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Art. 2103 Codice Civile

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966 provvedimenti

Licenziamento collettivo: limiti alla scelta dei lavoratori
La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento collettivo in cui il datore di lavoro aveva limitato la platea dei lavoratori da licenziare solo al reparto soppresso, senza considerare altri dipendenti con professionalità equivalenti. La sentenza ribadisce che tale limitazione è giustificata solo da oggettive esigenze tecnico-produttive, altrimenti la scelta deve estendersi a tutti i lavoratori con profili fungibili per garantire correttezza e buona fede nell'applicazione dei criteri di selezione.
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Licenziamento orale: tutela e calcolo del danno
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha confermato la decisione della Corte d'Appello riguardo un caso di licenziamento orale. La Suprema Corte ha ribadito che il licenziamento orale non è nullo, ma inefficace, comportando il diritto del lavoratore al risarcimento del danno pari a tutte le retribuzioni non percepite. Il caso originava dalla conversione di un contratto di apprendistato in contratto a tempo indeterminato per mancata formazione. La Corte ha inoltre precisato i criteri per il calcolo del danno e l'applicazione del contratto collettivo indicato nel contratto individuale di lavoro.
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Trasferimento d’azienda: retribuzione e contratti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di alcuni lavoratori che si erano opposti alla cessazione di un emolumento retributivo, definito "superminimo non assorbibile", a seguito di un trasferimento d'azienda. La Corte ha stabilito che, in caso di cessione, si applica il contratto collettivo dell'azienda cessionaria, anche se meno favorevole. La tutela prevista dalla normativa, anche europea, mira a evitare un peggioramento delle condizioni lavorative al momento del trasferimento, ma non impedisce successive modifiche derivanti dall'applicazione di nuovi accordi collettivi.
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Trasferimento d’azienda: la retribuzione è salva?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34555/2024, ha stabilito che in caso di trasferimento d'azienda, la tutela della retribuzione dei lavoratori non è assoluta e illimitata nel tempo. I trattamenti migliorativi, come un superminimo, derivanti da un accordo collettivo del cedente possono essere legittimamente eliminati a seguito della disdetta di tale accordo, senza violare l'art. 2112 c.c. o le direttive UE, a condizione che le condizioni non vengano peggiorate al momento esatto del trasferimento.
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Danno da demansionamento: guida alla liquidazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un lavoratore che contestava la quantificazione del danno da demansionamento. La Corte ha ribadito che la liquidazione equitativa del danno è un potere discrezionale del giudice di merito, sindacabile solo in caso di motivazione assente o palesemente illogica. Il ricorso è stato respinto anche per difetto di autosufficienza, poiché non specificava in modo concreto gli elementi di fatto che si assumevano trascurati.
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Demansionamento infermiere: quando è legittimo?
Un'infermiera professionale lamentava un demansionamento per essere stata adibita alla pulizia di strumenti chirurgici, mansione tipica degli OSS. La Corte di Cassazione, riformando le decisioni precedenti, ha stabilito che nel pubblico impiego l'assegnazione a mansioni inferiori, seppur marginali, è legittima solo se giustificata da un'oggettiva e motivata esigenza aziendale, che deve essere formalmente provata dal datore di lavoro. Mancando tale prova, il demansionamento infermiere è illegittimo.
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Contributi previdenziali giornalisti: appello inammissibile
Una società editoriale ha impugnato una sentenza che la condannava al pagamento di contributi previdenziali giornalisti per somme erogate a titolo di incentivo all'esodo e transazioni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione dei fatti, come l'inquadramento di un lavoratore o la natura retributiva di una somma, spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, se non per vizi di legge.
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Recesso pubblico impiego: quando è legittimo?
Un dirigente universitario ha impugnato il licenziamento disposto dall'ateneo per raggiungimento dell'anzianità massima contributiva, contestando la motivazione, il preavviso e richiedendo compensi per mansioni superiori e incarichi extra. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del recesso pubblico impiego se motivato tramite richiamo ad atti programmatici generali. Ha inoltre stabilito la prevalenza del preavviso legale di sei mesi su quello contrattuale e ribadito il principio di onnicomprensività della retribuzione dirigenziale, che esclude compensi aggiuntivi per incarichi interni all'amministrazione.
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Trasferimento d’azienda: il superminimo può essere ridotto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33146/2024, ha stabilito che dopo un trasferimento d'azienda è legittima la riduzione di un 'superminimo' se il contratto collettivo applicato dal nuovo datore di lavoro non lo prevede. La tutela della retribuzione del lavoratore opera al momento del passaggio, ma non rende il trattamento economico intangibile rispetto a future modifiche della contrattazione collettiva. Il caso riguardava due lavoratori che si erano visti sopprimere un emolumento a seguito della disdetta di vecchi accordi aziendali, molti anni dopo il trasferimento.
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Trasferimento d’azienda: stipendio e nuovi contratti
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di trasferimento d'azienda, il datore di lavoro subentrante può legittimamente applicare il proprio contratto collettivo, anche se meno favorevole, dopo la scadenza di quello applicato dal cedente. La tutela per i lavoratori è volta a impedire un peggioramento retributivo immediato e dovuto al solo fatto del trasferimento, ma non rende i trattamenti economici intangibili rispetto alle successive dinamiche della contrattazione collettiva. La Corte ha rigettato il ricorso di alcune lavoratrici che si erano viste revocare un 'superminimo non assorbibile' a seguito della disdetta di un accordo aziendale, confermando la legittimità dell'operato aziendale.
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Danno da demansionamento: risarcimento e trasferimento
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un'azienda per danno da demansionamento, stabilendo che il pregiudizio professionale può essere provato anche in via presuntiva. L'ordinanza chiarisce che il trasferimento di un lavoratore che assiste un familiare disabile è illegittimo anche se avviene all'interno della stessa città, qualora leda la possibilità di assistenza. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando la decisione della Corte d'Appello che aveva riconosciuto l'illegittimità del trasferimento e il demansionamento del dipendente, assegnato a mansioni di call center non equivalenti alle precedenti.
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Inquadramento superiore: quando è un diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione conferma il diritto di un lavoratore all'inquadramento superiore per aver svolto mansioni di maggiore responsabilità. L'ordinanza chiarisce che anche nelle società a partecipazione pubblica "in house", il rapporto di lavoro è di natura privatistica e si applica l'art. 2103 c.c. Viene respinto il ricorso dell'azienda, che contestava la decisione basandosi su presunte rinunce del dipendente e sulla necessità di procedure selettive per le promozioni. La Corte ribadisce la validità del procedimento trifasico per l'accertamento delle mansioni e la corretta interpretazione delle norme contrattuali e di legge.
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Mansioni superiori: no differenze se pagati di più
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un dipendente comunale che, pur svolgendo mansioni superiori, richiedeva differenze retributive. La Corte ha stabilito che, poiché il lavoratore percepiva già una retribuzione di livello B4, superiore a quella (B3) rivendicata per le mansioni superiori svolte, non sussisteva alcun diritto a ulteriori compensi. La retribuzione più alta già in godimento è stata considerata 'assorbente' rispetto a qualsiasi differenza richiesta.
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Mansioni superiori: prova della direzione e controllo
Un dipendente pubblico ha richiesto il riconoscimento di mansioni superiori, ma la Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che, per ottenere un inquadramento superiore, non è sufficiente dimostrare autonomia e responsabilità, ma è necessario provare l'effettivo esercizio di compiti di direzione e coordinamento, come l'emanazione di direttive, elemento che il dipendente non è riuscito a dimostrare.
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Indennità di sostituzione: No a stipendio superiore
Un dirigente medico, incaricato di dirigere una struttura sanitaria di nuova istituzione e priva di titolare, ha richiesto il pagamento delle differenze retributive corrispondenti al ruolo superiore. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che in questi casi non si configura lo svolgimento di mansioni superiori, ma una sostituzione su posto vacante. Pertanto, al dirigente spetta unicamente l'indennità di sostituzione prevista dal Contratto Collettivo Nazionale, e non l'intero trattamento economico del dirigente sostituito, anche se l'incarico si protrae nel tempo.
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Indennità di sostituzione: il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un dirigente medico che chiedeva il pagamento di differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori. La decisione si fonda sul principio della 'doppia conforme', poiché il ricorrente non ha dimostrato la diversità delle ragioni di fatto tra la sentenza di primo grado e quella d'appello, entrambe a lui sfavorevoli. La Corte ha inoltre ribadito che la questione relativa all'indennità di sostituzione era già stata esaminata e decisa nel merito dalla corte d'appello.
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Demansionamento medico: quando non c’è risarcimento
Un chirurgo ha citato in giudizio la propria struttura sanitaria per demansionamento medico e mobbing, lamentando una drastica riduzione della sua attività operatoria. La Corte di Appello ha respinto la richiesta, non riscontrando un'emarginazione voluta, ma una gestione non paritaria degli interventi. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. È stato chiarito che, per configurare un demansionamento medico risarcibile, non basta una disparità quantitativa di incarichi, ma è necessaria la prova di una sostanziale inattività o l'assegnazione a mansioni estranee alla propria specializzazione.
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Retribuzione dirigente pubblico: no a differenze
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una dirigente pubblica che chiedeva differenze retributive per aver svolto mansioni riconducibili a un incarico di fascia superiore. Secondo la Corte, la retribuzione dirigente pubblico è onnicomprensiva e la graduazione degli incarichi è un atto discrezionale dell'amministrazione, non sindacabile nel merito dal giudice. A differenza dei dipendenti non dirigenti, per i manager non si configura un diritto automatico a un compenso maggiore basato sulle sole attività svolte.
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Demansionamento pubblico impiego: quando non c’è danno
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31256/2024, ha respinto il ricorso di un dirigente pubblico che chiedeva un risarcimento per demansionamento. Nonostante la revoca del suo incarico originario fosse stata giudicata illegittima in una precedente fase del processo, la Corte ha stabilito che non sussiste il diritto al risarcimento se i nuovi incarichi conferiti mantengono comunque natura dirigenziale, escludendo così un effettivo declassamento professionale. La sentenza sottolinea l'importanza di distinguere l'illegittimità di un atto dalla prova del danno concreto e ribadisce i rigorosi requisiti di ammissibilità dei ricorsi in Cassazione.
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Potere direttivo datore di lavoro: limiti e validità
Una lavoratrice ha impugnato il trasferimento, la gestione delle ferie e la modifica dell'orario di lavoro decisi dall'azienda. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che le decisioni rientrano nel legittimo esercizio del potere direttivo del datore di lavoro, a condizione che siano motivate e non arbitrarie. La sentenza sottolinea l'importanza di presentare motivi di ricorso specifici e non generici per poter contestare tali decisioni.
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