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Art. 1468 Codice Civile

14 provvedimenti

Responsabilità PA Concessioni: Analisi Cassazione
La Corte di Cassazione chiarisce i limiti della responsabilità della Pubblica Amministrazione nelle concessioni per mutamenti di mercato. Pur confermando la giurisdizione del giudice ordinario, la Corte ha annullato una decisione che riteneva la P.A. responsabile per danni derivanti da operatori illegali e ritardi nell'innovazione, sottolineando il concetto di rischio d'impresa e una non corretta applicazione dei principi di buona fede. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Obbligo di salvaguardia: Concedente e mercato illegale
Una società concessionaria di scommesse ha citato in giudizio le Amministrazioni concedenti per i danni derivanti dalla diffusione del mercato illegale. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni di merito, ha stabilito che non sussiste un generale obbligo di salvaguardia in capo allo Stato concedente per proteggere il concessionario dal rischio d'impresa, che include anche la concorrenza di operatori clandestini. La responsabilità per tali turbative non può essere imputata al concedente sulla base del solo rapporto contrattuale.
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Rischio d’impresa concessione: lo Stato non garantisce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26107/2024, ha chiarito i limiti della responsabilità dello Stato nelle concessioni di servizi pubblici. In un caso riguardante le scommesse ippiche, una società concessionaria aveva citato in giudizio le Amministrazioni concedenti per i danni derivanti dalla diffusione di un mercato illegale. La Cassazione ha ribaltato le decisioni precedenti, affermando che il rischio d'impresa, inclusa la concorrenza illecita, grava sul concessionario. Secondo la Corte, il monopolio statale non implica un obbligo contrattuale di proteggere il concessionario dalle turbative di mercato, che rientrano nella normale alea imprenditoriale.
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Concessione pubblica: i limiti di responsabilità
Una società titolare di una concessione pubblica per la raccolta di scommesse ottiene una condanna a suo favore per i danni subiti a causa del gioco illegale e della concorrenza sleale. Le amministrazioni statali ricorrono in Cassazione, sostenendo che la clausola di esclusiva non le obbligava a risarcire i danni causati da terzi. La Suprema Corte, data la rilevanza della questione sui limiti di responsabilità dello Stato nella concessione pubblica, ha rinviato la causa a una pubblica udienza per una trattazione approfondita.
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Concessione pubblica e mercato illegale: la Cassazione
Una società titolare di una concessione pubblica per la raccolta di scommesse ha citato in giudizio le Amministrazioni concedenti, lamentando i danni derivanti dalla mancata repressione del mercato illegale. Dopo una condanna in sede arbitrale, confermata in appello, le Amministrazioni si sono rivolte alla Cassazione. La Suprema Corte, riconoscendo la novità e l'importanza della questione sulla responsabilità dello Stato in una concessione pubblica, ha disposto il rinvio della causa a pubblica udienza per un esame approfondito.
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Concessione pubblica: obblighi dello Stato e mercato
Una società operante nel settore delle scommesse, titolare di una concessione pubblica, ha citato in giudizio le Amministrazioni statali a causa del drastico calo dei ricavi dovuto all'espansione di un mercato illegale. Sia il collegio arbitrale che la Corte d'Appello hanno riconosciuto la responsabilità dello Stato per inadempimento contrattuale. Le Amministrazioni hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che si trattasse di un normale rischio d'impresa. La Suprema Corte, ritenendo la questione di fondamentale importanza per l'interpretazione del diritto, ha emesso un'ordinanza interlocutoria per rinviare il caso a una pubblica udienza per una decisione approfondita.
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Legittimazione passiva Ministero: Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5257/2024, ha chiarito un importante principio sulla legittimazione passiva. In una controversia tra una società concessionaria di scommesse e diverse amministrazioni statali, la Corte ha stabilito che, a seguito del trasferimento di funzioni da un Ministero a un'Agenzia fiscale, quest'ultima diventa l'unico soggetto legittimato a resistere in giudizio. Di conseguenza, la domanda proposta contro il Ministero è stata dichiarata nulla per difetto di legittimazione passiva, anche se l'Agenzia era poi intervenuta nel procedimento.
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Canone locazione commerciale: no al blocco unilaterale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 1341/2024, ha chiarito che la sospensione unilaterale del pagamento del canone locazione commerciale durante il lockdown Covid-19 costituisce un grave inadempimento. Se il conduttore non dimostra di aver attivamente cercato una rinegoziazione del contratto con il locatore, la risoluzione del contratto è legittima. Nel caso di specie, il ricorso del conduttore è stato dichiarato inammissibile per motivi procedurali, confermando la decisione della Corte d'Appello che aveva già sancito la gravità della sua condotta.
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Giurisdizione giudice ordinario e concessioni pubbliche
Una società concessionaria di scommesse ippiche ha citato in giudizio le Amministrazioni concedenti per inadempimento contrattuale. La Corte di Cassazione, ribaltando la decisione d'appello, ha stabilito la giurisdizione del giudice ordinario per le controversie relative alla fase esecutiva del rapporto di concessione, poiché riguardano obblighi contrattuali e non l'esercizio di poteri pubblici discrezionali.
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Riduzione canone locazione: No in automatico per Covid
In un caso riguardante una locazione commerciale, la Corte di Cassazione ha stabilito che le restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 non conferiscono al conduttore il diritto automatico a una riduzione del canone locazione. L'ordinanza chiarisce che, sebbene l'inadempimento possa essere giustificato, la modifica del contratto non può essere imposta dal giudice ma resta legata ai rimedi generali come la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta, che la controparte può evitare offrendo una modifica equa.
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Riduzione canone locazione Covid: no al diritto
Un'azienda conduttrice di un immobile commerciale, costretta alla chiusura a causa delle misure anti-Covid, ha richiesto una riduzione del canone di locazione. Dopo una decisione favorevole in primo grado, la Corte d'Appello aveva respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato quest'ultima decisione, stabilendo che le restrizioni pandemiche, pur potendo giustificare il ritardo nel pagamento, non conferiscono al conduttore un diritto automatico a ottenere una riduzione del canone dal giudice. Il rimedio principale per l'eccessiva onerosità sopravvenuta resta la risoluzione del contratto, non il suo adeguamento forzato.
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Riduzione canone locazione: la Cassazione e il Covid
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di una società commerciale che richiedeva la riduzione del canone di locazione a causa delle chiusure imposte dall'emergenza Covid-19. La Corte ha stabilito che non esiste un diritto automatico a ottenere una riduzione giudiziale del canone. Il decreto "Cura Italia" esclude la responsabilità per inadempimento ma non crea un diritto alla rinegoziazione forzata. Il rimedio principale per l'eccessiva onerosità sopravvenuta resta la risoluzione del contratto, con la facoltà per il locatore di offrire una modifica per evitarla. La richiesta di riduzione del canone locazione del conduttore è stata quindi respinta.
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Sfratto Covid: la Cassazione sui canoni non pagati
Un locatore ha richiesto lo sfratto per morosità a causa di canoni non pagati tra aprile e settembre 2020. La Corte d'Appello aveva ritenuto l'inadempimento non grave, giustificandolo con la crisi pandemica. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, specificando che la giustificazione per il mancato pagamento legata alla normativa emergenziale sullo sfratto Covid è presunta solo per il periodo di lockdown effettivo (fino al 18 maggio 2020). Per i mesi successivi, il conduttore ha l'onere di provare il nesso causale tra la crisi e la propria impossibilità di pagare, e il giudice deve sempre bilanciare gli interessi di entrambe le parti.
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Clausola risolutiva espressa: Covid non è scusa
Un'azienda del settore ristorazione ha smesso di pagare l'affitto nel 2021, adducendo come causa le difficoltà economiche post-pandemia. La società proprietaria dell'immobile ha attivato la clausola risolutiva espressa prevista nel contratto. La Corte di Cassazione ha confermato la risoluzione del contratto, stabilendo che le tutele speciali legate all'emergenza Covid erano applicabili solo durante il periodo di lockdown e non giustificano inadempimenti successivi.
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