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Art. 2506-bis Codice Civile

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48 provvedimenti

Scissione societaria fraudolenta: quando è reato?
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta di un'amministratrice. Il reato è stato commesso tramite una scissione societaria fraudolenta, un'operazione apparentemente lecita utilizzata per trasferire tutti gli asset produttivi a una nuova società, lasciando l'azienda originale carica solo di debiti. La Corte ha stabilito che anche atti societari legittimi possono costituire reato se usati con l'intento di svuotare il patrimonio aziendale a danno dei creditori.
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Competenza tribunale imprese: quando la causa è civile?
Una società creditrice agisce per recuperare una provvigione da una società nata da una scissione. Quest'ultima eccepisce la competenza del tribunale imprese. La Cassazione chiarisce che la causa, avendo ad oggetto un debito contrattuale e non la validità della scissione, rientra nella competenza del tribunale ordinario.
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Rinnovazione istruttoria: Cassazione annulla condanna
In un caso di bancarotta fraudolenta, la Corte di Cassazione ha annullato una condanna emessa in appello, ribaltando una precedente assoluzione. La Suprema Corte ha statuito che la corte d'appello ha violato l'obbligo di procedere alla rinnovazione istruttoria, ovvero al riesame delle prove dichiarative decisive, prima di poter riformare la sentenza di primo grado. Inoltre, ha annullato le statuizioni civili per un difetto di legittimazione processuale della parte civile.
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Scissione societaria: la responsabilità ambientale
Una società beneficiaria di una scissione è ritenuta solidalmente responsabile per il danno ambientale causato dalla società scissa prima dell'operazione. La Cassazione, applicando l'art. 2506-bis c.c. e il diritto UE, conferma che la responsabilità ambientale si estende anche a passività non ancora quantificate al momento della scissione, pur essendo limitata al valore del patrimonio netto trasferito. Tuttavia, censura l'uso di un 'deposito fruttifero' come metodo di liquidazione del danno, rinviando la causa per una nuova quantificazione.
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Scissione societaria e debiti: la responsabilità
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di scissione societaria, la società beneficiaria risponde in solido per i debiti della società scissa, anche se quest'ultima è stata cancellata dal registro delle imprese. La responsabilità è limitata al valore del patrimonio netto trasferito, ma spetta alla società beneficiaria dimostrare tale limite. La pronuncia chiarisce un importante principio a tutela dei creditori.
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Fondo di Garanzia INPS: obbligo di escussione?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2292/2025, ha stabilito che un lavoratore, il cui datore di lavoro sia fallito, ha diritto di accedere direttamente al Fondo di Garanzia INPS per il pagamento del TFR, senza dover prima agire contro altri soggetti solidalmente responsabili, come la società scissa ancora in bonis. La Corte ha chiarito che la legge non prevede un beneficio di escussione a favore del Fondo, garantendo così una tutela rapida ed efficace al lavoratore. L'INPS potrà poi surrogarsi nei diritti del lavoratore per recuperare le somme.
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Concordato preventivo: la fattibilità giuridica del piano
Una società alberghiera, dopo un'operazione di scissione, ha proposto un concordato preventivo. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione della Corte d'Appello che aveva omologato il piano, ritenendo l'omologazione illegittima senza il previo voto dei creditori. Inoltre, ha censurato la mancata valutazione della fattibilità giuridica del piano, in particolare riguardo la concreta capacità patrimoniale della società beneficiaria della scissione di soddisfare i creditori. La Cassazione ha sottolineato che il giudice deve effettuare una verifica sostanziale e non meramente formale del piano proposto.
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Diritto fornitura gratuita: no a diritti senza concessione
Con la sentenza Cass. Civ., Sez. Un., n. 34469 del 27/12/2019, la Corte Suprema ha stabilito che un presunto diritto fornitura gratuita di energia, derivante da antichi diritti di derivazione d'acqua, non può essere opposto alle attuali società energetiche. La Corte ha chiarito che, dopo l'entrata in vigore del Testo Unico sulle Acque del 1933, qualsiasi diritto sull'uso delle acque pubbliche deve fondarsi su un provvedimento di concessione amministrativa. Gli accordi tra privati, anche se transattivi, non sono sufficienti a creare un diritto reale opponibile a terzi, e il ricorrente non ha provato di aver mai ottenuto tale riconoscimento formale.
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