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Art. 1671 Codice Civile

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61 provvedimenti

Risoluzione subappalto: recesso o impossibilità?
Una società subappaltatrice ha citato in giudizio il committente per ottenere un indennizzo a seguito dell'interruzione di un contratto. La controversia riguardava la qualificazione della cessazione del rapporto: recesso unilaterale, che dà diritto a un indennizzo, o risoluzione subappalto per impossibilità sopravvenuta, che non lo prevede. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che la risoluzione del contratto di appalto principale aveva reso di fatto impossibile la prestazione del subappaltatore, configurando un'ipotesi di impossibilità sopravvenuta (art. 1672 c.c.) e non di recesso (art. 1671 c.c.). Di conseguenza, al subappaltatore spetta solo il pagamento per il lavoro già eseguito, ma non l'indennizzo richiesto.
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Recesso committente appalto: sì al risarcimento danni
Un committente recede da un contratto di appalto per una ristrutturazione non completata e chiede il risarcimento per i vizi dell'opera parzialmente eseguita. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 421/2024, stabilisce che il 'recesso committente appalto' non impedisce di agire per il risarcimento dei danni. La garanzia speciale per vizi e difformità, con i suoi termini brevi di prescrizione, si applica solo alle opere completate. Per le opere incomplete, si applicano le regole generali sull'inadempimento contrattuale, con prescrizione ordinaria.
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Responsabilità solidale appalti: la guida completa
La Corte di Cassazione ha stabilito che le imprese riunite in un raggruppamento temporaneo (ATI) per un appalto pubblico mantengono la loro responsabilità solidale verso i fornitori, anche dopo aver costituito una società consortile per l'esecuzione dei lavori. Nel caso specifico, due società costruttrici sono state condannate a risarcire un fornitore per un contratto interrotto dal consorzio, successivamente fallito. La Corte ha chiarito che la normativa sulla responsabilità solidale appalti mira a proteggere fornitori e subappaltatori, e tale garanzia non viene meno con la creazione di un nuovo soggetto giuridico per la fase esecutiva.
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Rappresentanza apparente: quando non si applica
Una società elettrica fa causa a una partnership agricola per il recesso da un contratto. La partnership si difende sostenendo che il socio firmatario non aveva i poteri per stipulare un atto di straordinaria amministrazione. La Corte di Cassazione conferma questa tesi, escludendo l'applicazione del principio di rappresentanza apparente poiché la società elettrica avrebbe dovuto verificare i poteri del socio consultando i registri pubblici, adempiendo al proprio onere di diligenza.
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Principio di cassa: onere della prova sul professionista
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32035/2024, ha riaffermato un principio fondamentale per i lavoratori autonomi: l'onere della prova riguardo la data di incasso dei compensi spetta al contribuente. Il caso riguardava un professionista a cui l'Agenzia delle Entrate contestava la mancata dichiarazione di redditi per fatture emesse nel 2012. La Corte ha stabilito che, in base al principio di cassa, spetta al professionista dimostrare che l'incasso è avvenuto in un anno successivo. La sentenza ha anche chiarito che per l'applicazione del regime di IVA ad esigibilità differita è necessario rispettare rigidi requisiti formali sulla fattura, in assenza dei quali si applica il regime ordinario.
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Recesso anticipato contratto: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso complesso di recesso anticipato contratto di servizi. Una società di spedizioni aveva terminato un accordo prima della durata minima di 18 mesi pattuita. La Corte d'Appello aveva riconosciuto un risarcimento limitato al solo mese in cui la durata minima era stata violata. Entrambe le parti hanno presentato ricorso in Cassazione, ma la Suprema Corte li ha dichiarati entrambi inammissibili. La decisione sottolinea un principio procedurale cruciale: i motivi di ricorso devono attaccare specificamente la 'ratio decidendi' (la ragione giuridica della decisione) della sentenza impugnata, altrimenti risultano inammissibili.
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Aliquota IVA appalti pubblici: quale applicare?
In un complesso caso riguardante un appalto pubblico interrotto da fallimento, la Corte di Cassazione esamina la corretta aliquota IVA da applicare. La controversia nasce dalla richiesta di pagamento per lavori eseguiti prima del fallimento, dove la società creditrice chiedeva l'applicazione della maggiore aliquota IVA vigente al momento del potenziale pagamento, anziché quella in vigore al tempo del contratto. La Corte, nel rigettare il ricorso, ha confermato la decisione della corte d'appello, stabilendo che la richiesta di una maggiore aliquota IVA appalti pubblici non era ammissibile in quanto costituiva una modifica della domanda originaria, i cui limiti erano stati fissati dal decreto ingiuntivo iniziale che già comprendeva l'IVA all'aliquota originaria.
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Recesso appalto servizi: preavviso e validità
Un fornitore di servizi di guardiania ha contestato il recesso da un contratto a tempo indeterminato a causa di un preavviso troppo breve. La Corte di Cassazione ha stabilito che in un recesso appalto servizi di questo tipo, un preavviso inadeguato non rende nullo il recesso stesso. L'atto rimane valido, ma la sua efficacia viene posticipata alla fine di un termine congruo, stabilito dal giudice. Di conseguenza, il prestatore del servizio ha diritto al corrispettivo solo per la durata di questo periodo di preavviso esteso.
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Responsabilità appaltatore: quando è inadempiente?
Un'impresa edile sospendeva i lavori per presunte irregolarità, ma la Cassazione ha confermato la sua piena responsabilità appaltatore. L'ordinanza stabilisce che la sospensione ingiustificata e i difetti di costruzione legittimano il recesso dei committenti e la richiesta di risarcimento. La Corte ha rigettato tutti i motivi di ricorso dell'impresa, inclusi quelli sulla presunta ingerenza dei clienti e sulla capacità processuale della società, ormai cancellata dal registro imprese.
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Inefficacia del contratto e diritto all’indennizzo
Un Consorzio ha citato in giudizio un Comune per ottenere un indennizzo a seguito del recesso da un contratto di appalto per la gestione dei rifiuti. La controversia nasce dal fatto che, sebbene un giudicato civile avesse qualificato il rapporto come appalto di servizi, un precedente giudicato amministrativo aveva annullato gli atti di affidamento, determinando l'inefficacia del contratto sin dall'origine (ex tunc). La Corte di Cassazione, risolvendo il conflitto, ha stabilito che il giudicato amministrativo che dichiara l'inefficacia retroattiva del contratto prevale. Di conseguenza, ha escluso il diritto del Consorzio all'indennizzo per recesso (art. 1671 c.c.), poiché tale diritto presuppone l'esistenza di un contratto valido ed efficace, condizione venuta meno a causa dell'annullamento.
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Risoluzione contratto affiliazione: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di risoluzione contratto affiliazione commerciale (franchising). A seguito di un grave episodio avvenuto in un punto vendita, la casa madre aveva risolto tutti e tre i contratti con l'affiliato. L'organo arbitrale prima, e la Corte d'Appello poi, hanno ritenuto la risoluzione giustificata solo per il negozio coinvolto, qualificando la cessazione degli altri due rapporti come recesso. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'affiliato, confermando la decisione e chiarendo i limiti di impugnazione del lodo arbitrale e il principio di proporzionalità.
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Eccezione di inadempimento: quando non è legittima
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una conduttrice che aveva sospeso il pagamento del canone di locazione sollevando un'eccezione di inadempimento. La Corte ha stabilito che la sospensione era contraria a buona fede e che il ricorso mirava a un inammissibile riesame dei fatti. Viene confermato che l'accoglimento di un motivo di appello in rito non impedisce il rigetto della domanda nel merito.
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Imputazione del pagamento: onere della prova del debitore
Un avvocato ha impugnato una decisione relativa a compensi professionali dovuti da una società sportiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso su due punti chiave. Primo, riguardo all'imputazione del pagamento, ha stabilito che, in presenza di più debiti, spetta al debitore dimostrare a quale specifica obbligazione si riferisce un pagamento, non potendo essere considerato generico. Secondo, gli interessi sui compensi legali decorrono dalla data della domanda giudiziale e non dal successivo provvedimento di liquidazione del giudice. La causa è stata rinviata per una nuova valutazione.
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Domanda riconvenzionale: i limiti nel giudizio
Una società energetica si oppone a un decreto ingiuntivo per lavori edili, eccependo vizi su due cantieri distinti e chiedendo la compensazione. La società costruttrice presenta a sua volta una domanda riconvenzionale per recesso parziale. Dopo due gradi di giudizio che ammettono tale domanda, la Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, ritiene la questione sui limiti di ammissibilità della domanda riconvenzionale dell'opposto di particolare importanza e rinvia la causa alla pubblica udienza per la decisione.
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Rinuncia al ricorso: niente raddoppio del contributo
Una società immobiliare aveva ottenuto in appello il rigetto della domanda di indennizzo avanzata da due imprese edili a seguito del recesso da un contratto d'appalto. La società cessionaria del credito ha proposto ricorso in Cassazione ma, prima dell'udienza, le parti hanno raggiunto un accordo transattivo. A seguito della formale rinuncia al ricorso, accettata dalla controparte, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del giudizio, chiarendo che in questi casi non si applica il raddoppio del contributo unificato, essendo una misura sanzionatoria di stretta interpretazione.
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Mancato guadagno: prova e liquidazione equitativa
La Corte di Cassazione si pronuncia su un complesso caso di risarcimento per mancato guadagno derivante dalla violazione di un accordo di subappalto. La sentenza chiarisce importanti principi procedurali, stabilendo che l'annullamento della decisione sull'importo del danno (quantum) non inficia la precedente sentenza, passata in giudicato, che accertava il diritto al risarcimento (an). Viene inoltre confermata la legittimità del ricorso alla prova presuntiva e alla liquidazione equitativa per determinare il danno da mancato guadagno, basandosi sulla normale aspettativa di profitto di un'impresa.
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Giudicato implicito: revoca del decreto ingiuntivo
Una società appaltatrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo per servizi non pagati. La committente si è opposta sostenendo di aver esercitato il diritto di recesso. Il Tribunale ha rilevato che un precedente decreto ingiuntivo non opposto, relativo a mensilità anteriori, aveva creato un giudicato implicito sull'esistenza e validità del contratto, rendendo inefficace il recesso. Tuttavia, ha revocato il nuovo decreto ingiuntivo perché l'appaltatrice non ha fornito la prova di aver effettivamente eseguito le prestazioni richieste per il periodo contestato, onere che le incombeva.
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Revoca assegnazione appalto: no tutela cautelare
Un'impresa, dopo aver ottenuto l'assegnazione provvisoria di un appalto, si vede revocare l'incarico dalla committente per divergenze sul contratto collettivo da applicare. L'impresa ricorre in via d'urgenza chiedendo la riassegnazione, ma il Tribunale di Milano rigetta la richiesta. La decisione si fonda sulla mancanza dei presupposti per la tutela cautelare: l'assenza di un contratto perfezionato (manca il fumus boni iuris), la natura meramente patrimoniale e quindi risarcibile del danno (manca il periculum in mora) e il fatto che la misura richiesta non è strumentale a un futuro giudizio di merito. La controversia è stata inquadrata nell'ambito della responsabilità precontrattuale e non contrattuale, data la mancata stipula del contratto definitivo.
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Rilascio cantiere: ordine urgente ex art. 700 c.p.c.
Il Tribunale di Milano ha emesso un'ordinanza d'urgenza ex art. 700 c.p.c., ordinando il rilascio immediato di un cantiere. Il caso vedeva contrapposti il proprietario di un immobile e l'impresa appaltatrice, la quale si rifiutava di liberare l'area dopo la risoluzione del contratto per grave inadempimento. Il giudice ha accolto la richiesta del proprietario, ravvisando sia la fondatezza del diritto (fumus boni iuris) sia il pericolo di un danno imminente e irreparabile (periculum in mora), legato al deterioramento dell'immobile e a rischi strutturali.
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Pagamento diretto subappaltatore: la regola del tempo
Un'impresa subappaltatrice ha richiesto il pagamento diretto a diverse Amministrazioni pubbliche a seguito dell'inadempimento dell'appaltatore principale. La Corte di Appello di Roma ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale: la disciplina applicabile ai pagamenti è quella in vigore al momento della pubblicazione del bando di gara del contratto principale, non quella successiva vigente al momento della stipula del subappalto. Nel caso specifico, la normativa applicabile (anteriore al D.Lgs. 163/2006) prevedeva solo una facoltà, e non un obbligo, per la stazione appaltante di procedere al pagamento diretto subappaltatore. La Corte ha quindi confermato la totale autonomia tra il contratto di appalto e quello di subappalto.
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