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Art. 273 Codice di Procedura Penale — Sezione Sesta Penale

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515 provvedimenti

Altri anni per Art. 273 Codice di Procedura Penale

Partecipazione mafiosa: prova e gravi indizi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per partecipazione mafiosa, estorsioni e traffico di droga. Il ricorso è stato giudicato generico e reiterativo, in quanto mirava a una rilettura dei fatti e delle intercettazioni, compito non spettante alla Corte di legittimità. La sentenza ha ribadito che un quadro indiziario basato su intercettazioni inequivocabili e riscontri oggettivi è sufficiente per configurare la gravità indiziaria richiesta per le misure cautelari.
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Valutazione collaboratore giustizia: Cassazione annulla
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa e tentata estorsione. La decisione si fonda sulla ripetuta incapacità del Tribunale del riesame di motivare adeguatamente l'attendibilità di un collaboratore di giustizia, le cui dichiarazioni erano state rese a distanza di molti anni dall'inizio della sua collaborazione. Per il reato associativo, l'annullamento è senza rinvio, con immediata liberazione dell'indagato, mentre per la tentata estorsione è con rinvio a un nuovo giudizio.
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Partecipazione associazione mafiosa: quando annullare
La Corte di Cassazione annulla un'ordinanza di custodia cautelare per il reato di partecipazione associazione mafiosa a carico della compagna di un boss. La Corte ha ritenuto che gli indizi, consistenti in contatti sporadici e un singolo messaggio trasmesso anni prima, fossero ambivalenti e potenzialmente spiegabili dal legame familiare, mancando la prova di un contributo stabile e continuativo all'organizzazione criminale.
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Esigenze cautelari: denunce e rottura con il clan
Un imprenditore, agli arresti domiciliari per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, ha impugnato la misura cautelare. Sosteneva che le sue denunce contro il clan, sebbene successive alla scoperta di essere indagato, dimostravano una rottura definitiva con l'ambiente criminale, facendo venir meno le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su questo punto, annullando l'ordinanza e rinviando al Tribunale per una nuova valutazione. Secondo la Corte, il giudice del riesame ha errato nel non considerare l'effetto oggettivo di tali denunce come possibile cesura con il passato criminale, a prescindere dalla loro motivazione iniziale.
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Associazione per delinquere: ruolo e prova del partecipe
La Corte di Cassazione conferma la custodia cautelare per un individuo accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico. La sentenza chiarisce che un ruolo logistico stabile, come la preparazione delle dosi, è prova sufficiente della partecipazione, e che il legame di parentela con il capo può rafforzare, anziché escludere, il vincolo associativo. L'appello viene dichiarato inammissibile.
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Interesse ad impugnare: quando si perde l’appello
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di due indagati contro un'ordinanza di arresti domiciliari. La ragione risiede nella sopravvenuta carenza di interesse ad impugnare, sorta dopo che il Tribunale del Riesame aveva dichiarato l'incompetenza territoriale del giudice che aveva emesso la misura. Secondo la Corte, una volta dichiarata l'incompetenza, l'ordinanza originaria perde efficacia e l'eventuale nuova misura del giudice competente crea una situazione giuridica del tutto nuova, rendendo inutile il ricorso contro il primo provvedimento.
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Misure cautelari e metodo mafioso: il ricorso
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro un'ordinanza di arresti domiciliari per furto e tentata estorsione. L'indagato sosteneva la mancanza di prove, affermando di essersi solo vantato, ma la Corte ha validato la decisione basata su intercettazioni auto-accusatorie. La sentenza conferma che il controllo della Cassazione sulle misure cautelari è limitato alla logicità della motivazione e non al riesame dei fatti, e ribadisce i criteri per l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso.
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Associazione a delinquere: prova e misure cautelari
Un individuo ha impugnato un'ordinanza di custodia cautelare per partecipazione a un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, sostenendo che il suo ruolo fosse limitato a singoli episodi di spaccio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che la prova della partecipazione all'associazione può derivare anche da condotte funzionali alla vita del gruppo, come la contabilità o le attività anti-intercettazione, e non solo dallo spaccio. La Corte ha inoltre confermato l'adeguatezza della custodia in carcere, ritenendo le misure meno afflittive inidonee a contenere la pericolosità del soggetto.
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Continuità associazione mafiosa: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di tipo mafioso (art. 416 bis c.p.). La sentenza stabilisce che la prova della continuità di un'associazione mafiosa può fondarsi su precedenti sentenze definitive che ne hanno accertato l'esistenza, unite a nuovi elementi che dimostrano la persistente operatività del gruppo, come il sostegno ai latitanti e il controllo del territorio. Il ricorso dell'indagato, che contestava la mancanza di prove sull'attualità del sodalizio e sulla sua partecipazione, è stato rigettato.
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Pericolo di recidiva: la Cassazione sul narcotraffico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto, incensurato, arrestato per il trasporto di 115 kg di hashish. La Corte ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere, stabilendo che il concreto e attuale pericolo di recidiva può essere desunto da elementi oggettivi, come l'ingente quantità di stupefacente e le modalità organizzate del trasporto, che rivelano una spiccata professionalità criminale e rendono inadeguata ogni altra misura meno afflittiva.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma una misura cautelare per un imprenditore accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La sentenza analizza i requisiti del reato, sottolineando come un rapporto stabile e reciprocamente vantaggioso con esponenti di un clan, finalizzato a rafforzare l'associazione, integri la fattispecie criminosa. La Corte ha ritenuto sufficienti, a livello indiziario, le dichiarazioni di collaboratori di giustizia corroborate da intercettazioni, respingendo il ricorso dell'indagato.
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Partecipazione associazione mafiosa: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di partecipazione associazione mafiosa. La Corte ha confermato la validità delle indagini, anche se l'iscrizione del soggetto nel registro degli indagati è stata successiva ai primi sospetti. È stato ritenuto sussistente un quadro di gravità indiziaria basato su intercettazioni che dimostravano il ruolo stabile dell'imputato come referente di zona del clan in un specifico settore economico, quello dello smaltimento degli oli esausti, respingendo la tesi difensiva che riduceva il suo coinvolgimento a meri legami di parentela o a un ruolo di paciere occasionale.
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Pericolo di reiterazione: il tempo non lo cancella
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un individuo accusato di essere a capo di un'associazione per il narcotraffico, che chiedeva la revoca della custodia cautelare. La difesa sosteneva che il pericolo di reiterazione fosse venuto meno a causa del tempo trascorso dai fatti (risalenti al 2019) e della disarticolazione del gruppo. La Corte ha stabilito che, per reati di tale gravità, né il tempo trascorso né la fine del sodalizio sono sufficienti a superare la presunzione di pericolosità, data la personalità dell'indagato e il suo persistente interesse per le attività criminali anche durante la detenzione.
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Custodia cautelare e mafia: la prova dal carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di continuare a dirigere un'associazione di stampo mafioso nonostante lo stato di detenzione. La decisione si fonda su un quadro indiziario basato su intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ritenuto sufficiente a dimostrare la persistenza del ruolo direttivo e la pericolosità sociale. La Corte ha ribadito che il suo sindacato non può estendersi a una nuova valutazione dei fatti, ma deve limitarsi al controllo sulla logicità e coerenza della motivazione del provvedimento impugnato.
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Reato associativo: quando fornire droga non basta
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di custodia cautelare per il reato associativo finalizzato al traffico di droga, specificando che la semplice fornitura, anche ripetuta, di sostanze stupefacenti a un gruppo criminale non è sufficiente a dimostrare la stabile appartenenza dell'individuo al sodalizio. L'ordinanza è stata invece confermata per i singoli episodi di spaccio, evidenziando la necessità di provare un vincolo durevole e una cosciente partecipazione agli scopi dell'associazione.
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Partecipazione associazione mafiosa: il ruolo specifico
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa. La Corte ha stabilito che per configurare il reato non è sufficiente la mera riconducibilità di un soggetto a un contesto criminale familiare o territoriale, ma è indispensabile dimostrare il suo ruolo specifico e la sua stabile messa a disposizione del sodalizio. La decisione è stata motivata dalla mancata valutazione, da parte del tribunale, di prove difensive cruciali che smentivano le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, minando così la convergenza degli indizi.
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Annullamento ordinanza cautelare: il nesso indiziario
La Corte di Cassazione ha disposto l'annullamento di un'ordinanza cautelare emessa nei confronti di un indagato per associazione mafiosa e narcotraffico. La decisione si fonda sulla stretta connessione probatoria con la posizione di un altro co-indagato, per il quale la misura era già stata annullata. Secondo la Corte, il venir meno della gravità indiziaria per uno dei soggetti rende illogico mantenere la misura per l'altro, se basata sugli stessi elementi, evidenziando un importante principio sull'annullamento dell'ordinanza cautelare in casi di posizioni interconnesse.
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Bis in idem e spaccio: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato, sottoposto a misura cautelare per spaccio, che invocava la violazione del principio del bis in idem. La Corte ha stabilito che episodi distinti di cessione e detenzione di stupefacenti, non legati da contiguità temporale, costituiscono reati separati e non un'unica condotta, confermando così la legittimità della misura cautelare.
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Retrodatazione custodia: no se i fatti non desumibili
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un individuo, già detenuto per reati di contrabbando, che chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare disposta per un successivo e autonomo reato di associazione mafiosa. Il fulcro della decisione è il principio della "retrodatazione custodia cautelare", applicabile a reati diversi solo se i fatti del secondo reato erano già "desumibili" dagli atti al momento della prima ordinanza. La Corte ha chiarito che per "desumibilità" non si intende una mera conoscenza storica, ma un quadro indiziario completo e sufficientemente grave da giustificare l'emissione di una nuova misura. Poiché tale quadro si è consolidato solo molto tempo dopo la prima ordinanza, la richiesta di retrodatazione è stata correttamente respinta.
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Retrodatazione custodia cautelare: quando non si applica
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato che chiedeva la retrodatazione della custodia cautelare per partecipazione ad associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. La Corte ha stabilito che la retrodatazione custodia cautelare non è applicabile poiché, al momento della prima misura per un reato connesso, gli elementi relativi all'esistenza e alla struttura dell'associazione non erano ancora pienamente desumibili dagli atti. Inoltre, è stata confermata l'attualità del pericolo di recidiva data la gravità del ruolo ricoperto dall'indagato.
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