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Art. 1456 Codice Civile

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312 provvedimenti

Leasing traslativo: la Cassazione e la clausola penale
Una società utilizzatrice contesta la clausola penale in un contratto di leasing traslativo. La Cassazione conferma la validità della clausola, pur se generica, imponendone l'esecuzione in buona fede e ammettendo la riduzione da parte del giudice se manifestamente eccessiva, rigettando così i ricorsi di entrambe le parti.
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Vizi immobile: l’acquirente può scegliere il rimedio
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4245/2024, stabilisce un principio fondamentale in materia di compravendita immobiliare. Anche in presenza di vizi immobile talmente gravi da renderlo inidoneo all'uso, l'acquirente non è obbligato a chiedere la risoluzione del contratto. Al contrario, conserva il diritto di scegliere il rimedio a lui più congeniale, come la riduzione del prezzo (azione estimatoria), per mantenere la proprietà del bene. La scelta della tutela spetta alla parte lesa, non può essere imposta dalle circostanze o dalla gravità dell'inadempimento della controparte.
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Reiterazione istanze istruttorie: la guida completa
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 4102/2024, ha rigettato il ricorso di una società in una causa di leasing immobiliare. Il punto cruciale è la corretta reiterazione delle istanze istruttorie: la Corte ha ribadito che le richieste di prova non accolte in primo grado devono essere riproposte specificamente in appello, altrimenti si considerano rinunciate. Un richiamo generico agli atti precedenti non è sufficiente, consolidando un principio fondamentale della procedura civile.
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Clausola risolutiva: quando è valida e opera?
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di risoluzione di un contratto preliminare di compravendita immobiliare. La sentenza chiarisce che, in presenza di una clausola risolutiva espressa, la risoluzione del contratto avviene automaticamente a seguito dell'inadempimento e della dichiarazione della parte di volersene avvalere, senza che il giudice possa valutare la gravità dell'inadempimento stesso. La Corte ha inoltre respinto le accuse di usura relative all'aumento del prezzo e ha dichiarato inammissibili le censure relative a una decisione non definitiva del giudice d'appello.
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Termine di tolleranza: quando il ritardo non basta
Un acquirente ha citato in giudizio una concessionaria per la risoluzione di un contratto di vendita, a causa della consegna di un veicolo oltre il termine di tolleranza di 40 giorni. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta, chiarendo che una clausola contrattuale che concedeva all'acquirente un successivo periodo di 15 giorni per esercitare il diritto di recesso o di risoluzione, impediva che il ritardo della concessionaria, comunicato entro tale finestra temporale, costituisse un inadempimento grave tale da giustificare la risoluzione automatica del contratto.
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Contratto di finanziamento: TAEG errato non lo annulla
Un'azienda si opponeva a un decreto ingiuntivo per un finanziamento non pagato, sostenendo la nullità del contratto per errata indicazione del TAEG e per la presenza di anatocismo nel piano di ammortamento alla francese. Il Tribunale di Trieste ha respinto l'opposizione, stabilendo che un errore nel TAEG, quale indicatore sintetico, non invalida il contratto. Inoltre, ha confermato, richiamando la Cassazione, che l'ammortamento alla francese non costituisce anatocismo. Di conseguenza, il decreto ingiuntivo è stato confermato.
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Giudicato su questione pregiudiziale: limiti e vincoli
La Corte di Cassazione chiarisce l'efficacia del giudicato su questione pregiudiziale. In un caso riguardante la risoluzione di un accordo transattivo, la Corte ha stabilito che la precedente decisione sulla natura e risoluzione dell'accordo, essendo un punto fondamentale comune a due cause, vincolava il giudice successivo. Quest'ultimo non poteva riesaminare la questione, anche se il secondo giudizio aveva un oggetto diverso. La sentenza impugnata è stata annullata con rinvio per non aver rispettato il principio del giudicato.
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Eccezione di prescrizione: quando è tardiva in appello
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un acquirente di un fondo agricolo, confermando che l'eccezione di prescrizione del diritto del venditore di risolvere il contratto è inammissibile se sollevata per la prima volta in appello. La sentenza ribadisce la natura non agraria di una controversia su una compravendita con patto di riservato dominio.
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Canoni non percepiti: quando vanno dichiarati?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 746/2024, ha stabilito che i canoni non percepiti derivanti da locazioni commerciali devono essere comunque dichiarati e tassati fino a quando il contratto non sia formalmente risolto e tale risoluzione registrata. Un accordo privato di risoluzione non registrato non è opponibile all'Amministrazione Finanziaria, poiché la tassazione si basa sulla titolarità del diritto a percepire il canone e non sulla sua effettiva riscossione.
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Clausola risolutiva espressa: quando non è valida?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 710/2024, ha stabilito che un committente non può legittimamente avvalersi di una clausola risolutiva espressa per inadempimento dell'appaltatore se ha contribuito a causare il ritardo e se la risoluzione viene comunicata prima che sia maturato il periodo di ritardo minimo previsto dal contratto. Nel caso esaminato, il committente aveva ritardato la finalizzazione di un contratto di leasing necessario all'appaltatore e aveva poi concesso una proroga, rendendo illegittima la successiva e prematura attivazione della clausola.
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Clausola risolutiva espressa: quando è valida?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un mutuatario contro la risoluzione del contratto di mutuo attivata dalla banca. La risoluzione non era dovuta a rate non pagate, ma all'attivazione di una clausola risolutiva espressa a seguito del pignoramento dell'immobile ipotecato. La Corte ha ritenuto il ricorso proceduralmente viziato, confermando la legittimità di tali clausole che tutelano la garanzia del credito.
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Ratifica contratto: la Cassazione sulla clausola arbitrale
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34565/2024, ha stabilito che la ratifica di un contratto d'appalto, stipulato da un rappresentante senza poteri (falsus procurator), non si estende automaticamente alla clausola compromissoria in esso contenuta. La Corte ha chiarito che, data la necessità della forma scritta per tale clausola, anche la ratifica deve manifestare in modo inequivoco e per iscritto la volontà di accettare specificamente la devoluzione della controversia ad arbitri. L'esecuzione dei lavori o l'emissione di fatture non sono sufficienti a integrare tale requisito. Di conseguenza, il ricorso della società committente è stato rigettato, confermando la competenza del giudice ordinario.
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Nullità fideiussione: inammissibile se c’è giudicato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due garanti che contestavano un'azione revocatoria. I ricorrenti avevano sollevato la questione della nullità fideiussione per violazione delle norme antitrust, ma la Corte ha stabilito che la mancata opposizione a un precedente decreto ingiuntivo aveva creato un giudicato sulla validità del contratto. Pertanto, la questione della nullità non poteva essere sollevata in una fase successiva, consolidando la decisione dei giudici di merito.
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Nullità assunzione pubblico impiego: quando è valida?
Un dirigente, assunto dopo un concorso poi ritenuto illegittimo, viene demansionato dalla Pubblica Amministrazione che dichiara la nullità del suo inquadramento. La Cassazione conferma che la P.A. può rifiutare l'esecuzione di un contratto nullo per violazione di norme imperative, come la regola del concorso pubblico, configurando una nullità assunzione pubblico impiego.
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Esigibilità immediata corrispettivo: no con preliminare
La Corte di Cassazione ha stabilito che la stipula di un contratto preliminare di cessione, anche se accompagnato da una procura speciale irrevocabile, non fa scattare la clausola di esigibilità immediata del corrispettivo pattuita in un precedente contratto. Tale clausola, legata alla cessione a terzi, presuppone un trasferimento effettivo della proprietà (effetto reale), non una semplice promessa di vendita (effetto obbligatorio). Pertanto, la richiesta dei venditori originari è stata respinta.
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Royalties valore doganale: la guida della Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che le royalties pagate a un licenziante, anche se diverso dal venditore, devono essere incluse nel valore doganale delle merci importate se rappresentano una 'condizione di vendita' implicita. La sentenza analizza il caso di un importatore di abbigliamento di marca, chiarendo che il controllo esercitato dal titolare del marchio sulla produzione e commercializzazione è decisivo per determinare l'inclusione delle royalties valore doganale, anche secondo il nuovo Codice Doganale dell'Unione.
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Valore in dogana: royalties come condizione di vendita
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32621/2024, ha stabilito che le royalties pagate per l'utilizzo di un marchio devono essere incluse nel valore in dogana delle merci importate se il loro pagamento costituisce una 'condizione di vendita', anche implicita. Nel caso esaminato, una società di abbigliamento importava prodotti e pagava royalties a una terza entità titolare del marchio. La Corte ha ritenuto che, sulla base del contratto di licenza, l'acquisto e la commercializzazione dei beni fossero inscindibilmente legati al pagamento delle royalties, confermando così la legittimità dell'accertamento dell'Agenzia delle Dogane che ne richiedeva l'inclusione nel valore imponibile.
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Royalties valore doganale: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32617/2024, ha stabilito che le royalties pagate per l'uso di un marchio su merci importate devono essere incluse nel valore doganale se il pagamento è una "condizione di vendita", anche implicita. Nel caso esaminato, un importatore di abbigliamento di un noto marchio non aveva incluso le royalties nel valore dichiarato. La Corte ha dato ragione all'Agenzia delle Dogane, ritenendo che il controllo del licenziante sulla qualità e produzione dei beni, volto a tutelare l'immagine del marchio, fosse sufficiente a configurare tale condizione. È stato inoltre respinto l'argomento del giudicato esterno, poiché ogni importazione costituisce un'obbligazione doganale autonoma.
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Valore in dogana: quando includere le royalties
La Corte di Cassazione ha stabilito che le royalties pagate a un terzo licenziante devono essere incluse nel valore in dogana dei beni importati se tale pagamento costituisce una condizione implicita per la vendita. La sentenza chiarisce che non è necessario un collegamento formale tra venditore e licenziante, ma è sufficiente che il licenziante eserciti un controllo sul produttore, rendendo l'acquisto dei beni inscindibile dal pagamento dei diritti di licenza. Respinto anche il motivo basato sul giudicato esterno, poiché ogni operazione doganale è un fatto a sé stante.
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Valore doganale e royalties: la decisione della Corte
La Corte di Cassazione ha stabilito che le royalties pagate da un importatore a un terzo licenziante devono essere incluse nel valore doganale delle merci se il pagamento è una 'condizione di vendita', anche implicita. La Corte ha ritenuto che un controllo significativo del licenziante sulla produzione e sulla tutela dell'immagine del marchio è sufficiente a dimostrare tale condizione, rendendo le royalties parte integrante del valore della transazione. È stato inoltre negato l'effetto vincolante di una precedente sentenza (giudicato esterno) poiché ogni dichiarazione doganale è un atto impositivo autonomo.
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