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Art. 2901 Codice Civile — Sezione Prima Civile

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236 provvedimenti

Altri anni per Art. 2901 Codice Civile

Giudicato endofallimentare: limiti all’azione revocatoria
La Corte di Cassazione ha stabilito che il giudicato endofallimentare, derivante dall'ammissione di un credito con privilegio ipotecario al passivo di un fallimento, non preclude automaticamente al curatore l'esercizio dell'azione revocatoria. L'ordinanza chiarisce che l'ammissione del credito residuo non sana la potenziale revocabilità dei pagamenti pregressi o dell'intera operazione, specialmente se questa costituisce un mezzo anomalo di pagamento, come nel caso di un mutuo fondiario utilizzato per estinguere debiti chirografari preesistenti (c.d. eterovestizione fondiaria). La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva respinto le domande del fallimento basandosi su un'errata applicazione del principio della "ragione più liquida".
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Azione revocatoria credito litigioso: la guida
La Corte di Cassazione ha confermato che un creditore può esercitare l'azione revocatoria anche se il suo credito è ancora oggetto di una causa in corso (credito litigioso). Il caso riguardava un fallimento che ha agito contro la vendita di un immobile effettuata da un suo debitore (a sua volta debitore per oltre 1,6 milioni di euro in un altro giudizio) a una società da lui stesso rappresentata. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della società acquirente, ribadendo che la funzione cautelare dell'azione revocatoria giustifica il suo utilizzo anche per crediti non definitivi, e ha confermato la responsabilità della società acquirente per aver successivamente rivenduto l'immobile a terzi, rendendone impossibile il recupero.
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Prova presuntiva: i limiti nel giudizio di Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una curatela fallimentare avverso una sentenza d'appello che aveva respinto le domande di revocatoria e simulazione. La decisione si fonda sul principio che la valutazione della prova presuntiva e la ricostruzione dei fatti sono di competenza esclusiva del giudice di merito. La Suprema Corte non può sostituire il proprio apprezzamento, ma solo verificare la corretta applicazione dei criteri legali, ribadendo che la critica a un ragionamento indiziario non costituisce un valido motivo di ricorso per cassazione.
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Azione revocatoria e fallimento: chi agisce?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30140/2024, chiarisce le sorti dell'azione revocatoria quando il debitore fallisce. Se il curatore fallimentare subentra nel processo, il creditore individuale che aveva iniziato l'azione perde la legittimazione ad agire. La sua posizione viene assorbita nell'interesse della massa dei creditori, e l'azione prosegue a beneficio di tutti. Di conseguenza, il creditore originario deve essere estromesso dal giudizio e non ha diritto al rimborso delle spese legali per le fasi successive al subentro del curatore.
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Azione revocatoria donazione: la Cassazione decide
Un figlio riceve immobili in dono dal padre, la cui azienda successivamente fallisce. La Cassazione conferma l'inefficacia del dono verso i creditori. La decisione chiarisce i requisiti per un'azione revocatoria donazione, specificando che per gli atti gratuiti il danno è presunto ed è sufficiente provare la consapevolezza del pregiudizio da parte del debitore. La corte ha respinto le eccezioni procedurali relative alla composizione del tribunale e all'autorizzazione del curatore.
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Estinzione anticipata mutuo: quando non è revocabile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una curatela fallimentare volto a revocare l'estinzione anticipata di un mutuo fondiario. La Suprema Corte chiarisce che il pagamento, effettuato in virtù di una facoltà contrattuale, trasforma il debito in scaduto, rendendolo non assoggettabile all'azione revocatoria ai sensi dell'art. 2901 c.c., a prescindere dal potenziale pregiudizio per gli altri creditori.
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Esenzione revocatoria: si applica anche all’ordinaria?
Una banca si opponeva alla revoca di un'ipoteca concessa da un'azienda poi fallita, sostenendo la validità di un piano di risanamento. Il tribunale respingeva l'opposizione, ma la Cassazione ha annullato tale decisione. La Suprema Corte ha stabilito che l'esenzione revocatoria prevista dalla legge fallimentare per gli atti eseguiti in base a un piano attestato si estende anche all'azione revocatoria ordinaria, correggendo l'interpretazione restrittiva del giudice di merito.
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Azione revocatoria ipoteca: la Cassazione decide
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un fallimento contro una banca, riguardante un'azione revocatoria ipoteca. Il caso verteva sulla garanzia concessa da un socio sui propri beni per un finanziamento alla società. La Corte ha confermato che l'ipoteca, se contestuale al credito, è un atto oneroso. Ha inoltre ribadito che la prova del pregiudizio per i creditori e della consapevolezza della banca spetta al curatore, e che la valutazione dei fatti è di competenza esclusiva dei giudici di merito.
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Ipoteca contestuale: quando è onerosa e non revocabile
La curatela fallimentare di una società contestava l'ammissione al passivo di un credito bancario garantito da ipoteca, sostenendo che si trattasse di un atto gratuito e quindi revocabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo un principio fondamentale: l'ipoteca contestuale all'erogazione di un finanziamento costituisce un atto a titolo oneroso. La Corte ha sottolineato che il proprio ruolo non è quello di riesaminare i fatti, ma di garantire la corretta applicazione della legge.
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Azione revocatoria: onere della prova del curatore
Una banca si è vista revocare una garanzia ipotecaria dal curatore fallimentare di una società debitrice. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che nell'azione revocatoria spetta sempre al curatore l'onere di provare l'effettivo pregiudizio per gli altri creditori (eventus damni). Non è sufficiente affermare che la concessione di un'ipoteca per un debito preesistente costituisca di per sé un danno, ma occorre dimostrare l'esistenza di altri creditori anteriori e la concreta diminuzione delle loro possibilità di soddisfarsi.
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Azione revocatoria ordinaria: la prova del danno
Un istituto di credito aveva concesso un mutuo fondiario a una società, poi fallita, per estinguere un debito chirografario preesistente. Il tribunale aveva revocato l'ipoteca, ritenendola una garanzia per debito preesistente lesiva della par condicio creditorum. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha cassato la decisione, specificando che per l'azione revocatoria ordinaria non basta dimostrare la trasformazione del credito da chirografario a privilegiato. Il curatore fallimentare ha l'onere di provare il concreto pregiudizio, ovvero che il patrimonio residuo del debitore è diventato insufficiente a soddisfare gli altri creditori a seguito dell'atto. La Corte ha inoltre stabilito che, in caso di nullità della clausola sugli interessi per indeterminatezza, non si azzerano gli interessi ma si applica il tasso sostitutivo previsto dall'art. 117 TUB.
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Revocatoria fallimentare: quando l’operazione è valida
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di revocatoria fallimentare riguardante un'operazione di finanziamento contestata. La curatela sosteneva che un nuovo finanziamento garantito fosse stato concesso solo per estinguere un precedente debito chirografario verso una banca collegata, danneggiando gli altri creditori. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione del Tribunale. La motivazione principale si basa su un principio processuale: il ricorso non ha efficacemente contestato la prima ratio decidendi della sentenza, ovvero la mancata prova di un accordo fraudolento a tre. Poiché questa motivazione era sufficiente a sostenere la decisione, le censure sulle altre motivazioni sono diventate irrilevanti.
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Azione revocatoria fallimentare: onere della prova
Una società di gestione crediti ricorre in Cassazione contro una decisione che negava il privilegio ipotecario su un credito, a seguito di un'azione revocatoria del curatore fallimentare. La Suprema Corte, accogliendo parzialmente il ricorso, stabilisce che nell'azione revocatoria fallimentare l'onere di provare il danno ai creditori (eventus damni) spetta interamente al curatore. Quest'ultimo deve dimostrare la consistenza dei crediti preesistenti e l'impatto negativo dell'atto contestato sul patrimonio del debitore. La sentenza di merito viene cassata per aver erroneamente invertito tale onere probatorio.
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Azione revocatoria fallimentare: no se atto del terzo
Una società costruttrice stipula un preliminare per una villa, pagando quasi tutto subito. Il venditore concede ipoteca sulla villa a garanzia di un debito della società. Quando la società fallisce, il curatore completa l'acquisto e la villa entra nell'attivo fallimentare. La Cassazione ha negato l'uso dell'azione revocatoria fallimentare contro l'ipoteca, perché concessa da un terzo su un bene all'epoca suo, e non dal debitore poi fallito. La valutazione va fatta al momento dell'atto, non ex post.
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Azione revocatoria fallimentare: la prova richiesta
In un caso di opposizione allo stato passivo, la Corte di Cassazione ha analizzato i presupposti dell'azione revocatoria fallimentare. La Corte ha stabilito che, per revocare una garanzia, il curatore deve provare la specifica conoscenza del pregiudizio arrecato ai creditori (scientia damni) da parte della banca, non essendo sufficiente la mera conoscenza dello stato di insolvenza del debitore. Viene così cassata con rinvio la decisione di merito che aveva confuso i due concetti, accogliendo il ricorso della banca su questo punto cruciale.
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Ricorso tardivo in Cassazione: i termini perentori
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile l'appello di un istituto di credito contro una decisione fallimentare. Il motivo è un ricorso tardivo in Cassazione, presentato oltre il termine perentorio di 30 giorni dalla comunicazione via PEC del provvedimento. La Corte ha verificato autonomamente la data della notifica, stabilendo un importante principio sulla prova della tempestività dell'impugnazione.
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Revocatoria ordinaria: la conoscenza della crisi
Una società fallita aveva ottenuto finanziamenti garantiti da ipoteca nell'ambito di un piano di risanamento. Il curatore ha agito in revocatoria ordinaria, sostenendo che gli istituti di credito fossero a conoscenza dello stato di insolvenza. La Cassazione ha cassato la decisione di merito, ritenendo che il giudice non avesse considerato un fatto decisivo: la mancata iniezione di liquidità da parte dei soci, sostituita da un'operazione contabile, era un elemento noto alle banche fin dall'inizio e cruciale per dimostrare la loro consapevolezza della crisi (scientia decoctionis), rendendo l'ipoteca potenzialmente inefficace.
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Risoluzione concordato preventivo: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione conferma la risoluzione concordato preventivo di una società per inadempimento. La Corte ha stabilito che la mancata soddisfazione dei creditori, dovuta a una liquidità inferiore alle attese, giustifica la risoluzione a prescindere da una colpa specifica del debitore, poiché la funzione primaria del concordato è tutelare i creditori.
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Compenso avvocato revocatoria: il valore della causa
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17996/2024, chiarisce i criteri per la liquidazione del compenso dell'avvocato in un'azione revocatoria. La Corte stabilisce che il valore della causa non è indeterminato, ma deve essere calcolato in base al valore effettivo della controversia, permettendo al giudice di adeguare l'onorario in caso di manifesta sproporzione con il valore formale della domanda. Viene inoltre confermato che la richiesta di compensi separati per più avvocati, se non avanzata in primo grado, è inammissibile in sede di reclamo.
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Clausola risolutiva espressa: prevale sul recesso?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un curatore fallimentare, pur avendo esercitato il recesso da un contratto di affitto d'azienda, può legittimamente eccepire l'inadempimento della controparte avvalendosi di una clausola risolutiva espressa. Tale eccezione, se fondata, prevale sul recesso e fa venir meno il diritto all'indennizzo della controparte. La Corte ha cassato la decisione del tribunale che aveva erroneamente escluso questa possibilità, non tenendo conto che l'eccezione di risoluzione era stata sollevata nel corso del giudizio di merito. L'uso della clausola risolutiva espressa non richiede un atto stragiudiziale preventivo e può essere manifestato anche in via di difesa processuale.
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