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Art. 2946 Codice Civile — Anno 2023

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300 provvedimenti

Altri anni per Art. 2946 Codice Civile

Responsabilità della banca: il dipendente truffa, la banca paga
Gli eredi di una risparmiatrice hanno fatto causa a un istituto di credito per ottenere il risarcimento dei danni causati da un dipendente che aveva sottratto ingenti somme. La Corte d'Appello aveva ridotto il risarcimento ipotizzando un concorso di colpa e dichiarando prescritti alcuni crediti. La Cassazione ha accolto il ricorso degli eredi, stabilendo che i giudici di secondo grado hanno errato nel calcolo della prescrizione decennale e hanno ignorato una lettera di diffida inviata dal legale che poteva interrompere i termini. Inoltre, la Corte d'Appello ha omesso di pronunciarsi su un prelievo indebito. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame che accerti la reale responsabilità della banca.
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Ripetizione di indebito bancario: il vero saldo batte la prescrizione
Una società correntista ha avviato un'azione di ripetizione di indebito bancario contro una banca per recuperare somme addebitate illegittimamente a titolo di anatocismo e commissioni. La Corte d'Appello aveva dichiarato prescritto il diritto alla restituzione per molti versamenti, calcolando la prescrizione sul saldo risultante dagli estratti conto della banca. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del cliente, stabilendo che per verificare se un versamento sia prescritto (in quanto rimessa solutoria) occorre prima ricalcolare il saldo effettivo del conto, depurandolo da tutti gli addebiti illegittimi applicati dalla banca. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Tasso effettivo globale: scontro sul calcolo dell’usura
La Società Correntista e i suoi garanti hanno citato in giudizio La Banca contestando l'addebito di interessi usurari e anatocistici su alcuni conti correnti. Dopo la condanna nei primi due gradi di giudizio, i ricorrenti si sono rivolti alla Corte di Cassazione. Tra i vari motivi di ricorso spicca la contestazione sul metodo di calcolo del Tasso effettivo globale per verificare il superamento del tasso soglia dell'usura, in particolare riguardo al trattamento degli interessi capitalizzati. La Suprema Corte, riconoscendo l'importanza cruciale e l'impatto di questa questione sul contenzioso bancario, ha deciso di non decidere immediatamente, ma di rinviare la causa a una pubblica udienza per un approfondimento nomofilattico.
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Prescrizione medici specializzandi: lo Stato vince sulle spese
Un gruppo di medici specializzandi ha fatto causa allo Stato per ottenere il risarcimento dei danni a causa della mancata o tardiva attuazione delle direttive europee sulle borse di studio tra il 1983 e il 1991. La Corte di Cassazione ha confermato che il diritto al risarcimento è ormai estinto. Infatti, il termine di prescrizione medici specializzandi è di dieci anni e inizia a decorrere dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della legge n. 370/1999. I ricorsi dei medici sono stati dichiarati inammissibili. Inoltre, la Corte ha accolto il ricorso dello Stato sulla ripartizione delle spese legali: i medici, in quanto unici perdenti, dovranno pagare interamente le spese di giudizio, poiché non vi è stata alcuna soccombenza reciproca.
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Prescrizione medici specializzandi: risarcimento negato dopo anni
Un gruppo di medici ha chiesto il risarcimento dei danni per la mancata retribuzione durante la scuola di specializzazione, lamentando la tardiva attuazione delle direttive europee da parte dello Stato italiano. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il diritto al risarcimento è soggetto alla prescrizione decennale. Per la prescrizione medici specializzandi, il termine di dieci anni inizia a decorrere dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della legge n. 370/1999. Avendo i medici avviato la causa solo nel 2017, il loro diritto era ormai ampiamente estinto. Inoltre, la Suprema Corte ha condannato i ricorrenti per abuso del processo, avendo insistito in tesi giuridiche già ripetutamente respinte dalla giurisprudenza consolidata.
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Recupero aiuti comunitari: buona fede contro prescrizione
Una produttrice agricola ha contestato il recupero aiuti comunitari effettuato dall'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA) per le campagne olearie 1998/1999 e 1999/2000, eccependo la prescrizione quadriennale e invocando la propria buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della produttrice, confermando che per il recupero di contributi indebitamente percepiti si applica il termine di prescrizione ordinario decennale previsto dal codice civile italiano (art. 2946 c.c.), e non quello quadriennale europeo. I regolamenti comunitari invocati dalla ricorrente, infatti, non sono applicabili nel tempo alle campagne contestate. Di conseguenza, la produttrice è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Recupero aiuti comunitari: vince lo Stato, prescrizione a 10 anni
Un produttore agricolo ha contestato il recupero aiuti comunitari effettuato dall'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, che aveva trattenuto circa novantaquattro euro per compensare somme erogate in eccedenza in passate campagne olearie. Il produttore sosteneva che il diritto al recupero fosse prescritto, invocando il termine quadriennale previsto dai regolamenti europei e la propria buona fede. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del produttore, confermando che in Italia si applica la prescrizione ordinaria decennale per la ripetizione dell'indebito. I regolamenti europei invocati, che prevedono termini più brevi, non erano applicabili nel tempo alle campagne contestate. Il produttore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Ripetizione di indebito: conto aperto ma pagamento prescritto
Un investitore ha chiesto la restituzione delle somme addebitate sul proprio conto corrente per l'acquisto di obbligazioni argentine, sostenendo la nullità del contratto-quadro di investimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'investitore, confermando che il termine di prescrizione decennale per l'azione di ripetizione di indebito decorre dal giorno in cui è stato eseguito il singolo pagamento nullo, e non dalla data di chiusura del conto corrente. Poiché le operazioni risalivano al 1999 e al 2001 e il primo atto di interruzione è avvenuto solo nel 2010, il diritto alla restituzione per il primo acquisto si è estinto per prescrizione.
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Diniego del credito IVA: inutile il riporto se non si impugna
Una società di compravendita immobiliare ha impugnato il diniego del credito IVA relativo all'anno 2013, che l'Agenzia delle Entrate aveva rifiutato poiché la sede legale della società era risultata inesistente durante i controlli. La società non ha impugnato tempestivamente il primo rifiuto, ma ha cercato di recuperare la somma riportando il credito nella dichiarazione dell'anno successivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, stabilendo che il mancato ricorso contro il primo provvedimento rende definitivo il diniego del credito IVA. Di conseguenza, il contribuente non può aggirare la decadenza riportando il credito non riconosciuto nelle annualità successive. La società è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Riscatto della posizione previdenziale: il ritardo costa caro
Una lavoratrice ha chiesto il riscatto della posizione previdenziale accumulata presso un fondo pensione dopo la cessazione del rapporto di lavoro avvenuta nel 1994. Il Fondo si è opposto eccependo la prescrizione decennale del diritto. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che le precedenti richieste inviate dalla donna non avevano interrotto la prescrizione, poiché riguardavano l'erogazione della pensione integrativa mensile e non il riscatto del capitale accumulato. Trattandosi di due diritti radicalmente diversi, la richiesta dell'uno non interrompe la prescrizione dell'altro. Di conseguenza, il diritto al riscatto si è definitivamente estinto per il decorso dei dieci anni dalla fine del rapporto di lavoro.
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Prescrizione dei contributi previdenziali: ko per l’esattore
Un contribuente ha contestato undici intimazioni di pagamento per debiti legati a contributi previdenziali non versati. La Corte d'appello ha dichiarato prescritti i debiti di sei cartelle esattoriali, applicando il termine di cinque anni. L'Agente della Riscossione ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'applicabilità del termine decennale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, quando si contesta la prescrizione dei contributi previdenziali, l'unico soggetto legittimato a difendersi in giudizio è l'ente previdenziale creditore, e non l'esattore. Di conseguenza, l'esattore non aveva il diritto di impugnare la decisione sul merito del debito. Il contribuente ha quindi vinto la causa, vedendo confermato l'annullamento delle cartelle prescritte.
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Termine decadenza rimborso: Fisco vince contro richiesta tardiva
Un contribuente ha richiesto il rimborso del sessanta per cento dell'Irpef trattenuta dal sostituto d'imposta per gli anni dal 2002 al 2008, invocando un'agevolazione del 2009. L'Agenzia delle Entrate ha opposto il silenzio-rifiuto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, rilevando che la domanda di rimborso è stata presentata oltre il termine decadenza rimborso biennale previsto dalla legge sul processo tributario. Questo termine decorreva dalla pubblicazione del decreto legge agevolativo del 2008. Trattandosi di una decadenza stabilita a favore dell'amministrazione per diritti indisponibili, il giudice può rilevarla d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio. Il contribuente perde così il diritto al rimborso e viene condannato al pagamento delle spese legali.
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Azione di ripetizione dell’indebito: rimborso oltre i sei mesi
Un Inquilino ha avviato un'azione di ripetizione dell'indebito contro il Proprietario per ottenere la restituzione di oltre un milione di euro, versati in eccedenza rispetto al canone legale durante una locazione alberghiera. I giudici di merito avevano rigettato la domanda, ritenendola tardiva per il superamento del termine di sei mesi dal rilascio dell'immobile previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Inquilino. I giudici di legittimità hanno chiarito che il mancato rispetto del termine semestrale non comporta la perdita totale del diritto di agire. L'unica conseguenza è l'esposizione dell'Inquilino alla prescrizione ordinaria decennale per i singoli pagamenti passati. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Iscrizione ipotecaria esattoriale: stop al fisco sotto i 20.000’
Un contribuente ha impugnato un'iscrizione ipotecaria esattoriale eseguita dall'agente della riscossione per debiti tributari vari come IRPEF, IVA, TARSU e sanzioni. La Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, stabilendo due principi fondamentali. Primo, non esiste un termine di prescrizione unico di dieci anni: mentre IRPEF, IVA e canone Rai si prescrivono in dieci anni, la TARSU e le sanzioni tributarie si prescrivono in cinque anni. Secondo, l'iscrizione ipotecaria esattoriale è illegittima se il debito complessivo, depurato dai crediti prescritti, scende sotto la soglia legale di ventimila euro. La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza d'appello, rinviando la causa alla Corte di giustizia tributaria per ricalcolare il debito effettivo e verificare il rispetto della soglia minima.
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Rimborso IVA società cessata: il fisco perde dopo dieci anni
Un socio di una società di persone cancellata dal registro delle imprese ha impugnato il rifiuto dell'amministrazione finanziaria di rimborsare il credito d'imposta accumulato. L'Agenzia delle Entrate sosteneva che il diritto fosse decaduto per il mancato rispetto del termine di due anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che in caso di cessazione dell'attività non è possibile utilizzare il credito in compensazione. Di conseguenza, per il rimborso IVA società cessata non si applica il termine di decadenza biennale, bensì il termine di prescrizione ordinario di dieci anni. Il socio ottiene così il riconoscimento del diritto al rimborso delle somme spettanti, con condanna del fisco al pagamento delle spese di giudizio.
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Prescrizione dei crediti erariali: tasse a 10 anni, sanzioni a 5
Il Contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento notificata nel 2012 per imposte erariali degli anni dal 1989 al 1992, sostenendo l'avvenuta prescrizione del debito. La Corte di Cassazione ha chiarito i termini applicabili dopo la notifica di una cartella esattoriale non opposta. Per quanto riguarda la prescrizione dei crediti erariali, ossia le imposte statali, si applica il termine ordinario di dieci anni. Al contrario, per le sanzioni collegate alle imposte, opera il termine di prescrizione più breve di cinque anni. Di conseguenza, i giudici hanno parzialmente accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, cassando la sentenza con rinvio per un nuovo esame delle somme dovute.
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Prescrizione sanzioni e interessi: la Cassazione frena il Fisco
L'Agenzia delle Entrate-Riscossione ha notificato un'intimazione di pagamento a un contribuente oltre nove anni dopo la notifica della cartella esattoriale originaria. Il contribuente ha eccepito la prescrizione del debito. I giudici di merito hanno accolto l'eccezione limitatamente alle sanzioni e agli interessi, ritenendoli soggetti al termine di cinque anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente di riscossione, confermando che la prescrizione sanzioni e interessi ha durata quinquennale. Poiché tra la cartella del 2006 e l'intimazione del 2015 sono passati più di cinque anni senza atti interruttivi, le sanzioni e gli interessi sono definitivamente estinti, mentre resta dovuto il solo capitale.
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Prescrizione del risarcimento: medici sconfitti per il ritardo
Tre medici specializzandi, iscritti ai corsi prima del 1983, hanno chiesto allo Stato il risarcimento dei danni per la tardiva attuazione delle direttive europee sulla remunerazione della scuola di specializzazione. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo che il termine di prescrizione decennale decorresse dal 27 ottobre 1999. Tuttavia, la causa è stata avviata solo nel 2013, ben oltre i dieci anni previsti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Presidenza del Consiglio, rilevando la manifesta prescrizione del risarcimento. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello per ricalcolare i termini e decidere sulle spese.
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Prescrizione canone COSAP: perché non scade in cinque anni
Un'azienda pubblicitaria si opponeva ad alcuni avvisi di pagamento emessi dal Comune per l'occupazione di suolo pubblico (COSAP) nell'anno 2006. La Corte d'Appello dichiarava prescritto il credito del Comune, ritenendo applicabile la prescrizione breve di cinque anni. Il Comune proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la prescrizione canone COSAP non è quella breve quinquennale, ma quella ordinaria decennale. Il canone COSAP, infatti, non è assimilabile a un canone di locazione o a una prestazione periodica, bensì rappresenta un'obbligazione indennitaria per l'uso esclusivo di beni pubblici. Di conseguenza, la notifica degli avvisi di pagamento è stata considerata tempestiva. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Doppia imposizione tributaria: l’Azienda vince contro il Fisco
L'Azienda ha richiesto il rimborso della maggiore IRAP versata nel 2008. L'Amministrazione Finanziaria aveva contestato alcuni costi nel 2007, poi definiti con un accertamento con adesione nel 2012. L'Azienda aveva però già tassato quegli stessi importi nel 2008, subendo una doppia imposizione tributaria. L'Ufficio ha respinto la richiesta di rimborso ritenendola tardiva. La Corte di Cassazione ha invece confermato le decisioni dei giudici di merito, stabilendo che in caso di doppia imposizione tributaria derivante da ragioni giuridiche si applica il termine di decadenza biennale previsto dall'articolo 21 del d.lgs. 546/1992, e non quello quadriennale dell'articolo 38 d.P.R. 602/1973. Il termine di prescrizione decennale decorre dalla data di definizione dell'accertamento con adesione. L'Azienda vince definitivamente il ricorso e l'Amministrazione Finanziaria viene condannata a pagare le spese di giudizio.
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