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Art. 187 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

63 provvedimenti

Altri anni per Art. 187 Codice di Procedura Penale

Reato continuato in sede esecutiva: vietato aumentare le pene
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato in sede esecutiva per unificare le pene di due diverse sentenze di condanna. La Corte di appello, agendo come giudice dell'esecuzione, ha accolto la richiesta ma ha aumentato la pena per un reato satellite (commesso il 1 luglio 2016) a un anno e sei mesi di reclusione, superando di gran lunga l'aumento di due mesi e dieci giorni originariamente stabilito dal giudice della cognizione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, ribadendo che il giudice dell'esecuzione non può superare i limiti di aumento fissati nelle sentenze definitive, violando il divieto di riforma in peggio. La sentenza è stata annullata con rinvio per rideterminare correttamente la pena.
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Banconote contraffatte: quando il falso non è grossolano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la detenzione di banconote contraffatte destinate alla circolazione. L'imputato contestava la riconoscibilità del falso, ma i giudici hanno confermato che la falsità delle banconote era facilmente percepibile dall'uomo medio una volta prese in mano. Inoltre, l'uomo non ha fornito alcuna spiegazione plausibile sul perché possedesse quel denaro falso. La Suprema Corte ha ribadito che il falso grossolano si configura solo quando la contraffazione è immediatamente evidente a chiunque al primo sguardo, respingendo il tentativo di ottenere un nuovo giudizio di merito.
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Emissione di fatture per operazioni inesistenti: arresti validi
Due indagati, accusati del reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, hanno impugnato l'ordinanza cautelare (arresti domiciliari e obbligo di dimora) contestando la competenza territoriale del Tribunale di Pisa e l'attualità delle esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, ai fini della valutazione della pericolosità sociale e del rischio di reiterazione del reato, il giudice può legittimamente considerare il numero elevato di fatture false emesse, in quanto indice di un dolo intenso e di una spiccata capacità a delinquere. Inoltre, l'attualità del pericolo non richiede che la condotta illecita sia ancora in corso, ma si fonda su una prognosi di continuità del rischio basata sulla personalità del soggetto e sulle modalità del fatto.
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Reato continuato in sede esecutiva: no a sconti di pena arbitrari
Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza con cui il Giudice dell'esecuzione ha applicato la disciplina del reato continuato in sede esecutiva a un condannato per associazione a delinquere e bancarotta fraudolenta. Il giudice aveva erroneamente individuato come pena base quella inferiore stabilita per la bancarotta (tre anni e sei mesi) anziché quella maggiore per l'associazione (cinque anni), applicando poi un aumento cumulativo generico per i reati satellite. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, chiarendo che la pena base deve coincidere con la condanna più grave inflitta e che gli aumenti per i reati satellite vanno calcolati singolarmente dopo aver scorporato le precedenti unificazioni. L'ordinanza è stata annullata con rinvio.
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Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale: stop ai documenti
Due imputati, condannati per danneggiamento in concorso, hanno proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in appello. La difesa sosteneva che l'acquisizione di un documento da essa stessa richiesto imponesse la riapertura del dibattimento per garantire il contraddittorio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale riguarda l'assunzione di prove orali e non la semplice acquisizione di documenti. L'acquisizione documentale, sollecitata dalla stessa difesa, non lede il contraddittorio poiché le parti possono discuterne durante la discussione finale. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al risarcimento della parte civile.
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Ricettazione di reperti archeologici: annullata la condanna
Il caso riguarda l'accusa di ricettazione di reperti archeologici mossa nei confronti di un cittadino, trovato in possesso di una coppetta in terracotta e 18 monete romane in bronzo. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna basandosi sulla perizia del consulente tecnico del Pubblico Ministero. Tuttavia, la difesa ha dimostrato che la testimonianza e la relazione del consulente si riferivano in realtà a beni diversi, sequestrati a soggetti estranei nell'ambito di una più vasta indagine. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando un evidente travisamento della prova da parte dei giudici di merito, i quali hanno attribuito ai beni dell'imputato valutazioni destinate ad altri reperti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna, disponendo il rinvio del processo per un nuovo giudizio.
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Reato continuato: ricalcolo della pena senza sconti arbitrari
Il Condannato ha proposto ricorso contro la decisione del Giudice dell'esecuzione che, nel riconoscere il reato continuato tra diverse sentenze di condanna, aveva rideterminato la pena complessiva in dieci anni e un mese di reclusione. La difesa ha contestato la mancata scomposizione dei singoli reati e l'assenza di motivazione sull'entità degli aumenti di pena applicati per i reati satellite. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice, prima di calcolare la nuova pena, deve scorporare tutti i reati uniti in continuazione, individuare il più grave e motivare dettagliatamente ogni singolo aumento applicato. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Chiamata in correità ed ergastolo: la lite banale costa la vita
Una lite banale in discoteca, scatenata da dello champagne lanciato tra tavoli, sfocia nell'omicidio di un giovane e nel tentato omicidio di un altro. I giudici di merito condannano i due responsabili all'ergastolo, basandosi sulle dichiarazioni incrociate di diversi collaboratori di giustizia. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando l'attendibilità di tali dichiarazioni. La Suprema Corte rigetta i ricorsi, confermando la condanna. I giudici chiariscono che la chiamata in correità è pienamente valida se supportata da riscontri esterni dotati di autonomia genetica e convergenza individualizzante sul nucleo essenziale dei fatti, anche in presenza di lievi discrepanze marginali.
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Omessa dichiarazione dei redditi: condanna per l’amministratore
Il Legale Rappresentante di una società è stato condannato per il reato di omessa dichiarazione dei redditi e dell'IVA per l'anno d'imposta 2012. L'imposta evasa superava ampiamente la soglia di punibilità di 50.000 euro. La difesa ha contestato il calcolo dell'evasione, sostenendo che i giudici avessero ignorato i costi sostenuti dall'azienda e si fossero basati solo su presunzioni induttive. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di IVA, si possono considerare solo i costi effettivamente documentati. Per le imposte dirette, i costi non registrati rilevano solo se vi è la certezza della loro esistenza, elemento non dimostrato dall'imputato, che non ha presentato i registri contabili.
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Reato continuato: lo sconto di pena va applicato solo alla fine
Il Condannato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di Bologna che, agendo come giudice dell'esecuzione, aveva unificato diverse condanne applicando la disciplina del reato continuato. Il ricorrente lamentava un calcolo errato della pena complessiva, in quanto il giudice non aveva applicato correttamente lo sconto di un terzo previsto per il rito abbreviato e aveva aumentato in modo ingiustificato le sanzioni per i reati minori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in caso di continuazione tra condanne da giudizio abbreviato, il giudice deve determinare la pena base e gli aumenti al lordo e solo alla fine applicare la riduzione di un terzo sul totale complessivo. L'ordinanza e stata annullata con rinvio.
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Reato continuato: lo sconto di pena tra calcoli e realtà
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato in sede esecutiva per reati giudicati in due diversi processi definiti con rito abbreviato. Il Giudice dell'esecuzione ha applicato l'aumento per la continuazione calcolando la riduzione di un terzo per il rito speciale sia sulla pena base sia sull'aumento. Il Condannato ha proposto ricorso lamentando un errato calcolo matematico e l'omesso scorporo dei reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'ordine delle operazioni matematiche non influisce sul risultato finale a causa della proprietà invariantiva dell'addizione. Inoltre, il giudice dell'esecuzione ha correttamente motivato l'entità della pena in base alla gravità del traffico di stupefacenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rideterminazione della pena: sconti negati e condanna più dura
Il Condannato, accumulando diverse condanne definitive per rapine aggravate e porto d'armi, ha richiesto l'unificazione delle pene sotto il vincolo del reato continuato. La Corte d'Appello ha rideterminato la sanzione complessiva a oltre ventidue anni di reclusione. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un aumento di pena illegittimo e la violazione del divieto di peggioramento della condanna. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la rideterminazione della pena in senso più sfavorevole è pienamente legittima se l'annullamento precedente era derivato da un ricorso del Pubblico Ministero. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Reato continuato: no alla somma matematica delle pene senza motivi
Il Condannato ha chiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene di diverse sentenze di condanna. Il Giudice dell'esecuzione ha accolto la richiesta ma ha calcolato la pena complessiva senza motivare in modo specifico i singoli aumenti per i reati satellite. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che il giudice, nel rideterminare la pena per il reato continuato, deve prima sciogliere i precedenti cumuli, individuare il reato più grave e poi calcolare e motivare separatamente l'aumento di pena per ciascun reato satellite. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo della pena.
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Reato continuato: la pena finale non può essere peggiorata
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino condannato per plurime rapine e porto d'armi. Il ricorrente contestava il calcolo della pena effettuato in appello, sostenendo che fosse stato violato il divieto di peggioramento della sanzione (reformatio in peius) e che fosse stato applicato in modo errato l'istituto del reato continuato. I giudici hanno chiarito che, nel rimodulare la pena complessiva unificando i reati sotto il vincolo della continuazione, il giudice può aumentare la sanzione per un singolo reato satellite, purché la pena finale complessiva non risulti superiore a quella precedente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione e settecento euro di multa, respingendo le censure della difesa e ordinando il pagamento delle spese processuali.
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Ricezione della querela: l’inerzia difensiva salva la condanna
L'Imputato, condannato per tentato furto in un supermercato, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la validità della querela. La difesa ha lamentato l'assenza nel fascicolo del verbale di ricezione della querela, sostenendo che la firma non fosse autenticata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare un vizio processuale spetta alla parte che lo deduce. Se il verbale di ricezione della querela non è presente nel fascicolo del dibattimento, la difesa avrebbe dovuto sollevare la questione in primo grado per consentire al Pubblico Ministero di produrlo, anziché rimanere inerte. Di conseguenza, la contestazione tardiva in appello rende il motivo infondato, confermando la condanna dell'Imputato.
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Pena per reato continuato: appello respinto, condanna confermata
Un imputato, condannato per una serie di rapine, ha visto i suoi reati unificati sotto il vincolo della continuazione. Il giudice ha calcolato la pena partendo da quella per il reato più grave e aumentandola per gli altri. L'imputato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione, contestando la quantificazione della pena. La Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Ha stabilito che la determinazione della pena per reato continuato rientra nel potere discrezionale del giudice di merito. Tale decisione non è sindacabile in Cassazione se, come in questo caso, è basata su una motivazione logica e non arbitraria. L'imputato è stato quindi condannato a pagare le spese processuali e una multa.
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Sospensione Pena Negata: Precedenti Penali Battono Beneficio
Un uomo, condannato per furto aggravato, si è rivolto alla Corte di Cassazione dopo che i giudici dei gradi precedenti gli avevano negato la sospensione condizionale della pena. La sua richiesta si basava sulla speranza di evitare il carcere. La Cassazione ha però respinto il ricorso, confermando la decisione. Il principio sancito è chiaro: il giudice può negare il beneficio basandosi su una valutazione negativa del futuro comportamento dell'imputato, desunta anche da precedenti penali non recenti. Questa valutazione discrezionale, se ben motivata, non è contestabile. L'uomo è stato quindi condannato in via definitiva e al pagamento delle spese.
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Reato più grave continuazione: la pena inflitta vince su quella di legge
Un condannato, dopo aver ottenuto l'applicazione della continuazione tra reati giudicati con due diverse sentenze, ha fatto ricorso in Cassazione. Sosteneva che il calcolo della pena fosse errato perché il giudice aveva individuato il reato più grave basandosi sulla pena concreta inflitta, anziché su quella astrattamente prevista dalla legge. La Corte di Cassazione ha respinto la tesi, stabilendo che il criterio corretto per identificare il **reato più grave continuazione** in fase esecutiva è proprio quello della pena inflitta in concreto. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato a pagare le spese e una sanzione.
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Errore nel calcolo pena reato continuato: Cassazione annulla
Un condannato con quattro sentenze definitive per truffa, associazione per delinquere e rapina, chiede di unificarle in continuazione. Il giudice accetta solo parzialmente, ma commette un errore nel calcolo pena reato continuato. La Corte di Cassazione annulla la decisione, non perché i reati non potessero essere unificati, ma per un vizio tecnico nel calcolo. La Corte stabilisce un principio chiaro: per calcolare la pena totale, il giudice deve prima 'scorporare' le pene dei singoli reati dalle sentenze precedenti, individuare la violazione più grave e solo dopo applicare gli aumenti per gli altri reati. Il caso torna a un nuovo giudice per il ricalcolo corretto.
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Calcolo pena reato continuato: annullata pena illogica e peggiorativa
Un condannato per più reati in due distinti processi ottiene l'unificazione delle pene grazie al 'reato continuato'. Tuttavia, la Corte di Cassazione annulla la decisione per un errore nel calcolo. Il giudice aveva applicato un aumento di pena per un reato meno grave (tentata rapina) cinque volte superiore a quello per un reato più grave (tentato omicidio). La sentenza ha stabilito che il calcolo pena reato continuato deve seguire un criterio di logica e proporzionalità. Inoltre, la nuova pena totale era più alta della precedente, violando il divieto di peggiorare la situazione del condannato che ricorre. Il caso torna a un nuovo giudice per un ricalcolo corretto.
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