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Art. 2569 Codice Civile

8 provvedimenti

Preclusione per coesistenza: l’uso locale non cancella il marchio
La Prima Azienda di trasporti, titolare di un marchio registrato a livello nazionale, si è opposta alla registrazione di un marchio simile da parte della Seconda Azienda, nata dalla medesima scissione societaria. La Commissione dei ricorsi aveva inizialmente consentito la registrazione del secondo marchio, applicando il principio della preclusione per coesistenza a causa dell'uso pacifico dei due segni per vent'anni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Prima Azienda. I giudici hanno chiarito che la preclusione per coesistenza richiede un uso simultaneo, in buona fede e di lunga durata sull'intero territorio nazionale. Un semplice consenso all'uso del marchio in un ambito strettamente locale non è sufficiente a limitare i diritti di esclusiva del primo registrante su scala nazionale. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Marchio di forma: la Cassazione sul valore sostanziale
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 33100 del 2023, ha chiarito i confini tra la tutela del diritto d'autore e quella del marchio di forma per un prodotto di disegno industriale. La Corte ha stabilito che se la forma di un prodotto ha un "valore sostanziale", dato ad esempio dal suo riconosciuto valore artistico, ciò costituisce un impedimento assoluto alla sua registrazione come marchio. Il caso riguardava la forma di un iconico scooter italiano. La Corte ha cassato la decisione d'appello che aveva erroneamente richiesto che il valore estetico fosse "prevalente" su quello funzionale, specificando che è sufficiente che l'estetica sia un fattore molto importante nella scelta del consumatore. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Titolarità del diritto: l’onere della prova in giudizio
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società acquirente in una lunga controversia per la fornitura di beni difettosi. La decisione si fonda sulla mancata dimostrazione della titolarità del diritto da parte della società, che non ha fornito prove sufficienti a dimostrare di essere la legittima successora della ditta individuale originaria che stipulò il contratto. La sentenza sottolinea come l'onere della prova su questo punto spetti a chi agisce in giudizio e come la sua assenza possa portare al rigetto della domanda, a prescindere dal merito della questione.
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Marchio CE contraffatto: frode in commercio
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 37165/2024, ha stabilito che la vendita di prodotti con un marchio CE contraffatto non integra il delitto di commercio di prodotti con segni falsi (art. 474 c.p.), bensì quello di frode in commercio (art. 515 c.p.). La Corte ha chiarito che il marchio CE non è un segno distintivo del prodotto, ma un'attestazione di conformità a standard di sicurezza. Di conseguenza, ha riqualificato il reato e ha annullato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d'Appello per la sola rideterminazione della pena, dichiarando irrevocabile l'accertamento di responsabilità anche per il connesso reato di ricettazione.
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Marchio decettivo: priorità d’uso non giustifica l’uso
In una complessa vicenda sulla tutela di un marchio conteso tra un produttore americano e uno boemo, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: il diritto di priorità d'uso ("preuso") non legittima l'utilizzo di un marchio se questo è stato giudicato decettivo. L'uso di un marchio decettivo è un atto illecito che può costituire contraffazione dei marchi validamente registrati da terzi. La sentenza chiarisce che la protezione del consumatore dall'inganno prevale sul diritto di preuso, affermando che quest'ultimo non può essere esercitato in modo illecito.
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Rischio di confusione marchi: coesistenza e notorietà
Una grande catena della distribuzione, titolare di un noto marchio di tre lettere, si opponeva alla registrazione di un marchio simile, sempre di tre lettere, da parte di un'altra società. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione della commissione di ricorso, escludendo il rischio di confusione marchi. La sentenza si fonda sulla pacifica coesistenza dei due segni nel tempo e su differenze grafiche e concettuali, nonostante la notorietà del marchio anteriore.
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Danno reputazionale: quando la prova è insufficiente
Due società del settore giocattoli hanno citato in giudizio un'emittente televisiva per danno reputazionale, a seguito della pubblicazione di una notizia relativa a un'altra azienda con un marchio simile coinvolta in un'indagine penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. La Corte ha ribadito che, per ottenere un risarcimento, è indispensabile fornire la prova rigorosa del nesso causale tra la notizia diffusa e il danno patrimoniale o d'immagine lamentato, prova che nel caso di specie è mancata.
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Concorrenza sleale: quando il ricorso è inammissibile
Una lunga disputa legale su presunta concorrenza sleale, imitazione di marchio e appropriazione di know-how si conclude in Cassazione. La Corte dichiara inammissibile il ricorso di una società belga contro un'azienda italiana, confermando la decisione d'appello. La sentenza sottolinea che la Cassazione non può riesaminare i fatti e che le nuove prove in appello sono ammesse solo se indispensabili, ribadendo i limiti della valutazione probatoria nel giudizio di legittimità.
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