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Art. 2119 Codice Civile

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757 provvedimenti

Indennità di fine rapporto agente: onere della prova
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'agente, chiarendo che spetta a quest'ultima provare i presupposti per l'indennità di fine rapporto agente. In particolare, non basta dimostrare di aver acquisito nuovi clienti, ma è necessario provare che la società preponente continui a trarne vantaggi sostanziali. La Corte ha inoltre ribadito la natura discrezionale dell'ordine di esibizione di documenti, negandolo quando la richiesta appare tardiva ed esplorativa.
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Revoca incarico dirigenziale: quando è atto pubblico?
Un ex direttore generale di un ente pubblico per l'edilizia residenziale ha contestato la revoca anticipata del suo incarico. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: la nomina e la revoca di tale figura non sono atti di diritto privato, bensì provvedimenti amministrativi. Di conseguenza, l'impugnazione doveva essere presentata dinanzi al giudice amministrativo e non al giudice del lavoro. La mancata impugnazione in sede amministrativa ha reso definitivo l'atto di revoca.
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Licenziamento giusta causa per violazione sicurezza
Un caposquadra viene licenziato per gravi violazioni della sicurezza sul lavoro e per aver falsamente attestato il rispetto delle norme in un verbale. La Corte di Cassazione conferma il licenziamento per giusta causa, sottolineando che la condotta del lavoratore, aggravata dal suo ruolo di responsabilità e dalla falsa attestazione, ha irrimediabilmente compromesso il vincolo fiduciario con il datore di lavoro. La sentenza chiarisce anche la validità di una contestazione disciplinare che richiama documenti noti al dipendente.
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Licenziamento disciplinare: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato un licenziamento disciplinare di una dipendente per aver divulgato informazioni aziendali riservate. Il ricorso è stato respinto perché ritenuto generico e non specifico nel contestare le decisioni dei giudici di merito. La Corte ha ribadito che una direttiva aziendale scritta prevale su eventuali prassi informali e che l'esito di un procedimento penale non vincola il giudice civile, che valuta autonomamente la condotta ai fini del rapporto di lavoro.
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Insegnante pubblico impiego: obbligo autorizzazione
La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione disciplinare a carico di una docente per aver ricoperto per anni cariche amministrative in enti non profit senza la prescritta autorizzazione. La sentenza sottolinea che per un insegnante pubblico impiego l'obbligo di autorizzazione preventiva sussiste anche per incarichi gratuiti, al fine di tutelare il principio di esclusività del rapporto di lavoro e prevenire conflitti di interesse.
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Licenziamento per video social: quando è illegittimo?
La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità di un licenziamento per video social ai danni di una commessa. Il video, pubblicato su una nota piattaforma, esprimeva noia e insofferenza per il lavoro con espressioni colloquiali, ma secondo la Corte non costituiva una violazione così grave da rompere il vincolo fiduciario e giustificare il licenziamento. La sanzione è stata giudicata sproporzionata, in quanto la condotta non integrava un disprezzo per l'azienda ma una generica insoddisfazione, punibile al massimo con una sanzione conservativa.
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Dimissioni per giusta causa: la parola alla Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice che si era dimessa per giusta causa a seguito di una contestazione disciplinare da parte della sua banca. La Corte ha ribadito che la valutazione della giusta causa è un accertamento di fatto riservato ai giudici di merito e che una mera incolpazione disciplinare, se non lesiva della dignità, non è sufficiente a giustificare il recesso. Il ricorso è stato respinto anche per vizi procedurali, come la commistione di diversi motivi di impugnazione.
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Sospensione procedimento disciplinare: quando è lecita?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della sospensione del procedimento disciplinare a carico di un'infermiera, in attesa della conclusione di un processo penale per gli stessi fatti. La sentenza chiarisce che, nonostante il principio di autonomia tra i due procedimenti, la Pubblica Amministrazione ha la facoltà discrezionale di sospendere l'azione disciplinare in casi di particolare complessità, senza che ciò violi le norme vigenti.
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Licenziamento autoferrotranvieri: procedura e nullità
La Corte di Cassazione ha dichiarato nullo il licenziamento di un conducente di autobus (un caso di licenziamento autoferrotranvieri) perché l'azienda non ha seguito la procedura disciplinare speciale prevista dalla legge. Tale procedura impone, su richiesta del lavoratore, la decisione da parte di un Consiglio di disciplina. La violazione di questa norma imperativa comporta la nullità del licenziamento e il conseguente diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro, annullando la precedente decisione della Corte d'Appello che aveva solo riconosciuto un'indennità risarcitoria.
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Licenziamento autoferrotranvieri: procedura nulla
Un autista di mezzi pubblici è stato licenziato per presunte irregolarità. La Corte di Cassazione ha annullato il licenziamento perché l'azienda non ha rispettato la procedura disciplinare speciale prevista per il licenziamento autoferrotranvieri, che impone la decisione da parte di un organo terzo, il Consiglio di Disciplina. La violazione di questa procedura imperativa ha comportato la nullità del licenziamento e il diritto del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro.
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Transazione TFR: quando copre anche il non detto
Un ex dipendente, dopo aver firmato un accordo di conciliazione giudiziale con il suo ex datore di lavoro, ha agito in giudizio per ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto (TFR). La Corte d'Appello ha dichiarato la sua domanda improponibile, ritenendo che la transazione TFR, definita "omnicomprensiva", precludesse qualsiasi ulteriore pretesa, anche se non esplicitamente menzionata. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del lavoratore. La Suprema Corte ha sottolineato che l'interpretazione del giudice di merito, basata sulla volontà delle parti di chiudere ogni pendenza legata al rapporto di lavoro, era corretta e non sindacabile, evidenziando inoltre numerosi profili di inammissibilità nel ricorso presentato.
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Licenziamento giusta causa: pause e mansioni mobili
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società di trasporti contro la decisione che annullava il licenziamento per giusta causa di un dipendente. Il lavoratore, con mansioni di corriere, era stato accusato di fare pause personali durante l'orario di lavoro. I giudici hanno ritenuto che la natura itinerante del suo lavoro giustificasse pause frammentate e che la condotta, in ogni caso, non fosse così grave da motivare il licenziamento, ma al massimo una sanzione conservativa. L'inammissibilità è derivata anche dal fatto che l'azienda non ha impugnato tutte le motivazioni autonome della sentenza d'appello.
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Grave insubordinazione: l’insulto giustifica il licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento per giusta causa inflitto a una lavoratrice per grave insubordinazione. Il caso riguardava un singolo episodio in cui la dipendente aveva rivolto un epiteto offensivo al proprio superiore. La Corte ha stabilito che un atto di tale gravità, avvenuto in un contesto di dissenso lavorativo e davanti a terzi, è sufficiente a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario, rendendo superflua la valutazione di altri elementi come la reiterazione della condotta.
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Licenziamento disciplinare: quando va annullato?
Un lavoratore, licenziato per aver reso una testimonianza in tribunale ritenuta contrastante con precedenti dichiarazioni, ha visto la sua causa arrivare in Cassazione. La Suprema Corte ha annullato la decisione della Corte d'Appello, stabilendo che il giudice di merito ha l'obbligo di verificare se il contratto collettivo applicabile preveda sanzioni conservative per la condotta contestata. La mancata valutazione della proporzionalità della sanzione rende illegittimo il licenziamento disciplinare.
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Licenziamento disciplinare: minacce al collega?
Un caso di licenziamento disciplinare in cui un lavoratore è stato licenziato per aver minacciato un collega più giovane, incitandolo a ridurre la produttività. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del recesso, chiarendo che tale condotta lede il vincolo fiduciario e interferisce con l'organizzazione aziendale, anche se non esplicitamente prevista come causa di licenziamento dal contratto collettivo. La sentenza sottolinea l'ampia discrezionalità del giudice nel valutare la gravità dei fatti.
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Recesso per giusta causa: la Cassazione decide
Un agente, a cui era stato intimato il recesso per giusta causa a seguito di ammanchi di merce, ha impugnato la decisione. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità del recesso, condannando l'agente al risarcimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso finale dell'agente, dichiarando inammissibili le sue nuove argomentazioni legali in quanto non sollevate nei precedenti gradi di giudizio. La sentenza ribadisce che i motivi di ricorso in Cassazione devono vertere su questioni già dibattute.
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Licenziamento per recidiva: quando è illegittimo?
Un lavoratore veniva licenziato per giusta causa a seguito di plurime contestazioni disciplinari. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione della Corte d'Appello che confermava il licenziamento per recidiva. La Cassazione ha riscontrato una grave contraddittorietà nella motivazione della sentenza di secondo grado, la quale da un lato lamentava la mancata ammissione di prove e dall'altro riteneva provati i fatti senza tali prove, violando il diritto di difesa del lavoratore. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Obbligo di fedeltà del lavoratore: i limiti del divieto
Un lavoratore è stato licenziato per giusta causa per aver svolto attività per altre società. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ritenendo la sanzione sproporzionata. La Corte ha chiarito i confini dell'obbligo di fedeltà del lavoratore, affermando che la condotta, sebbene disciplinarmente rilevante, non era così grave da giustificare la risoluzione del rapporto, soprattutto in assenza di un danno effettivo per il datore di lavoro e considerato il tempo trascorso dai fatti.
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Licenziamento per giusta causa: la Cassazione decide
Un tecnico aeronautico, licenziato per giusta causa con l'accusa di assenze ingiustificate e di accesso non autorizzato in azienda, ha visto confermata l'illegittimità del licenziamento dalla Corte di Cassazione. La Corte ha stabilito che le condotte del lavoratore, alla luce delle prove e delle previsioni del CCNL, non erano abbastanza gravi da giustificare la massima sanzione espulsiva, ma al massimo una sanzione conservativa. La decisione sottolinea l'importanza della proporzionalità della sanzione e il valore vincolante del contratto collettivo.
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Licenziamento disciplinare per assenza: il caso
Un lavoratore viene licenziato per essersi allontanato sistematicamente dal posto di lavoro dopo aver timbrato. La Cassazione conferma il licenziamento disciplinare, ritenendo la condotta una grave violazione del vincolo fiduciario, a prescindere dal modesto danno economico e dall'esito del procedimento penale.
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