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Art. 2119 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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693 provvedimenti

Altri anni per Art. 2119 Codice Civile

Licenziamento disciplinare: reintegra o indennizzo?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un indennizzo economico in favore di un ispettore della grande distribuzione, escludendo però la tutela reintegratoria. Il licenziamento disciplinare era scaturito da gravi omissioni nei controlli di igiene, qualità e gestione delle scorte. Sebbene i giudici abbiano ritenuto la sanzione espulsiva sproporzionata rispetto ai fatti, hanno negato il ritorno al lavoro poiché le condotte omissive non erano espressamente previste dal CCNL come punibili con sanzioni conservative. La decisione ribadisce che la reintegra scatta solo in caso di insussistenza del fatto o specifica tipizzazione contrattuale della sanzione minore.
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Licenziamento per giusta causa: badge e pausa pranzo
Una dipendente pubblica è stata sanzionata con il licenziamento per giusta causa per aver omesso di timbrare il badge durante le uscite per la pausa pranzo in più occasioni. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento, stabilendo che la mancata registrazione delle uscite integra la fattispecie di falsa attestazione della presenza. Nonostante l'esiguità del danno economico, la condotta è stata giudicata fraudolenta e idonea a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario con l'amministrazione, rendendo proporzionata la sanzione espulsiva.
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Errore materiale: come correggerlo in Cassazione
Una società di trasporti ha richiesto la correzione di un errore materiale contenuto in un'ordinanza della Cassazione. Il dispositivo indicava erroneamente l'accoglimento del secondo motivo di ricorso anziché del primo, in palese contrasto con la motivazione della sentenza stessa. La Suprema Corte, rilevata la svista, ha ordinato la correzione, ristabilendo la coerenza tra il ragionamento giuridico e la decisione finale riguardante un licenziamento per giusta causa, garantendo così la corretta applicazione della parola_chiave nel processo.
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Licenziamento disciplinare e sicurezza sul lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare intimato a un operaio che aveva manomesso i sistemi di sicurezza dello stabilimento. Il dipendente aveva bloccato il pulsante di ripristino delle pedane di sicurezza, creando un rischio concreto per l'incolumità propria e dei colleghi. La Suprema Corte ha stabilito che l'eventuale ritardo nella ricezione della comunicazione di licenziamento, se causato da un indirizzo errato fornito dal lavoratore stesso, non invalida la sanzione. Inoltre, la violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro è stata ritenuta di gravità tale da giustificare il recesso immediato per giusta causa, superando le tipizzazioni meno gravi previste dai contratti collettivi.
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Giusta causa di licenziamento: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento di una dipendente bancaria accusata di gravi irregolarità operative, tra cui l'acquisto non autorizzato di titoli e la gestione illecita di conti correnti. La ricorrente contestava la mancata sospensione del processo civile in attesa dell'esito penale, ma i giudici hanno ribadito l'autonomia della giusta causa di licenziamento rispetto alle valutazioni penalistiche. La decisione sottolinea come la rottura del vincolo fiduciario, accertata tramite prove documentali e presunzioni logiche, sia sufficiente a integrare la giusta causa di licenziamento indipendentemente dalla punibilità penale del fatto.
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Licenziamento per post offensivi su Facebook
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del **Licenziamento** per giusta causa intimato a un dipendente che aveva pubblicato post volgari e diffamatori su Facebook. I messaggi, diretti contro l'azienda e il suo fondatore, sono stati ritenuti lesivi dell'immagine aziendale poiché pubblicati su un profilo 'aperto' e quindi accessibili a un numero indeterminato di utenti. La Corte ha inoltre chiarito che la richiesta di audizione difensiva inviata tramite e-mail ordinaria non costituisce prova di ricezione, gravando sul lavoratore l'onere di dimostrare che il datore di lavoro ne abbia avuto effettiva conoscenza.
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Licenziamento per giusta causa e proporzionalità
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento per giusta causa intimato a un dipendente per presunta insubordinazione e offese in comunicazioni private. I giudici hanno stabilito che, sebbene il comportamento fosse sconveniente, mancava il requisito della gravità necessaria per la risoluzione del rapporto. La decisione ribadisce che il licenziamento per giusta causa deve sempre rispettare il principio di proporzionalità, confermando l'indennità risarcitoria a favore del lavoratore.
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Licenziamento per giusta causa: furto o errore?
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente accusata di aver sottratto il cellulare di un collega. I giudici hanno rilevato che l'appropriazione era avvenuta per un errore materiale dovuto alla somiglianza estetica dei dispositivi, escludendo l'intento doloso. Poiché il fatto contestato come furto non è stato provato nella sua componente soggettiva, il licenziamento è stato annullato con applicazione della tutela reintegratoria attenuata.
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Licenziamento per giusta causa e prassi aziendali
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente di una catena di profumerie. La lavoratrice era stata accusata di aver creato una carta fedeltà fittizia per ottenere vantaggi personali. Tuttavia, i giudici hanno accertato che tale condotta rientrava in una prassi aziendale diffusa, nota ai responsabili di negozio, finalizzata ad agevolare gli acquisti dei clienti occasionali. Poiché il fatto contestato mancava dell'elemento del vantaggio personale esclusivo e del danno aziendale descritti nell'addebito, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società, confermando il diritto della lavoratrice alla tutela reintegratoria.
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Licenziamento per finta malattia: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per finta malattia di un dipendente di una nota azienda di trasporti. Il lavoratore, durante il periodo di infermità, era stato sorpreso da un'agenzia investigativa mentre gestiva attivamente un locale pubblico, anche in orari notturni e durante le fasce di reperibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché presentato oltre il termine di 60 giorni previsto dalla normativa per il rito speciale. La condotta del dipendente è stata ritenuta incompatibile con lo stato di malattia e lesiva del vincolo fiduciario, integrando pienamente la giusta causa di recesso.
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Licenziamento disciplinare: guida per i dirigenti
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare intimato a un dirigente per gravi irregolarità commesse durante una procedura di selezione del personale. Nonostante i fatti risalissero a circa tre anni prima della contestazione, la Corte ha ritenuto rispettato il principio di immediatezza relativa, poiché la società datrice di lavoro è venuta a conoscenza dei dettagli solo a seguito di una specifica indagine interna. La gravità delle condotte, tra cui l'assenza di criteri trasparenti di preselezione e l'assunzione di candidati senza prove pratiche, ha irrimediabilmente leso il vincolo fiduciario, escludendo inoltre la natura ritorsiva del provvedimento.
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Licenziamento dirigente: quando è giustificato?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento dirigente intimato a un Direttore del Personale per condotte ritenute lesive del rapporto fiduciario. Tra gli addebiti principali figurano l'imposizione arbitraria di oneri ai dipendenti beneficiari della Legge 104/1992, come la richiesta di programmazione trimestrale e certificati medici non previsti dalla legge, e la mancata inclusione di clausole retributive pattuite nei contratti di nuovi assunti. La Corte ha ribadito che per il licenziamento dirigente è sufficiente la giustificatezza, ovvero una condotta che incrini l'affidabilità professionale, senza necessità di raggiungere la gravità della giusta causa.
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Licenziamento per giusta causa: limiti e sanzioni
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento per giusta causa intimato a un dipendente di un ente pubblico che, pur essendo autorizzato ad allontanarsi per necessità personali, aveva effettuato una breve sosta non autorizzata presso un mercato. La pubblicazione sui social network di una foto dell'auto di servizio da parte di terzi non è stata ritenuta imputabile al lavoratore, in quanto evento imprevedibile. La sanzione espulsiva è stata giudicata sproporzionata rispetto alla lieve entità dell'infrazione, che avrebbe dovuto comportare solo una misura conservativa.
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Licenziamento disciplinare: risarcimento e rinvio
La Corte di Cassazione ha chiarito i confini del risarcimento in caso di licenziamento disciplinare illegittimo di un dirigente pubblico. Il caso riguarda un direttore generale rimosso dall'incarico senza che sussistesse una reale giusta causa. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, aveva negato il risarcimento ritenendo la domanda 'nuova' e quindi inammissibile. Gli Ermellini hanno invece stabilito che, se il ricorso originario contestava già l'illegittimità del recesso e chiedeva somme 'ritenute di giustizia', la successiva quantificazione dei danni basata sulle retribuzioni perse non costituisce una novità preclusa, specialmente se derivante dalla necessità di adeguarsi a una precedente pronuncia di legittimità.
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Licenziamento disciplinare: quando l’offesa è lieve
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento disciplinare intimato a un lavoratore per una telefonata offensiva rivolta a una responsabile. I giudici di merito avevano ritenuto la condotta un gesto d'impeto privo di reale intento minaccioso, dichiarando la sanzione espulsiva sproporzionata. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione della gravità del fatto e della proporzionalità della sanzione è un accertamento di merito incensurabile in sede di legittimità, purché la motivazione sia logica e rispetti i parametri legali e collettivi.
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Recesso ante tempus: tutele nel lavoro autonomo
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto al compenso integrale per un collaboratore coordinato e continuativo il cui contratto era stato sospeso unilateralmente dall'ente committente prima della scadenza. Il cuore della vicenda riguarda il recesso ante tempus: la Corte ha stabilito che l'apposizione di un termine in un contratto di collaborazione parasubordinata impedisce il recesso libero (ad nutum). Di conseguenza, lo scioglimento anticipato è legittimo solo in presenza di una giusta causa. In assenza di tale motivazione, la sospensione configura una mora del creditore, obbligando il committente a pagare l'intero compenso residuo senza che il lavoratore debba provare di aver offerto la propria prestazione.
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Licenziamento disciplinare: stop agli accessi abusivi
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare intimato a un dipendente di un ente pubblico per oltre duemila accessi abusivi ai sistemi informatici. La decisione si fonda sulla validità della prova presuntiva, derivante dalla sistematica mancanza di richieste formali degli utenti e dalle dichiarazioni rese dal lavoratore alla polizia giudiziaria. La Corte ha stabilito che la condotta, caratterizzata da dolo e violazione della privacy, integra una giusta causa di recesso, rendendo irrilevante l'eventuale estinzione del reato penale per prescrizione.
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Incompatibilità pubblico impiego: basta l’albo
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'incompatibilità pubblico impiego si configura con la semplice iscrizione all'albo degli avvocati, rendendo irrilevante l'esercizio effettivo della professione. Il caso riguardava un funzionario comunale licenziato per non aver dichiarato la propria iscrizione forense. La Suprema Corte ha chiarito che la mera iscrizione lede i principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione, rinviando tuttavia alla Corte d'Appello per valutare se il licenziamento sia una sanzione proporzionata alla condotta specifica.
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NASpI: dimissioni per contributi non versati
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto alla NASpI per una lavoratrice dimessasi per giusta causa a seguito del mancato versamento dei contributi previdenziali per circa quattro anni. L'ente previdenziale aveva negato l'anticipazione del trattamento, sostenendo l'insussistenza della giusta causa. I giudici hanno invece stabilito che l'omissione contributiva prolungata lede irrimediabilmente il rapporto fiduciario, rendendo legittimo il recesso immediato. La presenza di tutele alternative, come il principio di automaticità delle prestazioni, non sana la gravità della condotta datoriale ai fini della risoluzione del contratto.
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Licenziamento illegittimo: prova e poteri del giudice
La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza d'appello che dichiarava il licenziamento illegittimo di un dipendente accusato di offese razziali verso una dirigente. La decisione si fonda sulla mancata prova dei fatti contestati, emersa a seguito di una nuova audizione dei testimoni in secondo grado. La Corte ha ribadito che il giudice d'appello può esercitare poteri istruttori ufficiosi per chiarire discrepanze probatorie, rendendo il licenziamento illegittimo qualora l'addebito non risulti confermato con certezza.
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