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Art. 2751-bis Codice Civile

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452 provvedimenti

Concordato preventivo in continuità: stop ai piani irrealizzabili
Una cooperativa agricola ha richiesto l'ammissione alla procedura di concordato preventivo in continuità per ristrutturare i propri debiti. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la proposta a causa di gravi lacune nel piano economico, alterazioni dei privilegi dei creditori e incertezze sulla vendita degli immobili. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, dichiarando il fallimento della società. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei soci e dei partner commerciali, confermando che il giudice ha il potere di controllare direttamente la fattibilità economica del piano quando questo appare palesemente irrealizzabile. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Indennità supplementare dirigenti: sì al lordo, no al netto
Un Dirigente, licenziato a seguito della chiusura dell'attività produttiva di un'azienda di trasporti aerei in amministrazione straordinaria, ha richiesto l'ammissione allo stato passivo per ottenere il pagamento dell'indennità supplementare dirigenti. Il Tribunale ha riconosciuto il credito calcolandolo al netto e negando la prededuzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo due principi fondamentali: l'indennità deve essere calcolata sull'importo lordo e non su quello netto percepito in busta paga, e il relativo credito gode della collocazione in prededuzione se il rapporto di lavoro è cessato dopo l'apertura della procedura concorsuale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda e ha rinviato la causa al Tribunale per un nuovo calcolo delle somme spettanti al lavoratore.
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Prededuzione credito professionista: negata senza ammissione
Un'azienda ha richiesto l'assistenza di uno studio di commercialisti per presentare una domanda di concordato preventivo con riserva. Successivamente, l'azienda ha rinunciato alla domanda per accedere all'amministrazione straordinaria. Lo studio professionale ha richiesto l'ammissione al passivo del proprio compenso con il rango di prededuzione. Il Tribunale ha negato tale qualifica, ammettendo il credito solo come privilegiato. La Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che la prededuzione credito professionista richiede necessariamente l'effettiva ammissione del debitore alla procedura di concordato. Poiché l'azienda ha rinunciato prima del decreto di ammissione, il credito non può essere considerato prededucibile, mancando il presupposto fondamentale della pendenza della procedura concordataria.
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Prededuzione del credito del professionista: no se manca il piano
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria, pretendendo la prededuzione del credito del professionista per l'assistenza prestata nella presentazione di una domanda di concordato con riserva. La proposta e il piano di concordato non erano mai stati depositati, poiché l'azienda aveva optato direttamente per l'amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. I giudici hanno stabilito che, per ottenere la prededuzione, è indispensabile che il debitore sia stato effettivamente ammesso alla procedura di concordato preventivo. In mancanza di tale ammissione e del deposito del piano, non si configura alcuna consecuzione tra le procedure, né la funzionalità dell'opera del professionista alla conservazione del patrimonio aziendale. Il credito viene quindi degradato a credito privilegiato semplice, senza priorità assoluta.
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Privilegio crediti professionali: negato per le vecchie cause
Un avvocato chiede l'ammissione al passivo del fallimento di una società cooperativa, pretendendo il privilegio crediti professionali per le prestazioni svolte in primo grado e in appello. Il Tribunale riconosce il privilegio solo per le prestazioni dell'ultimo biennio relative all'appello, escludendo quelle di primo grado ormai concluse da tempo. L'avvocato ricorre in Cassazione sostenendo l'unitarietà del mandato. La Suprema Corte rigetta il ricorso, stabilendo che, ai fini del privilegio ex art. 2751-bis n. 2 c.c., l'attività svolta in più gradi di giudizio va suddivisa in singoli incarichi autonomi. Di conseguenza, il privilegio spetta solo ai compensi per le prestazioni concluse nell'ultimo biennio del rapporto professionale complessivo, mentre i crediti per le fasi precedenti perdono la prelazione.
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Privilegio professionale: no alla retroattività per l’IVA
Due professionisti chiedevano che i loro crediti per rivalsa IVA e contributi previdenziali, relativi a prestazioni svolte prima del 2018, fossero ammessi al passivo fallimentare di una società con il privilegio professionale introdotto dalla Legge di Bilancio 2018. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. La Suprema Corte ha stabilito che le norme che introducono o modificano i privilegi hanno natura sostanziale e non processuale. Di conseguenza, in base al principio di irretroattività delle leggi, la nuova tutela si applica solo ai crediti sorti dopo l'entrata in vigore della riforma (1° gennaio 2018). I crediti precedenti restano quindi semplici crediti chirografari, ossia senza alcuna priorità di pagamento rispetto agli altri creditori.
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Privilegio dei crediti professionali: vecchi crediti esclusi
Due avvocati chiedono che i loro crediti per IVA e contributi previdenziali, relativi a prestazioni svolte prima del 2018, siano ammessi al passivo del fallimento di una società con il privilegio dei crediti professionali. Essi invocano la riforma del 2018 che ha esteso tale tutela a queste voci. Il Tribunale rifiuta, ritenendo la norma non retroattiva. La Corte di Cassazione conferma la decisione: le norme che introducono o modificano i privilegi hanno natura sostanziale e non processuale. Di conseguenza, si applica il principio di irretroattività delle leggi. Il privilegio dei crediti professionali per IVA e contributi spetta solo se le prestazioni sono state eseguite dopo l'entrata in vigore della riforma (1° gennaio 2018). I professionisti perdono il ricorso.
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Compenso del professionista attestatore: sì anche se il piano fallisce
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare del proprio credito per l'attività di attestazione svolta in un concordato preventivo. Il Tribunale ha negato il compenso del professionista attestatore, ritenendo le sue relazioni incerte e prive di utilità per i creditori, configurando un grave inadempimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, stabilendo che evidenziare i rischi e le incertezze del piano concordatario non costituisce un inadempimento, ma rappresenta un corretto adempimento del dovere di diligenza e trasparenza verso i creditori. La Suprema Corte ha quindi cassato il decreto di rigetto, rinviando la causa al Tribunale per un nuovo esame.
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Privilegio delle cooperative: sì alla tutela, no a sole fatture
Una cooperativa di produzione e lavoro chiede l'ammissione al passivo del fallimento di una società per un credito derivante da un contratto di fornitura, pretendendo il riconoscimento del privilegio delle cooperative. Il Tribunale ammette il credito solo in via ordinaria ed esclude una parte della somma per mancanza di prove. La Corte di Cassazione conferma l'esclusione della somma non provata, chiarendo che le sole fatture non bastano contro il fallimento. Tuttavia, accoglie il ricorso sul privilegio delle cooperative: il contratto riguardava la distribuzione e vendita di edizioni proprie, attività che rientra tra i servizi e manufatti prodotti dai soci. La sentenza viene cassata con rinvio per un nuovo esame su questo punto.
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Riqualificazione del rapporto di lavoro: la realtà batte la forma
Un collaboratore ha chiesto la riqualificazione del rapporto di lavoro da collaborazione autonoma a lavoro subordinato a tempo indeterminato, oltre al pagamento del trattamento di fine rapporto e delle ore di straordinario. Il Tribunale ha accolto la domanda, accertando la subordinazione e ammettendo il lavoratore allo stato passivo dell'azienda in amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno confermato che, per stabilire la natura subordinata del rapporto, contano i fatti concreti e non la definizione formale del contratto. Inoltre, la valutazione delle prove sullo straordinario spetta esclusivamente al giudice di merito. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Ritenute sullo stipendio: il condono non arricchisce l’azienda
Un ex dipendente ha chiesto l'ammissione al passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria per ottenere la restituzione delle somme trattenute in busta paga e non versate al fisco a causa di una sospensione per calamità naturale. L'azienda aveva poi aderito a un condono fiscale, pagando solo il 10% del dovuto. Il lavoratore ha preteso la restituzione del restante 90% delle ritenute sullo stipendio. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto del lavoratore a recuperare tali somme. I giudici hanno chiarito che le ritenute appartengono al dipendente e che il condono non può arricchire ingiustamente il datore di lavoro. Il credito ha natura retributiva, con diritto a rivalutazione e interessi dalla data delle trattenute.
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Insinuazione allo stato passivo: sì al credito, no al privilegio
Una società creditrice ha proposto domanda di insinuazione allo stato passivo per un credito di circa sedicimila euro, richiedendo il privilegio spettante alle imprese artigiane. Il giudice delegato ha respinto la domanda per la mancanza dell'assegno originale. In sede di opposizione, la società ha depositato l'originale, ma il Tribunale ha ammesso il credito solo in via chirografaria, non ritenendo provata la qualifica di impresa artigiana. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che il giudice dell'opposizione ha il potere-dovere di verificare d'ufficio la sussistenza dei presupposti del privilegio, anche se la procedura concorsuale è rimasta contumace e non ha contestato specificamente la domanda.
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Fondo di garanzia INPS: niente TFR se manca nel passivo fallimentare
Un lavoratore chiedeva al Fondo di garanzia INPS il pagamento del TFR maturato presso una società fallita. Tuttavia, nello stato passivo del fallimento, il suo credito era stato ammesso solo come "differenze retributive" e non come TFR, senza che il lavoratore si opponesse a tale qualificazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che l'intervento del Fondo di garanzia INPS è strettamente vincolato alle risultanze dello stato passivo esecutivo. Poiché il credito non era stato registrato come TFR in sede fallimentare, e in mancanza di tempestiva opposizione del lavoratore, il giudice ordinario non può riqualificare autonomamente la somma. Di conseguenza, la domanda del lavoratore è stata definitivamente respinta.
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Opposizione allo stato passivo: errore di rito costa caro
Un avvocato ha proposto opposizione allo stato passivo della liquidazione coatta amministrativa di una compagnia assicurativa, chiedendo il riconoscimento di un credito professionale. Il Tribunale ha accolto parzialmente la domanda, ma la compagnia ha impugnato la decisione davanti alla Corte d'Appello. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'appello era inammissibile. Infatti, le riforme della legge fallimentare hanno tacitamente abrogato la norma del Codice delle Assicurazioni che prevedeva l'appello. Contro il decreto del Tribunale che decide sull'opposizione allo stato passivo è ammesso esclusivamente il ricorso diretto in Cassazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato senza rinvio la sentenza d'appello, ripristinando l'efficacia della decisione del Tribunale.
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Ritenute fiscali non versate: il condono non arricchisce l’azienda
Un lavoratore chiede l'ammissione al passivo dell'azienda datrice di lavoro, in amministrazione straordinaria, per ottenere la restituzione delle ritenute fiscali non versate. L'azienda aveva trattenuto le somme dallo stipendio ma, a causa di una sospensione per un sisma, non le aveva versate allo Stato. Successivamente, aderendo a un condono fiscale, l'azienda ha versato solo il 10% del dovuto, trattenendo il restante 90%. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, stabilendo che le somme trattenute e non versate per effetto del condono appartengono al lavoratore, trattandosi di parte della sua retribuzione. Tali somme vanno restituite con rivalutazione e interessi a partire dal momento della trattenuta, poiché il credito ha natura retributiva.
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Credito retributivo o welfare? La Cassazione fissa i confini
Un'associazione di mutuo soccorso ha chiesto l'ammissione al passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria per recuperare somme destinate al welfare aziendale non pagate. L'associazione pretendeva il privilegio speciale riservato ai lavoratori. Il Tribunale ha rigettato la richiesta, escludendo che tali prestazioni rientrassero nella nozione di credito retributivo, data la loro natura occasionale e non proporzionale al lavoro svolto. La Corte di Cassazione, rilevando che la questione riguarda esclusivamente l'esatta definizione di credito retributivo in ambito lavorativo, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per assegnare la decisione finale alla sezione lavoro.
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Fallimento e compenso del professionista: vince l’accordo scritto
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda fallita contro l'ammissione al passivo del credito di un professionista. Quest'ultimo aveva assistito la società nella redazione di un piano di ristrutturazione dei debiti. Il fallimento contestava la validità dell'accordo privato sulle tariffe, ritenendo che si dovessero applicare i parametri ministeriali più bassi. I giudici hanno chiarito che, per la determinazione del compenso del professionista, l'accordo scritto tra le parti ha valore prevalente e vincolante, anche in caso di successivo fallimento. Non si possono quindi applicare i criteri sussidiari ministeriali se esiste una pattuizione chiara. Il professionista ha quindi diritto all'intero compenso pattuito in via privilegiata.
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Privilegio delle cooperative agricole: stop all’I.V.A. protetta
Un consorzio agrario chiede l'ammissione al passivo fallimentare di un credito per la vendita di mangimi, invocando il privilegio delle cooperative agricole. Il tribunale riconosce il privilegio sull'intero importo, compresa l'I.V.A. di rivalsa. Il Fallimento ricorre in Cassazione. La Suprema Corte stabilisce che il privilegio delle cooperative agricole spetta anche per la vendita di prodotti acquistati da terzi, purché l'attività sia strumentale allo scopo mutualistico. Tuttavia, esclude che tale privilegio possa estendersi al credito di rivalsa I.V.A., il quale deve essere ammesso solo in via chirografaria. La Cassazione accoglie parzialmente il ricorso, modificando la collocazione del credito I.V.A.
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Opposizione allo stato passivo: prove tardive costano il TFR
Un lavoratore ha proposto opposizione allo stato passivo per ottenere l'ammissione del proprio credito per trattamento di fine rapporto (TFR) nel fallimento di una società. Il Tribunale ha respinto la richiesta poiché il lavoratore non ha provato il rapporto di lavoro con la società fallita nel periodo indicato, avendo depositato in ritardo l'accordo sindacale che avrebbe dimostrato il credito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il giudice di merito non ha l'obbligo di valutare i documenti depositati oltre i termini di legge. Inoltre, il ricorrente non ha indicato con precisione dove e quando avesse prodotto tale documento nel precedente grado di giudizio, violando le regole processuali. Il lavoratore perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Consulenza tecnica d’ufficio: prove tardive o verità dei fatti
Un ex dipendente di un istituto bancario in liquidazione coatta amministrativa ha proposto opposizione allo stato passivo per ottenere il riconoscimento di crediti previdenziali integrativi. La Corte d'Appello ha accolto la domanda basandosi su una consulenza tecnica d'ufficio che aveva acquisito direttamente dal lavoratore i cedolini paga non depositati in precedenza. L'istituto ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l'utilizzo di tali documenti tardivi. La Suprema Corte ha rilevato che la questione sui limiti di acquisizione documentale da parte del consulente è oggetto di contrasto giurisprudenziale. Di conseguenza, ha rinviato la causa a nuovo ruolo in attesa della decisione chiarificatrice delle Sezioni Unite.
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