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Art. 13 comma quater d.p.r. n. 115 del 2002

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49 provvedimenti

Riliquidazione TFS: il termine annuale è perentorio
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha confermato la decisione dei giudici di merito, stabilendo che un ente previdenziale non può procedere alla riliquidazione del TFS (Trattamento di Fine Servizio) dopo la scadenza del termine perentorio di un anno. Il caso riguardava l'erede di un dipendente pubblico il cui TFS, inizialmente liquidato, era stato successivamente ricalcolato in peius dall'ente ben oltre il termine annuale previsto dalla legge. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'ente, sottolineando che il termine di decadenza annuale ha una portata generale e serve a garantire la certezza dei rapporti giuridici, impedendo recuperi tardivi di somme dovute a errori dell'amministrazione stessa.
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Procedimento disciplinare: quando inizia il termine?
Un dirigente pubblico è stato sanzionato per aver svolto un'attività extra-lavorativa non comunicata durante l'orario di servizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, chiarendo un punto fondamentale sul procedimento disciplinare pubblico impiego: il termine per la contestazione decorre dalla ricezione formale degli atti da parte dell'Ufficio per i Procedimenti Disciplinari (UPD) e non dalla conoscenza informale che possano averne i suoi singoli membri. La sentenza ribadisce l'impossibilità per la Cassazione di riesaminare i fatti del processo.
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Ricorso inammissibile: valutazione fatti del giudice
Un gruppo di lavoratori ha presentato ricorso in Cassazione per far dichiarare la responsabilità solidale di una seconda società nel loro rapporto di lavoro. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché le censure mosse miravano a una nuova valutazione dei fatti, attività preclusa nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, anche il ricorso incidentale tardivo della società datrice di lavoro è stato dichiarato inefficace.
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Giudicato sostanziale: rigetto per carenza di prova
La Corte di Cassazione chiarisce che il rigetto di una domanda per carenza di prova costituisce una pronuncia di merito e, se non impugnata, forma un giudicato sostanziale. Nel caso specifico, un lavoratore si è visto respingere definitivamente la richiesta di differenze retributive perché una precedente sentenza, basata sulla mancanza di prove, aveva già deciso sulla questione, impedendo una nuova valutazione.
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Mobbing lavorativo: quando le condotte non bastano
Un dipendente bancario ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro a seguito di una fusione aziendale, lamentando un errato inquadramento, il mancato rimborso di spese e condotte di mobbing. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare il mobbing lavorativo è indispensabile che il lavoratore fornisca la prova di un preciso intento persecutorio che unifichi le diverse azioni datoriali. Le singole condotte, anche se negative, non sono sufficienti se non inserite in un disegno vessatorio complessivo.
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Divieto licenziamento covid: non si applica retroattivamente
Un lavoratore ha impugnato il proprio licenziamento, sostenendo che violasse il divieto di licenziamento covid introdotto dalla normativa emergenziale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che la sospensione dei licenziamenti si applica solo alle procedure avviate a partire dal 23 febbraio 2020. Poiché in questo caso la procedura era iniziata prima di tale data, il divieto non era applicabile.
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Lavoro subordinato: la prova spetta al lavoratore
Un lavoratore, che era anche socio e amministratore di una società poi fallita, ha visto respinta la sua richiesta di ammissione al passivo per crediti da lavoro subordinato. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando che l'onere di provare la sussistenza della subordinazione grava interamente sul lavoratore. La Corte ha inoltre ribadito la propria impossibilità di riesaminare nel merito le prove già valutate dai giudici dei gradi precedenti.
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Appalto illecito: la Cassazione e l’onere della prova
La Corte di Cassazione si pronuncia su un caso di presunto appalto illecito, rigettando il ricorso dei lavoratori. La decisione sottolinea che, in sede di legittimità, non è possibile richiedere un riesame del merito, ma è necessario indicare un fatto storico preciso e decisivo che il giudice precedente avrebbe omesso di esaminare. Il ricorso principale è stato dichiarato estinto per rinuncia, mentre quello incidentale è stato giudicato inammissibile, confermando la legittimità del contratto d'appalto come valutato dalla Corte d'Appello.
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Somministrazione irregolare: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 9265/2019, affronta un caso di somministrazione irregolare. Una lavoratrice aveva ottenuto in primo e secondo grado la conversione del suo contratto a tempo indeterminato presso l'azienda utilizzatrice, poiché la causale, legata a 'punte di intensa attività', era stata ritenuta troppo generica e non provata. La Cassazione conferma la conversione del rapporto ma cassa la sentenza sulla parte economica, stabilendo che al lavoratore spetta l'indennità risarcitoria onnicomprensiva prevista dall'art. 32 della L. 183/2010 e non l'integrale pagamento delle retribuzioni perse.
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