazione dei poteri d'impugnazione. La Suprema Corte annulla senza rinvio sia l'ordinanza del Riesame sia il provvedimento originario del Giudice di primo grado, trasmettendo a quest'ultimo gli atti affinché esamini puntualmente tutti gli elementi difensivi.
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Sostituzione della custodia cautelare negata: resta il carcere
Un uomo condannato in primo grado per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e lesioni aggravate contro l'allora convivente ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale della Libertà ha respinto la richiesta, rilevando l'assenza di elementi nuovi e l'inadeguatezza dei domiciliari, considerando che l'imputato aveva iniziato la relazione con la vittima mentre si trovava già ai domiciliari per altra causa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato che per il reato di violenza sessuale vige la presunzione di adeguatezza del solo carcere. Il semplice decorso del tempo non attenua le esigenze di cautela se non emergono fatti nuovi o un reale percorso di revisione critica della condotta. L'imputato resta in carcere con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Violazione del divieto di avvicinamento: scattano i domiciliari
Un imputato condannato in primo grado per violenza sessuale beneficiava della misura del divieto di dimora e di avvicinamento alla persona offesa con limite di 500 metri. L'uomo ha ripetutamente violato tale prescrizione, facendosi notare e fissando insistentemente la vittima nei pressi della scuola guida da lei frequentata. I giudici di merito hanno quindi disposto il ripristino degli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione e ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha ribadito che la reiterata violazione del divieto di avvicinamento palesa l'inadeguatezza della misura meno afflittiva e giustifica pienamente il ripristino di una custodia cautelare più rigorosa.
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Sostituzione della misura cautelare tra evasione e presunzioni
Un'indagata per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti chiedeva la sostituzione della misura cautelare degli arresti domiciliari con una misura meno restrittiva. La difesa richiamava motivi di salute, il tempo trascorso dai fatti e la disparità di trattamento rispetto a una coindagata. Il Tribunale del Riesame e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. I giudici hanno chiarito che i reati associativi prevedono una presunzione legale di pericolosità. Il semplice trascorrere del tempo non costituisce un fatto nuovo idoneo a superare tale presunzione. Inoltre, l'indagata aveva violato le prescrizioni domiciliari ed era stata arrestata per evasione. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sostituzione della custodia in carcere: presunzioni e limiti
Un indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha richiesto la sostituzione della custodia in carcere con una misura cautelare meno afflittiva. La difesa ha invocato il tempo trascorso dai fatti, la buona condotta tenuta nell'istituto penitenziario, il trasferimento lavorativo all'estero e la costituzione spontanea. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Per i delitti associativi di droga opera una presunzione di legge sulla sussistenza del pericolo di recidiva e sull'adeguatezza esclusiva del carcere. Il comportamento carcerario ordinario e il mero decorso del tempo non bastano a superare tale presunzione, soprattutto a fronte di gravi precedenti penali e dell'assenza di elementi nuovi sopravvenuti.
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Revoca della misura cautelare: tempo silente e nuovo incarico
Un amministratore locale, sottoposto al divieto di dimora nel proprio Comune per plurimi reati, ottiene dal giudice per le indagini preliminari la revoca della misura cautelare. Il provvedimento favorevole si fondava sul trascorrere del tempo dai fatti e sull'assenza di nuove violazioni. Il Tribunale del riesame, accogliendo l'appello del Pubblico Ministero, ripristina la misura restrittiva. L'indagato propone ricorso per cassazione, sostenendo che il decorso temporale dimostri la mancanza di pericolo. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso: il semplice tempo trascorso dai fatti rileva solo all'atto della prima imposizione, mentre per la revoca conta unicamente il periodo di effettiva esecuzione della restrizione quale fatto sopravvenuto. Inoltre, la rielezione dell'amministratore a una nuova carica pubblica mantiene attuale il rischio di reiterazione.
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Retrodatazione della custodia cautelare: i limiti della difesa
L'Indagato ha presentato ricorso chiedendo la retrodatazione della custodia cautelare in carcere. Egli sosteneva che la seconda misura cautelare riguardasse reati già noti alla Procura al momento del suo primo arresto per spaccio. Secondo la difesa, il termine della carcerazione era quindi già scaduto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che spetta alla difesa dimostrare che le prove erano già interamente disponibili al Pubblico Ministero prima del nuovo provvedimento. Trattandosi di un'indagine complessa con decine di indagati e di un reato associativo, non si applica il ricalcolo automatico delle date. Pertanto, l'Indagato resta in carcere e deve pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sostituzione misura cautelare: tempo in carcere non basta
L'Imputato ha richiesto la sostituzione misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari, anche mediante applicazione del braccialetto elettronico. La difesa ha sostenuto che il tempo trascorso in detenzione e il corretto comportamento mantenuto in passato dimostrassero un'attenuazione delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che il solo decorso del tempo e l'osservanza formale delle regole non bastano per modificare la misura cautelare. Servono elementi concreti e nuovi che attestino un effettivo cambiamento nella pericolosità sociale del soggetto. Avendo L'Imputato commesso ulteriori gravi reati di spaccio dopo precedenti periodi detentivi, il pericolo di reiterazione rimane elevato. La Cassazione ha condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo trascorso non basta
L'imputato, accusato di reati di droga e associazione a delinquere, ha chiesto la sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il trascorrere del tempo dai fatti e la buona condotta tenuta durante una precedente misura attenuassero il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il solo decorso del tempo non è sufficiente ad attenuare le esigenze cautelari o a superare la presunzione di pericolosità prevista per i reati più gravi. Per ottenere una misura meno afflittiva servono elementi concreti e nuovi che dimostrino l'effettiva recisione dei legami con il contesto criminale. Il semplice rispetto delle prescrizioni non costituisce una prova sufficiente del cambiamento di vita.
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Revoca della misura cautelare: il tempo non cancella l’obbligo
Tre autotrasportatori, indagati per gestione illecita di rifiuti, hanno richiesto la revoca della misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La difesa ha sostenuto che il decorso del tempo, la condotta positiva e l'assenza di precedenti penali giustificassero la cancellazione dell'obbligo, evidenziando anche l'ostacolo all'attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che la revoca della misura cautelare richiede elementi di novità concreti. Il semplice decorso del tempo e il rispetto delle prescrizioni non bastano a dimostrare che le esigenze cautelari siano venute meno. Inoltre, l'obbligo di firma tre volte a settimana non impedisce il lavoro di autista, considerando che i reati contestati erano stati commessi proprio durante l'attività di trasporto.
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