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Art. 14 Codice Civile

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294 provvedimenti

Agevolazione prima casa: sì anche per immobili collabenti
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'agevolazione prima casa spetta anche all'acquirente di un immobile collabente, classificato in categoria F/2 (rudere). Secondo la Corte, non è necessaria l'abitabilità immediata del bene, ma è sufficiente la sua suscettibilità a essere trasformato in abitazione. La decisione equipara di fatto i ruderi agli immobili in costruzione ai fini del beneficio fiscale, a condizione che l'acquirente si impegni a destinarlo a propria abitazione principale a seguito dei necessari lavori di ristrutturazione.
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Esenzione IMU Alloggi Sociali: La Cassazione chiarisce
Un ente per l'edilizia residenziale pubblica ha contestato un avviso di accertamento per IMU non versata, sostenendo il diritto all'esenzione IMU per gli alloggi sociali. Dopo due gradi di giudizio sfavorevoli, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. La Corte ha chiarito che l'esenzione totale spetta agli immobili qualificabili come "alloggi sociali" secondo la normativa specifica, e che la loro destinazione ad abitazione principale è presunta. Spetta all'ente impositore dimostrare il contrario. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Ricorso soci: inammissibile se non parti in appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei soci di una s.r.l. a ristretta base partecipativa contro una sentenza d'appello, poiché l'Amministrazione finanziaria aveva impugnato la decisione di primo grado solo nei confronti della società. La Corte ha chiarito che non esiste litisconsorzio necessario tra società e soci, ma solo un nesso di pregiudizialità. Di conseguenza, i soci, non essendo stati parte del giudizio di secondo grado, non erano legittimati a impugnarne la sentenza. Il ricorso della società è stato invece rigettato.
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Decadenza NASPI e lavoro autonomo: la Cassazione
La Corte di Cassazione stabilisce la decadenza NASPI per chi non comunica entro 30 giorni dalla domanda il reddito da lavoro autonomo già esistente. La Corte ha chiarito che l'obbligo di comunicazione sussiste anche per le attività preesistenti alla disoccupazione, con il termine che decorre dalla data della richiesta del sussidio, e non solo per quelle avviate durante la fruizione del beneficio.
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Decadenza NASpI per attività autonoma preesistente
Un lavoratore, già socio di una società, si è visto negare la NASpI per non aver comunicato il reddito presunto entro 30 giorni dalla domanda. La Corte di Cassazione ha stabilito che la decadenza NASpI si applica anche in caso di attività autonoma preesistente. Il termine per la comunicazione decorre dalla data della domanda di indennità. La Corte ha chiarito che non si tratta di un'applicazione analogica vietata, ma di un'interpretazione sistematica della norma, finalizzata a verificare la compatibilità del sussidio con altre fonti di reddito. Il caso è stato rinviato per accertare la natura effettiva dell'attività svolta dal lavoratore (imprenditoriale o di mero amministratore).
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Vendita con riserva di proprietà: quando decade la prima casa
La Corte di Cassazione ha stabilito che, ai fini fiscali, la vendita con riserva di proprietà di un immobile acquistato con le agevolazioni "prima casa" si considera avvenuta al momento della stipula del contratto, non al saldo del prezzo. Di conseguenza, se il contratto è firmato entro cinque anni dall'acquisto, il contribuente decade dal beneficio fiscale, anche se il pagamento integrale e il trasferimento civilistico della proprietà avvengono dopo tale termine. La Corte ha chiarito che la normativa tributaria, in particolare l'art. 27 del T.U. sull'imposta di registro, prevale sulla disciplina civilistica, anticipando l'effetto traslativo per garantire la stabilità del rapporto tributario.
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Vendita con riserva di proprietà: addio bonus prima casa
Una coppia ha venduto la propria "prima casa" con una clausola di vendita con riserva di proprietà entro cinque anni dall'acquisto. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca dell'agevolazione fiscale, stabilendo che, ai fini fiscali, tale vendita è considerata immediatamente efficace al momento della firma del contratto, e non al momento del pagamento completo. Ciò significa che la vendita è avvenuta entro il periodo quinquennale proibito, comportando la perdita del beneficio.
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Esenzione IMU Alloggi Sociali: La Cassazione Chiarisce
Un ente che gestisce alloggi di edilizia residenziale pubblica ha contestato un avviso di accertamento IMU, sostenendo il proprio diritto all'esenzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo un importante principio: per l'esenzione IMU per alloggi sociali è sufficiente che l'immobile abbia le caratteristiche definite dalla legge, presumendo la destinazione ad abitazione principale dell'assegnatario. Spetta all'ente impositore, e non all'ente gestore, dimostrare il contrario. La sentenza del giudice di merito è stata annullata con rinvio.
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Esenzione IMU alloggi sociali: la Cassazione decide
Un ente che gestisce edilizia residenziale pubblica si è opposto a un avviso di accertamento IMU, sostenendo di avere diritto all'esenzione per i suoi immobili in quanto "alloggi sociali". La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, stabilendo un principio fondamentale: per gli alloggi che rispettano le caratteristiche normative di "social housing", si presume che siano adibiti ad abitazione principale dagli assegnatari. Di conseguenza, spetta all'ente impositore, e non all'ente gestore, l'onere di provare il contrario per negare il beneficio fiscale. La Corte ha annullato la decisione precedente e ha rinviato il caso alla corte di merito per una nuova valutazione basata su questo principio.
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Esenzione IMU alloggi sociali: la Cassazione decide
Un ente di edilizia residenziale pubblica ha impugnato un avviso di accertamento IMU, sostenendo il proprio diritto all'esenzione per gli immobili qualificati come "alloggi sociali". La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso, ha stabilito un principio fondamentale: l'esenzione IMU per gli alloggi sociali spetta se questi rispettano i criteri del D.M. 22 aprile 2008 e sono adibiti ad abitazione principale dall'assegnatario. La Corte ha inoltre chiarito che tale destinazione si presume, invertendo l'onere della prova a carico dell'ente impositore, che dovrà dimostrare l'eventuale inadempimento dell'assegnatario per negare il beneficio.
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Esenzione IMU alloggi sociali: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un Comune contro un ente di edilizia residenziale, confermando il diritto all'esenzione IMU per gli alloggi sociali. La Corte ha stabilito che per questi immobili vige una presunzione di utilizzo come abitazione principale da parte degli assegnatari. Di conseguenza, spetta al Comune, e non all'ente, l'onere di provare l'eventuale mancanza di tale requisito per negare il beneficio fiscale.
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Debito orario giornaliero: no paga extra per il medico
La Corte di Cassazione ha stabilito che un dirigente medico non ha diritto a un compenso aggiuntivo per le ore lavorate in più al fine di raggiungere il monte ore contrattuale, anche se ciò è stato causato da un erroneo calcolo del debito orario giornaliero da parte dell'Azienda Sanitaria. La retribuzione del dirigente medico è onnicomprensiva e stabilita su base mensile, non oraria. Pertanto, la prestazione è finalizzata al raggiungimento di obiettivi e non al mero computo delle ore. L'azione per ottenere differenze retributive è stata respinta, ma la Corte ha specificato che il medico potrebbe agire per il risarcimento del danno se dimostra un pregiudizio alla salute o al riposo.
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Retribuzione dirigente medico: no extra per errore di calcolo
Un dirigente medico ha citato in giudizio la propria Azienda Sanitaria per un errore nel calcolo del debito orario giornaliero durante i giorni di assenza (ferie, permessi), che lo ha costretto a svolgere lavoro supplementare per recuperare un debito inesistente. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5505/2025, ha respinto la richiesta di pagamento delle ore extra. La Corte ha stabilito che la retribuzione del dirigente medico è onnicomprensiva e non oraria; pertanto, il lavoro eccedente, anche se causato da un errore del datore di lavoro, non dà diritto a un compenso aggiuntivo. La tutela corretta sarebbe stata un'azione per il risarcimento del danno alla salute o al riposo, che però non era stata richiesta.
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Retribuzione dirigente medico: no a pagamenti extra
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 5523/2025, ha stabilito che un dirigente medico non ha diritto a un compenso extra per le ore lavorate in più a causa di un errato calcolo del debito orario da parte dell'Azienda Sanitaria. La Suprema Corte chiarisce che la retribuzione del dirigente medico è onnicomprensiva e non oraria. L'eventuale lavoro eccedente non dà diritto a una maggiore retribuzione, ma può, al più, fondare un'azione di risarcimento del danno alla salute o al riposo, che deve però essere specificamente provato. La Corte ha così cassato la sentenza d'appello che aveva dato ragione al medico, rigettando la sua domanda originaria.
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Compenso ore eccedenti: quando è dovuto al medico?
La Corte di Cassazione ha stabilito che il compenso ore eccedenti spetta a un dirigente medico anche in presenza di un'autorizzazione "implicita" da parte dell'azienda sanitaria. Il caso riguardava un medico che, unico operante in una struttura, aveva accumulato numerose ore di straordinario per garantire il servizio. L'azienda sanitaria si opponeva al pagamento per mancanza di un'autorizzazione formale. La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando le decisioni dei giudici di merito e valorizzando la necessità delle prestazioni e la consapevolezza della dirigenza, elementi sufficienti a configurare un'autorizzazione valida.
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Fiscalizzazione oneri sociali: no per imprese edili
Una società edile ha richiesto la fiscalizzazione oneri sociali, sostenendo la natura manifatturiera della propria attività. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la normativa di riferimento esclude esplicitamente le imprese edili da tale beneficio, indipendentemente dalla classificazione ISTAT o dalla natura trasformativa dell'attività svolta.
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Credito privilegiato distacco: no al rimborso stipendi
Un'impresa edile che aveva distaccato proprio personale presso un'altra società, poi fallita, non si è vista riconoscere il credito privilegiato per gli stipendi anticipati. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale credito ha natura di semplice rimborso e non di retribuzione, negando quindi la prelazione. La sentenza sottolinea la differenza tra il distacco di personale, che risponde a un interesse proprio dell'impresa distaccante, e la somministrazione di lavoro, l'unica a cui la legge riconosce un privilegio specifico.
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Interessi moratori appalti: quando si fermano?
In una controversia sugli interessi moratori in appalti pubblici, la Corte di Cassazione ha stabilito che l'obbligo della stazione appaltante cessa non con l'effettivo accredito delle somme, ma con l'emissione e l'invio del titolo di pagamento all'organo deputato a eseguirlo (es. Tesoreria). Questo principio ribalta la decisione della Corte d'Appello, distinguendo la responsabilità della stazione appaltante da quella dell'ente pagatore.
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Rimborso fiscale sisma: a chi spetta? Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 15896/2025, ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che il diritto al rimborso fiscale sisma, pari al 90% delle imposte versate a seguito del terremoto in Sicilia del 1990, spetta al lavoratore dipendente e non al datore di lavoro che ha agito come sostituto d'imposta. La Corte ha ribadito il suo orientamento consolidato, secondo cui la normativa di favore costituisce uno 'ius superveniens' che rende non dovute le somme già pagate, legittimando la richiesta di restituzione da parte del contribuente, quale effettivo soggetto passivo del tributo.
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Specificità motivi appello: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha stabilito un principio fondamentale sulla specificità dei motivi di appello nel processo tributario. Un contribuente si era visto dichiarare inammissibile l'appello perché i giudici di secondo grado avevano ritenuto che si fosse limitato a riproporre le stesse argomentazioni del primo grado. La Suprema Corte ha cassato la decisione, affermando che, data la natura dell'appello come revisione completa del primo giudizio (revisio prioris instantiae), la riproposizione dei motivi è sufficiente per soddisfare il requisito di specificità e per investire il giudice del dovere di riesaminare integralmente la questione.
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