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Art. 274 Codice di Procedura Penale

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4273 provvedimenti

Arresti domiciliari per spaccio: confermata la misura cautelare
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura degli arresti domiciliari per spaccio a carico di un indagato, sorpreso a cedere cocaina vicino alla propria abitazione. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto materiale per il confezionamento identico a quello utilizzato per la droga ceduta e un bilancino di precisione. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo la carenza di indizi gravi, l'irrilevanza degli oggetti sequestrati e l'eventuale sussistenza della lieve entità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto solidi gli elementi probatori e hanno confermato il concreto pericolo di recidiva, desunto dai precedenti penali dell'uomo per reati associativi legati al traffico di stupefacenti.
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Dall’uniforme alla `Partecipazione Associazione Mafiosa`: Custodia Convalidata
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un ex agente della polizia penitenziaria, accusato di `partecipazione associazione mafiosa`, tentata estorsione aggravata e traffico di stupefacenti. Il Ricorrente aveva contestato l'ordinanza del Tribunale del Riesame, sostenendo l'assenza di prove sul suo coinvolgimento diretto nel clan e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari. La Cassazione ha ritenuto infondato il ricorso, evidenziando il ruolo attivo e stabile dell'ex agente come "guardaspalle" e facilitatore per un membro di vertice del sodalizio, nonché la sua partecipazione ad altre attività illecite. La sentenza ha ribadito che anche una `partecipazione associazione mafiosa` di breve durata, purché attiva e consapevole, è sufficiente a configurare il reato.
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Custodia Cautelare in Carcere: Infermiere Condannato, Arresti Negati
Un infermiere, imputato per l'omicidio di otto pazienti e il tentato omicidio di altri quattro, era stato inizialmente sottoposto a custodia cautelare in carcere. La Corte d'Assise aveva poi sostituito questa misura con gli arresti domiciliari, valutando il tempo trascorso in detenzione. Il Tribunale del riesame, su ricorso del Pubblico Ministero, ha ripristinato la custodia in carcere, ritenendo le esigenze cautelari ancora attuali data la gravità dei fatti e l'assenza di resipiscenza. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'infermiere, confermando la prevalenza della presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati gravi, anche se è trascorso del tempo.
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Autoriciclaggio e Prestanome: Cassazione rigetta ricorso Indagato
Il Tribunale del Riesame aveva convertito la custodia in carcere per un Indagato in arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'Indagato era accusato di associazione di tipo mafioso e di autoriciclaggio, avendo reimpiegato proventi illeciti da attività di gioco in imprese (come una friggitoria e un'azienda agricola) intestate a prestanome. La difesa ha contestato la gravità indiziaria e l'autonomia del reato di autoriciclaggio rispetto alla fittizia intestazione. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il ruolo di vertice dell'Indagato nell'associazione e la piena configurabilità dell'autoriciclaggio, non assorbito dalla fittizia intestazione. Ha ribadito il pericolo di reiterazione del reato.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per spaccio
Due soggetti indagati contestavano la custodia cautelare in carcere per presunta partecipazione a una rete di narcotraffico. La difesa sosteneva lo svolgimento di cessioni autonome ed estemporanee, unitamente al possesso di un lavoro lecito e all'incensuratezza, per ottenere gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. I Giudici di merito hanno invece rilevato ruoli stabili nella custodia, nel taglio e nello smercio delle sostanze per conto del vertice del gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, ribadendo l'impossibilità di rivalutare il merito delle intercettazioni e confermando la massima misura restrittiva a causa dell'elevata spregiudicatezza e dell'inadeguatezza di misure alternative a contenere la reiterazione.
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Associazione Mafiosa: Cassazione conferma vincolo anche in carcere
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un individuo accusato di far parte di un'associazione mafiosa, il clan Romito-Lombardi-Ricucci. L'indagato contestava la sussistenza del reato e la sua partecipazione, nonché la permanenza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Ha confermato la natura mafiosa del sodalizio criminale e la gravità indiziaria della partecipazione dell'individuo, evidenziando il persistente vincolo associativo e la vitalità criminale, nonostante il tempo trascorso in detenzione. La decisione ribadisce l'importanza degli elementi che provano l'inserimento attivo nell'organizzazione, anche in assenza di un distacco provato.
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Custodia cautelare in carcere: la Cassazione conferma l’arresto
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di spaccio e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle indagini per una tardiva iscrizione del nome dell'indagato nel registro delle notizie di reato, oltre a negare la gravità indiziaria. I giudici hanno chiarito che l'eventuale ritardo del pubblico ministero nell'iscrizione non comporta l'inutilizzabilità degli atti e che il termine delle indagini decorre solo dalla registrazione formale. Inoltre, le intercettazioni, l'uso di telefoni riservati, auto intestate a prestanome e movimentazioni di oltre cento chili di marijuana confermano la misura. La Cassazione ha rigettato il ricorso e condannato l'indagato alle spese.
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Spaccio di droga: Cassazione conferma carcere per rischio reiterazione
Un individuo è stato arrestato per spaccio di droga (crack ed eroina) in modo continuativo tra il 2014 e il 2020. Sorpreso in flagranza, con droga e un telefono pieno di contatti di acquirenti, l'uomo era sottoposto a custodia cautelare in carcere. Il suo difensore ha impugnato la misura, sostenendo la modestia delle quantità e la possibilità di misure meno restrittive. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando i gravi indizi di colpevolezza e la necessità della detenzione per l'elevato rischio di reiterazione del reato, data la professionalità nello spaccio di droga. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle Ammende.
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Misura cautelare personale: reati datati e libertà dell’indagato
La Procura ha richiesto l'applicazione di una misura cautelare personale nei confronti di un indagato per presunti reati finanziari e patrimoniali. Il Giudice per le indagini preliminari e il Tribunale del riesame hanno rigettato l'istanza per insussistenza e mancata attualità delle esigenze di cautela, dato il lungo tempo trascorso dai fatti contestati. La Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. L'accusa ha infatti mutato i motivi di doglianza tra i vari gradi di giudizio e non ha dimostrato l'effettiva attualità del pericolo di recidiva dell'indagato, il quale resta quindi in stato di libertà.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari con le armi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da L'Indagato contro l'ordinanza che ne confermava la custodia cautelare in carcere. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari e la mancata concessione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. I giudici hanno chiarito che le contestazioni erano generiche e che la presunzione di adeguatezza del carcere non è stata superata. Sul punto hanno pesato l'elevata pericolosità sociale dell'uomo, i legami con la criminalità organizzata, il coinvolgimento in un mandato omicidiario e il recente ritrovamento di due pistole con matricola abrasa e munizioni. Di conseguenza, L'Indagato rimane detenuto e dovrà pagare le spese di giudizio oltre a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sostituzione della custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari
L'Imputato, condannato in primo grado a otto anni per reati di spaccio di stupefacenti, ha chiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari ed il braccialetto elettronico. La difesa ha sostenuto l'attenuazione delle esigenze di cautela evidenziando il tempo trascorso dai fatti, il ruolo di corriere e l'ammissione degli addebiti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il passaggio del tempo non riduce il pericolo di reiterazione se il soggetto ha continuato a delinquere negli anni successivi. In assenza di fatti nuovi idonei a modificare il quadro probatorio, non è possibile riesaminare argomenti già decisi. L'Imputato rimane in carcere con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Scambio elettorale politico-mafioso: respinto il ricorso
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un ex candidato sindaco sottoposto agli arresti domiciliari per il reato di scambio elettorale politico-mafioso. L'indagato chiedeva la revoca o la sostituzione della misura cautelare, sostenendo la definitiva rottura dei rapporti con l'esponente del clan locale e la perdita del ruolo politico. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ritenendo che il conflitto tra le parti non dimostrasse una cesura irreversibile e che il politico conservasse una forte capacità di condizionamento sulla nuova amministrazione locale tramite una rete di consiglieri a lui vicini. Gli arresti domiciliari rimangono pertanto l'unica misura idonea a prevenire il pericolo di reiterazione dei reati. Il politico è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Offerta di sostanze stupefacenti: valida anche senza consegna
Un indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza che gli applicava la misura cautelare degli arresti domiciliari per il reato di offerta di sostanze stupefacenti. L'accusa derivava da intercettazioni su telefoni criptati, in cui l'uomo proponeva a un fornitore la vendita di ingenti quantitativi di cocaina a clienti della Puglia. La difesa sosteneva la mancanza di un accordo definitivo e l'assenza di esigenze cautelari, evidenziando che l'uomo era già sottoposto ad altra misura detentiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'offerta si perfeziona con la disponibilità dichiarata a procurare la droga, a prescindere dall'effettiva consegna finale. Inoltre, il preesistente stato di detenzione per altra causa non elimina il pericolo di reiterazione del reato.
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Bancarotta fraudolenta: carcere confermato per il complice
Un soggetto esterno ha collaborato con gli amministratori di fatto di un'azienda in crisi per occultare oltre ventisettemila prodotti aziendali, per un valore superiore a ottocentomila euro. Le forze dell'ordine hanno rintracciato la merce all'interno di un capannone riconducibile al terzo soggetto. Il giudice ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere per il reato di bancarotta fraudolenta in concorso. L'indagato ha ricorso in Cassazione contestando il proprio ruolo di concorrente e chiedendo una misura cautelare meno severa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando sia la correttezza dell'accusa a titolo di concorso esterno, sia la necessità del carcere in ragione dei gravissimi precedenti penali dell'indagato.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella i rischi
L'Indagato, accusato di partecipazione a un'associazione camorristica ed estorsione, ha proposto ricorso contro l'ordinanza che confermava la misura della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il trascorrere del tempo dai fatti addebitati avesse affievolito le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo un principio consolidato. Per i reati di criminalità organizzata, la legge prevede una presunzione di sussistenza del pericolo e di adeguatezza della misura carceraria. Il semplice decorso del tempo, denominato tempo silente, non dimostra da solo l'allontanamento dal gruppo criminale né annulla la pericolosità sociale. Soltanto un reale recesso o la collaborazione con la giustizia possono superare tale presunzione. L'Indagato resta in carcere ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per furto di rame
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per il furto pluriaggravato di oltre tremila metri di cavi di rame, dal valore di circa 248.000 euro, lungo una linea ferroviaria. La difesa contestava la gravità degli indizi e richiedeva gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea. I giudici hanno valorizzato la gravità del fatto, l'organizzazione criminale, la parziale ammissione dell'accusato, le dichiarazioni del Coindagato e il riconoscimento da parte delle forze dell'ordine, unitamente al pericolo di fuga e di reiterazione del reato.
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Sparò per punire la chiamata ai Carabinieri: è tentato omicidio
L'Indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per il reato di tentato omicidio e porto abusivo d'arma. L'episodio nasce da una spedizione punitiva contro un dipendente agricolo, colpevole di aver chiamato le forze dell'ordine per fermare un furto commesso dai familiari dell'aggressione. L'Indagato ha raggiunto la vittima e le ha sparato un colpo di pistola all'inguine mentre cercava di fuggire a piedi. La difesa ha chiesto la derubricazione in lesioni aggravate, sostenendo l'assenza della volontà di uccidere e il tiro mirato solo alle gambe. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere. I giudici hanno stabilito la sussistenza del dolo diretto alternativo: sparare con un'arma da fuoco da breve distanza verso zone corporee delicate dimostra la piena consapevolezza e volontà di poterne causare la morte, a prescindere dal numero di colpi esplosi.
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Concorso in rapina e difesa: confermati arresti domiciliari
Un uomo è stato sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di concorso in rapina aggravata e ricettazione di una vettura rubata. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l'indagato ha agevolato la fuga di un complice da una sala scommesse, bloccando la sicurezza e facendo da staffetta con la propria auto. La difesa ha sostenuto l'innocenza dell'uomo, affermando che egli fosse intervenuto solo per fermare un litigio e sottolineando la sua incensuratezza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che le immagini di videosorveglianza smentiscono la versione della difesa e che l'assenza di precedenti penali non impedisce l'applicazione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
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Utilizzabilità delle intercettazioni: confermato il carcere
Un indagato per concorso in rapina pluriaggravata ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del riesame che ne confermava la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche perché provenienti da un diverso procedimento penale e lamentava una presunta marginalità del ruolo dell'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha evidenziato che la questione sulla utilizzabilità delle intercettazioni non era stata eccepita davanti al giudice del riesame. Inoltre, il divieto di utilizzo di intercettazioni in procedimenti diversi non opera per i reati che prevedono l'arresto obbligatorio in flagranza, come la rapina pluriaggravata. La misura cautelare resta giustificata per il concreto pericolo di reiterazione del reato. L'indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto di beni archeologici: confermata la misura cautelare
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato da un indagato sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di direzione di un'associazione a delinquere e furto di beni archeologici. La banda organizzava scavi clandestini e commerciava illecitamente monete antiche, simulando scampagnate al mare per evitare i controlli. La difesa ha contestato la sussistenza del reato associativo e il pericolo di reiterazione del reato, evidenziando che durante alcuni controlli non erano stati trovati strumenti da scavo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che gli indizi raccolti, quali intercettazioni, tracciamenti GPS, il sequestro di 106 monete e il ritrovare di attrezzature tecniche, dimostrano la stabilità della struttura criminale e l'attualità delle esigenze cautelari. L'indagato perde il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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