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Art. 2103 Codice Civile — Anno 2024

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227 provvedimenti

Altri anni per Art. 2103 Codice Civile

Danno da demansionamento: guida alla prova e risarcimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 7209/2024, ha rigettato il ricorso di un istituto di credito, confermando la condanna per aver demansionato un proprio dipendente, ex direttore di agenzia. La Corte ha ribadito che il danno da demansionamento può essere provato anche tramite presunzioni e che la sua quantificazione, effettuata in via equitativa come percentuale della retribuzione, è legittima se adeguatamente motivata.
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Demansionamento pubblico impiego: Cassazione chiarisce
Un dirigente della Polizia Municipale, rimosso dal suo incarico, ha citato in giudizio il Comune per demansionamento. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 7103/2024, ha respinto il ricorso, chiarendo i criteri per valutare il demansionamento pubblico impiego. La Corte ha stabilito che l'equivalenza delle mansioni va valutata secondo un criterio 'formale', basato sulla categoria contrattuale, e non sulla professionalità acquisita. Inoltre, la revoca di un incarico dirigenziale a termine non costituisce automaticamente demansionamento, ma rientra nel principio di turnazione degli incarichi.
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Assunzione PA: illegittimo annullare la prova vinta
Una candidata vince una selezione pubblica ma l'ente annulla la prova perché ritenuta 'troppo complessa'. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7068/2024, ha stabilito che tale annullamento è illegittimo. Una volta superata la prova di idoneità in un'assunzione PA tramite avviamento a selezione, il candidato acquisisce un vero e proprio diritto soggettivo all'assunzione, limitando il potere di autotutela dell'amministrazione. Il giudice può quindi disporre la costituzione del rapporto di lavoro.
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Obbligo di repechage: la prova spetta al datore
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6552/2024, ha confermato la decisione dei giudici di merito, ribadendo che in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, spetta al datore di lavoro dimostrare l'impossibilità di adempiere all'obbligo di repechage. Tale onere probatorio si estende anche alla verifica della possibilità di adibire il lavoratore a mansioni inferiori, compatibili con il suo bagaglio professionale. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, in parte perché mirava a una rivalutazione dei fatti e in parte per l'applicazione della regola della "doppia conforme", essendo le decisioni di primo e secondo grado fondate sul medesimo iter logico-argomentativo.
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Inquadramento superiore: il giudicato non si estende
Un lavoratore, a cui era stato riconosciuto un inquadramento superiore con sentenza passata in giudicato per il lavoro svolto presso un'amministrazione regionale, ha chiesto il mantenimento dello stesso livello presso una nuova agenzia pubblica. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, chiarendo che il giudicato precedente non si estende automaticamente a un nuovo e distinto rapporto di lavoro. Il lavoratore non ha fornito la prova né della continuità del rapporto né dello svolgimento effettivo delle mansioni superiori presso il nuovo datore, rendendo irrilevante la precedente decisione sull'inquadramento superiore.
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Mansioni superiori pubblico impiego: no promozione
Un dipendente di un'agenzia regionale, pur svolgendo mansioni di livello superiore, non ha ottenuto la promozione automatica. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che nel caso di mansioni superiori pubblico impiego, al lavoratore spettano solo le differenze di stipendio per il periodo lavorato e non l'inquadramento definitivo nel livello superiore, come previsto dal D.Lgs. 165/2001.
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Danno da demansionamento: come provarlo in giudizio
Una lavoratrice si è vista negare il risarcimento per danno da demansionamento perché i giudici di merito ritenevano non avesse allegato prove sufficienti del danno. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che il danno, pur non essendo automatico (in re ipsa), può essere provato tramite presunzioni. I giudici devono valutare tutti i fatti specifici allegati dal lavoratore (durata del demansionamento, natura delle mansioni, perdita di professionalità) come elementi per dedurre l'esistenza del pregiudizio. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Retribuzione di risultato: diritto o risarcimento?
Una dipendente pubblica ha richiesto il pagamento della retribuzione di risultato, nonostante l'ente non avesse fissato gli obiettivi annuali. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'inerzia del datore di lavoro costituisce un inadempimento contrattuale che non dà diritto al pagamento diretto del premio, ma al risarcimento del danno per perdita di chance. La domanda della lavoratrice, volta a ottenere l'adempimento e non il risarcimento, è stata quindi respinta.
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Retribuzione mansioni superiori: quando non è dovuta?
Una dipendente pubblica ottiene una promozione economica (da C2 a C3) poi annullata in autotutela. La lavoratrice chiede il pagamento delle differenze retributive per il periodo in cui l'inquadramento superiore era formalmente in vigore. La Corte di Cassazione respinge la domanda, stabilendo che la progressione economica all'interno della stessa area contrattuale non implica lo svolgimento di mansioni superiori, le quali sono considerate equivalenti. Pertanto, senza la prova di aver svolto compiti di un'area superiore, la richiesta di retribuzione per mansioni superiori è infondata, specialmente se l'atto di promozione è stato legittimamente annullato.
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Mansioni superiori: delega di firma non basta
Una dipendente pubblica ha richiesto le differenze retributive per lo svolgimento di mansioni superiori dirigenziali. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, stabilendo che la lavoratrice aveva ricevuto solo una delega di firma e non di funzioni, con la piena responsabilità delle attività rimasta in capo al dirigente. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 5683/2024, ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile in quanto mirava a un riesame dei fatti. Il principio chiave è che per il riconoscimento delle mansioni superiori è necessario l'effettivo esercizio delle piene responsabilità del ruolo, non il semplice compimento di alcuni atti su delega.
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Mansioni superiori: prova e onere in Cassazione
Un lavoratore ha citato in giudizio due aziende per ottenere il pagamento di differenze retributive legate a presunte mansioni superiori. Dopo aver perso nei primi due gradi di giudizio per insufficienza di prove, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione delle prove è di competenza esclusiva dei giudici di merito e che il lavoratore non era riuscito a dimostrare adeguatamente le sue pretese.
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Termine impugnazione lavoro: la Cassazione decide
Un gruppo di dipendenti pubblici ha fatto ricorso in Cassazione contro una sentenza della Corte d'Appello che negava il riconoscimento della loro anzianità di servizio e un inquadramento superiore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo. La decisione sottolinea che il termine impugnazione lavoro di sei mesi non è soggetto alla sospensione feriale, ribadendo un principio consolidato per le controversie in materia di lavoro, inclusi i giudizi di legittimità.
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Indennità agente unico: non si tocca con la riorganizzazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società di servizi postali, confermando il diritto di un lavoratore a percepire l'indennità agente unico. La Corte ha stabilito che tale indennità ha natura retributiva e, in base al principio di irriducibilità della retribuzione, non può essere soppressa unilateralmente dall'azienda a seguito di una riorganizzazione del servizio, anche se gli accordi collettivi che la prevedevano sono stati superati.
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Incarico dirigenziale medico: quando è un diritto?
Alcuni dirigenti medici hanno citato in giudizio la loro Azienda Sanitaria per ottenere il riconoscimento di un incarico dirigenziale medico di livello superiore, basandosi sulla loro anzianità di servizio. La Corte di Cassazione, confermando la decisione della Corte d'Appello, ha respinto la richiesta. La sentenza chiarisce che l'assegnazione di un ruolo professionale superiore non è un diritto automatico derivante dalla sola anzianità, ma è subordinata alla disponibilità di posti, alla copertura finanziaria e al superamento di specifiche procedure di selezione previste dai contratti collettivi.
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Incarico dirigenziale medico: non è automatico
Un gruppo di dirigenti medici ha citato in giudizio la propria Azienda Sanitaria per ottenere il riconoscimento automatico di un incarico professionale di elevata professionalità, basandosi su un'anzianità di servizio superiore a cinque anni. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha respinto le loro richieste, confermando la decisione della Corte d'Appello. La Suprema Corte ha stabilito che l'attribuzione di un incarico dirigenziale medico non è un automatismo legato alla sola anzianità, ma è subordinata a precise condizioni: l'effettiva esistenza di posti disponibili nell'organigramma aziendale, la relativa copertura finanziaria e il superamento delle procedure di selezione previste dalla contrattazione collettiva.
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Incarico dirigenziale medico: no automatismo
Un dirigente medico ha citato in giudizio la propria Azienda Sanitaria per ottenere un incarico di elevata professionalità, sostenendo di averne diritto dopo oltre cinque anni di servizio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che per l'attribuzione di un incarico dirigenziale medico non è sufficiente la sola anzianità di servizio. Sono invece necessari requisiti cumulativi: la disponibilità di posti, la copertura finanziaria e il superamento di specifiche procedure di selezione, come previsto dalla contrattazione collettiva.
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Inquadramento pubblico impiego: la Cassazione decide
Un dipendente pubblico, ex funzionario giudiziario, ha contestato il suo nuovo inquadramento professionale derivante da un contratto collettivo, sostenendo che fosse nullo e costituisse un demansionamento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando la piena legittimità dell'operato della contrattazione collettiva. Secondo la Corte, la definizione dell'inquadramento pubblico impiego è una prerogativa delle parti sociali, sottratta al sindacato del giudice, e il passaggio a un nuovo sistema non viola i diritti acquisiti né costituisce automaticamente un demansionamento.
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Incarico dirigenza medica: la Cassazione chiarisce
Un gruppo di dirigenti medici ha citato in giudizio la propria azienda sanitaria per ottenere il riconoscimento di un incarico professionale di livello superiore, sostenendo che fosse dovuto dopo aver maturato una certa anzianità di servizio. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5028/2024, ha respinto il ricorso. La Corte ha chiarito che per l'assegnazione di un incarico dirigenza medica di alta professionalità o di direzione di struttura semplice non è sufficiente la sola anzianità di servizio. È invece necessario che siano soddisfatte precise condizioni: l'esistenza di posti disponibili secondo l'atto aziendale, la relativa copertura finanziaria e il superamento delle procedure di selezione stabilite dalla contrattazione collettiva.
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Cessione ramo d’azienda: il doppio rapporto di lavoro
La Cassazione, in un caso di cessione ramo d'azienda illegittima, stabilisce che si creano due rapporti di lavoro distinti: uno 'de iure' con l'azienda cedente e uno 'de facto' con la cessionaria. Di conseguenza, l'accordo transattivo con la cessionaria non estingue il diritto del lavoratore a ricevere le retribuzioni dalla cedente.
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Progressione economica: non dà diritto a mansioni superiori
Un dipendente pubblico, a seguito di una selezione per promozione poi annullata, ha ricevuto per un periodo una retribuzione superiore. L'ente ha poi recuperato le somme. La Corte di Cassazione ha stabilito che la progressione economica all'interno della stessa area contrattuale non comporta automaticamente lo svolgimento di mansioni superiori. Pertanto, annullata la promozione, il lavoratore non aveva diritto a trattenere la maggior retribuzione, non avendo provato di aver svolto compiti di livello superiore.
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