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Art. 2126 Codice Civile — Sezione Prima Civile

6 provvedimenti

Altri anni per Art. 2126 Codice Civile

Lavoro subordinato dell’amministratore: contratto vs realtà
Un ex amministratore e liquidatore ha proposto opposizione allo stato passivo della società in liquidazione giudiziale, chiedendo l'ammissione di crediti di lavoro subordinato come dirigente. Il Tribunale ha respinto la domanda per mancanza di prova del vincolo di subordinazione e delle mansioni distinte rispetto alle cariche societarie rivestite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la formale sottoscrizione di un contratto e il versamento di contributi previdenziali non bastano a dimostrare il lavoro subordinato dell'amministratore. Per ottenere il riconoscimento del credito, il lavoratore avrebbe dovuto fornire prove specifiche e non generiche sulle mansioni effettivamente svolte sotto la direzione altrui. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Compenso revocato: vince la gratuità degli incarichi negli enti
Una fondazione privata, beneficiaria di contributi pubblici, ha citato in giudizio il proprio ex presidente per ottenere la restituzione di oltre 50.000 euro percepiti indebitamente come indennità di carica. La richiesta si fonda sul principio della gratuità degli incarichi per gli enti finanziati con fondi pubblici, che determina la nullità delle delibere di attribuzione dei compensi. L'ex presidente si è opposto, sostenendo l'esistenza di un rapporto di lavoro dipendente e chiedendo l'applicazione di specifiche esenzioni normative. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la condanna alla restituzione integrale. I giudici hanno chiarito che la gratuità degli incarichi rappresenta la regola generale per tali enti e le eccezioni non sono estensibili per analogia. Inoltre, le questioni relative alla presunta natura subordinata del rapporto sono state ritenute inammissibili poiché sollevate per la prima volta solo nel giudizio di legittimità.
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Contratto di agenzia: la prova scritta è essenziale
Un'agente ha richiesto l'ammissione di un cospicuo credito nel fallimento di una società, basato su un contratto di agenzia. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito, respingendo il ricorso. La Suprema Corte ha ribadito che la prova del contratto di agenzia richiede la forma scritta *ad probationem*, escludendo la possibilità di dimostrarlo tramite testimoni o presunzioni basate su altri documenti, come fatture o pagamenti.
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Trust liquidatorio e fallimento: compenso negato
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei gestori di un trust liquidatorio che chiedevano un compenso per l'attività svolta prima del fallimento della società. La Corte ha confermato la decisione di merito che riteneva il trust inesistente in quanto in contrasto con le norme imperative fallimentari, rendendo nullo qualsiasi credito derivante da esso.
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Clausola anatocistica: serve nuovo accordo post 2000
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28609/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di contratti bancari. Se una clausola anatocistica in un contratto di conto corrente stipulato prima del 2000 è nulla, l'istituto bancario non può introdurre una nuova forma di capitalizzazione degli interessi tramite un semplice adeguamento unilaterale. È invece necessaria una nuova ed espressa pattuizione tra la banca e il cliente. La Corte ha cassato la decisione d'appello che aveva ritenuto legittimo l'adeguamento, ribadendo che la nullità radicale della clausola originaria rende impossibile il giudizio comparativo previsto dalla normativa. La sentenza chiarisce anche che il correntista ha sempre interesse a far dichiarare la nullità di tali clausole, a prescindere dalla possibilità di ottenere una restituzione di somme.
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Restituzione indennità: quando va restituita?
Un ex presidente di un Ente Parco è stato condannato alla restituzione delle indennità percepite in un periodo in cui la carica era stata resa onorifica per legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, stabilendo che una norma successiva, che reintroduceva l'indennità, non poteva avere effetto retroattivo. Di conseguenza, la richiesta di restituzione dell'indennità da parte dell'ente è stata ritenuta legittima, in quanto le somme erano state indebitamente percepite.
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