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Art. 162-ter Codice Penale

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159 provvedimenti

Carte indebite: no a estinzione del reato per condotte riparatorie
Due imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la condanna per utilizzo indebito di carte di pagamento. La difesa chiedeva l'estinzione del reato per condotte riparatorie ai sensi della legge penale. La Corte di Cassazione ha rigettato e dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che il beneficio riparatorio si applica unicamente ai delitti procedibili a querela soggetta a remissione. L'indebito utilizzo di strumenti di pagamento costituisce invece un reato perseguibile d'ufficio a tutela della sicurezza pubblica economica. Il risarcimento del danno non estingue l'illecito e la Suprema Corte ha confermato la condanna degli imputati alle spese processuali e al versamento di una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale tra violenza e finto risarcimento
Un detenuto ha aggredito gli agenti penitenziari con un bastone di legno dopo aver appreso dell'arresto della madre durante i controlli per il colloquio. L'uomo ha minacciato vendette future e ha insultato un ispettore. I giudici di merito lo hanno condannato per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, oltraggio e danneggiamento. La difesa ha presentato ricorso lamentando l'assenza di violenza, la mancata estinzione del reato per condotte riparatorie e il diniego della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il risarcimento del danno non era spontaneo ma frutto di trattenute forzate sui compensi carcerari. I numerosi precedenti penali e la gravità della condotta hanno confermato la piena sussistenza della responsabilità penale.
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Tentato furto al supermercato: la Cassazione conferma la pena
Una cliente ha provato a superare le casse senza pagare oltre trecento euro di generi alimentari di pregio, registrando solo cinquanta euro di spesa tramite il lettore automatico. Il personale di vigilanza ha sventato il tentato furto al supermercato sul posto. In sede di giudizio, la difesa ha sostenuto che il silenzio dell'azienda alle lettere di risarcimento equivalesse a una remissione tacita della querela. Ha inoltre invocato la particolare tenuità del fatto e l'estinzione del reato per condotta riparatoria. La Corte di Cassazione ha respinto tutte le tesi difensive, confermando la condanna penale. Il silenzio dell'offeso non costituisce rinuncia all'azione penale senza un previo avviso giudiziario formale, e l'offerta economica non ha rispettato le solennità di legge.
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Furto aggravato: telecamere e allarmi non escludono il reato
Due soggetti hanno sottratto dieci confezioni di cosmetici dagli scaffali di un negozio, lasciando sul posto una borsa contenente un telefono cellulare intestato a uno di essi. I dipendenti hanno riconosciuto gli autori del gesto. I giudici di merito hanno condannato entrambi per furto aggravato dalla circostanza dell'esposizione della merce alla pubblica fede. I condannati hanno presentato ricorso per Cassazione, sostenendo che le telecamere e i sistemi antitaccheggio impedissero di qualificare il fatto come aggravato e invocando l'estinzione di precedenti patteggiamenti. La Suprema Corte ha respinto i ricorsi, precisando che allarmi e videosorveglianza ordinaria non escludono l'aggravante e confermando la piena responsabilità dei colpevoli con addebito delle spese processuali.
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Prescrizione del reato di truffa: la condanna è annullata
La vicenda riguarda un'accusa di truffa aggravata dal danno patrimoniale di rilevante gravità risalente al dicembre 2013. In primo grado e in appello i giudici condannavano l'imputato nonostante la remissione di querela della persona offesa e la contestata insussistenza dell'aggravante patrimoniale. La difesa proponeva ricorso per cassazione evidenziando la mancata motivazione dei giudici di merito sulla reale esistenza dell'aggravante e sulla tempestività dell'estinzione del danno. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, escludendo che i motivi difensivi fossero manifestamente infondati. I giudici di legittimità hanno accertato il decorso del tempo massimo previsto dalla legge e hanno dichiarato l'annullamento senza rinvio della condanna. La decisione sancisce l'avvenuta prescrizione del reato di truffa, cancellando definitivamente ogni effetto penale a carico del ricorrente.
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Appropriazione indebita: la prescrizione cancella la pena penale
L'Imputato rispondeva del delitto di appropriazione indebita per fatti commessi fino a maggio 2013. In appello i giudici escludevano la recidiva reiterata ma mantenevano una condanna ridotta e i risarcimenti civili. L'Imputato ricorreva per Cassazione lamentando l'omessa valutazione della riparazione del danno e vizi processuali legati al mutamento della procedibilità a querela introdotta nel 2018. La Suprema Corte ha giudicato non inammissibile il ricorso difensivo, constatando che il giudice di merito avrebbe dovuto esaminare la causa estintiva per riparazione economica. Poiché l'impugnazione era valida, il tempo processuale è continuato a decorrere regolarmente fino a superare i termini di legge. I giudici di legittimità hanno pertanto annullato la condanna penale per estinzione del reato a seguito di intervenuta prescrizione, confermando tuttavia la responsabilità per i risarcimenti civili.
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Resistenza a pubblico ufficiale: no a scuse per liti in famiglia
Un uomo è stato condannato per i reati di minaccia aggravata e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo di aver reagito legittimamente a un comportamento arbitrario delle forze dell'ordine, intervenute per sedare una lite tra lui e la compagna. Ha inoltre richiesto l'estinzione del reato per condotte riparatorie. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'intervento della polizia era un legittimo atto d'ufficio e non un abuso. Inoltre, l'imputato non ha notificato tempestivamente l'offerta risarcitoria alle vittime. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e l'uomo è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: risarcimento rifiutato e condanna
Un cittadino, condannato per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale ai danni di alcuni carabinieri, ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato sosteneva di aver offerto un risarcimento del danno, rifiutato però dalle controparti perché ritenuto insufficiente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, di fronte al rifiuto della vittima, il colpevole non può limitarsi a una semplice proposta verbale o informale. Per estinguere il reato, è necessario attivare la procedura formale dell'offerta reale, depositando concretamente la somma secondo le regole del codice civile. Di conseguenza, la condanna originaria resta valida e il ricorrente deve pagare anche una sanzione pecuniaria.
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Estinzione del reato per condotte riparatorie: no al furto di gruppo
Tre persone sottraggono generi alimentari da un supermercato. Il Tribunale dichiara l'estinzione del reato per condotte riparatorie ai sensi dell'articolo 162-ter del codice penale, ritenendo il fatto procedibile a querela. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della Procura: poiché il furto è stato commesso da tre persone in concorso, si configura l'aggravante del furto pluriaggravato. Tale circostanza, chiaramente descritta nel capo d'imputazione anche senza l'indicazione formale dell'articolo di legge, rende il reato procedibile d'ufficio. Di conseguenza, l'estinzione del reato per condotte riparatorie non può essere applicata, in quanto riservata esclusivamente ai reati procedibili a querela di parte. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Dolo eventuale: la condanna resta anche col risarcimento tardivo
Il Ricorrente è stato condannato per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. Egli ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del dolo, ritenendo che non vi fosse intenzione di ferire. Ha inoltre richiesto l'estinzione del reato per condotte riparatorie ai sensi dell'articolo 162-ter del codice penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la presenza del dolo eventuale, poiché l'imputato ha accettato il rischio di causare lesioni con la sua condotta. Inoltre, la richiesta di estinzione del reato è stata respinta a causa del mancato risarcimento del danno nei termini previsti dalla legge e della genericità dei motivi di appello. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Debito di 200 euro e auto rubata: è tentata estorsione
Un uomo è stato condannato per furto aggravato e tentata estorsione dopo aver sottratto l'auto della madre di un suo debitore, pretendendo il pagamento di un debito di 200 euro per la restituzione. La restituzione del veicolo è avvenuta solo perché i colpevoli si sono accorti della presenza delle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che non si tratta di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ma di tentata estorsione, poiché il valore del bene sottratto era sproporzionato rispetto al debito e le minacce erano gravi. Inoltre, è stata esclusa la desistenza volontaria, poiché l'interruzione del reato è stata causata dal timore dell'intervento della polizia e non da una scelta spontanea. L'imputato perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto in privata dimora: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due donne condannate per il reato di furto in privata dimora. Le imputate avevano richiesto la derubricazione del reato in violazione di domicilio per poter accedere all'estinzione del reato tramite condotte riparatorie, oltre alla concessione delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte di Appello, ribadendo che la ricostruzione dei fatti non può essere ridiscussa in Cassazione e che il diniego delle attenuanti era stato adeguatamente motivato. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e le ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Estinzione del reato per condotte riparatorie: risarcire non basta
Due imputate, condannate per furto aggravato continuato ai danni di tre esercizi commerciali, hanno proposto ricorso per Cassazione. La difesa ha invocato l'applicazione dell'istituto dell'estinzione del reato per condotte riparatorie, evidenziando l'avvenuto risarcimento del danno prima del giudizio di primo grado. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che il semplice risarcimento economico non basta per l'estinzione del reato. La legge richiede anche l'eliminazione di tutte le conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, elemento non dimostrato dalle ricorrenti. Confermata anche la pena superiore al minimo edittale per la gravità dei fatti.
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Prescrizione del reato e finto incidente: condanna confermata
Due automobilisti sono stati condannati per truffa dopo aver simulato un incidente stradale per intascare un risarcimento di cento euro. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancata estinzione del reato per condotta riparatoria e contestando il calcolo della prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la richiesta di rinvio dell'udienza per trattative sulla remissione della querela non equivale a un termine a difesa, ma risponde a un interesse esclusivo dell'imputato. Di conseguenza, tale rinvio sospende il decorso della prescrizione del reato. Inoltre, la mancata specifica indicazione dei documenti a supporto del risarcimento viola il principio di autosufficienza del ricorso. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: pagare all’inizio per poi sparire
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale a carico di un acquirente. L'imputato aveva inizialmente effettuato e pagato regolarmente alcuni piccoli acquisti di merce per conquistare la fiducia del venditore. Successivamente, ha ordinato quantitativi di merce molto più consistenti senza pagarli, scomparendo nel nulla. La Suprema Corte ha stabilito che questo comportamento costituisce un vero e proprio raggiro, in quanto l'inadempimento era frutto di un piano fraudolento studiato fin dall'inizio. Inoltre, la Corte ha respinto la richiesta di estinzione del reato per condotte riparatorie, poiché l'imputato non ha mai risarcito la vittima nonostante i numerosi rinvii concessi dal giudice. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna penale.
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Furto in fondo privato: c’è esposizione alla pubblica fede
L'Imputato è stato condannato per il furto di venti quintali di legna da ardere lasciati incustoditi su un prato privato. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza dell'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede, sostenendo che il fondo fosse privato e che non vi fosse alcuna necessità di lasciare lì la legna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esposizione alla pubblica fede sussiste anche in aree private se liberamente accessibili a terzi. Inoltre, la necessità di lasciare il bene incustodito va valutata in modo relativo: il peso e l'ingente quantità della legna giustificavano l'impossibilità di un trasporto immediato, configurando pienamente l'aggravante. Di conseguenza, la condanna è stata confermata.
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Tentato furto aggravato: l’antitaccheggio rotto costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di tentato furto aggravato in concorso. L'imputato chiedeva la derubricazione del reato in furto semplice, contestando le aggravanti della violenza sulle cose (rimozione del dispositivo antitaccheggio) e della presenza di più persone riunite. L'obiettivo era ottenere la procedibilità a querela per accedere all'estinzione del reato per condotte riparatorie. I giudici di legittimità hanno ritenuto i motivi di ricorso del tutto generici e meramente riproduttivi di questioni di fatto già ampiamente analizzate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Elezione di domicilio ignorata: annullato il risarcimento
Gli Imputati avevano effettuato una regolare elezione di domicilio durante le indagini preliminari. Tuttavia, l'atto non è stato inserito nel fascicolo del dibattimento e le notifiche della citazione a giudizio sono state eseguite nei loro confronti come irreperibili. Il Tribunale ha quindi celebrato il processo in loro assenza, condannandoli al risarcimento dei danni in favore della parte civile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso degli Imputati, stabilendo che l'omessa trasmissione dell'elezione di domicilio da parte del pubblico ministero determina la nullità della citazione. Di conseguenza, poiché il reato si era nel frattempo estinto per prescrizione, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio le statuizioni civili, revocando la condanna al risarcimento dei danni, poiché non può esservi condanna civile senza una valida condanna penale di primo grado.
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Condotte riparatorie: no alla reiterazione in fase esecutiva
Il Condannato, condannato in via definitiva per furto aggravato, ha richiesto l'applicazione dell'estinzione del reato per condotte riparatorie durante la fase esecutiva. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché identica a una precedente istanza già respinta dallo stesso ufficio. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la violazione dei principi di uguaglianza e del giusto processo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il principio del "ne bis in idem" opera anche nella fase esecutiva. Di conseguenza, il giudice dell'esecuzione deve respingere le domande che costituiscono una mera riproposizione di istanze già rigettate in assenza di elementi di novità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Estinzione del reato per condotte riparatorie: no ai risarcimenti informali
L'Imputata, accusata di tentato furto, è stata assolta dalla Corte d'appello per particolare tenuità del fatto. Ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo invece l'estinzione del reato per condotte riparatorie. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che, in caso di mancata accettazione del risarcimento da parte della persona offesa, l'imputata deve effettuare un'offerta reale formale depositando la somma. Senza questa procedura, non si può ottenere l'estinzione del reato.
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