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art. 13, co. 1 bis, d.P.R. cit.

43 provvedimenti

Obbligo di repechage: licenziamento illegittimo
Una società di supermercati ha licenziato una cassiera per giustificato motivo oggettivo a seguito della chiusura di un punto vendita. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento, ritenendo che l'azienda avesse violato l'obbligo di repechage. La decisione sottolinea che la chiusura di una sede non è sufficiente a giustificare il recesso se esistono altre possibilità di ricollocamento del dipendente all'interno della struttura aziendale, data la fungibilità delle mansioni e la ricollocazione di altri colleghi.
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Inquadramento contrattuale: la Cassazione chiarisce
Un dipendente di un istituto di credito ha citato in giudizio il proprio datore di lavoro per ottenere un superiore inquadramento contrattuale basato su un accordo aziendale del 1992. Tuttavia, un nuovo accordo del 2011 aveva modificato il sistema. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore, stabilendo che le norme transitorie del nuovo accordo tutelavano solo i ruoli che erano stati esplicitamente 'ridisciplinati', escludendo quindi il ricorrente. La decisione sottolinea la prevalenza dell'interpretazione letterale dei contratti collettivi e l'autonomia delle parti sociali nel modificare le regole, purché non ledano diritti già maturati.
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Recesso contratto agenzia: fax valido come raccomandata?
Un agente impugna il recesso dal contratto di agenzia comunicato via fax anziché con la raccomandata prevista. La Cassazione chiarisce che se il contratto stabilisce solo il mezzo di comunicazione e non la forma dell'atto, il giudice può valutare l'equipollenza dei mezzi. Il fax con esito positivo è ritenuto valido, confermando il recesso del contratto di agenzia e negando l'indennità sostitutiva del preavviso. Negata anche l'indennità meritocratica per mancata prova dei vantaggi duraturi per la mandante.
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Inquadramento quadro direttivo: conta l’autonomia
Una lavoratrice ha richiesto il riconoscimento dell'inquadramento quadro direttivo. La Cassazione ha stabilito che l'elemento centrale è l'autonomia decisionale nella gestione delle proprie mansioni, anche in assenza di poteri di firma verso terzi. La richiesta di differenze retributive è stata però parzialmente limitata dalla prescrizione decennale, decorrente dalla data ultima fissata dal CCNL per l'adozione del nuovo sistema di classificazione.
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Patto di non concorrenza: quando è nullo per legge?
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità di un patto di non concorrenza stipulato tra un istituto bancario e un suo ex dipendente, un private banker. La decisione si fonda sulla indeterminatezza sia del corrispettivo, che poteva essere unilateralmente interrotto dalla banca in caso di cambio mansioni, sia dell'ambito territoriale, non definito con precisione al momento della firma. La Corte ha stabilito che tali elementi, essenziali per la validità del patto, devono essere determinati o almeno determinabili 'ex ante', ovvero al momento della stipula, per consentire al lavoratore di valutare il sacrificio richiesto. La conseguente nullità dell'intero accordo ha portato al rigetto della richiesta di risarcimento danni avanzata dalla banca.
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Demansionamento: la responsabilità dopo cessione d’azienda
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12048/2024, ha chiarito la ripartizione di responsabilità in un caso di demansionamento continuato a seguito di una cessione di ramo d'azienda. I giudici hanno stabilito che il datore di lavoro cessionario è responsabile in solido per il danno da demansionamento iniziato dal cedente e proseguito senza interruzioni dopo il trasferimento dei lavoratori, confermando la condanna al risarcimento del danno. La Corte ha inoltre ritenuto irrilevante la nuova formulazione dell'art. 2103 c.c. introdotta nel 2015, poiché il demansionamento era iniziato in epoca precedente.
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Clausola sociale: pensione non detraibile dal danno
La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di mancata assunzione in violazione di una clausola sociale, la pensione di anzianità percepita dal lavoratore non può essere detratta dal risarcimento del danno. La sentenza chiarisce che il trattamento pensionistico non costituisce un 'aliunde perceptum' in quanto non deriva causalmente dall'inadempimento del datore di lavoro, ma da autonomi presupposti di legge. La Corte ha quindi accolto il ricorso del lavoratore su questo punto, dichiarando inammissibile quello dell'azienda.
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Licenziamento ritorsivo: i limiti del ricorso
Un lavoratore, assunto con un contratto part-time fittizio ma impiegato a tempo pieno, viene licenziato dopo aver richiesto il pagamento delle differenze retributive tramite sindacato. La Corte d'Appello dichiara nullo il licenziamento ritorsivo, ordinando la reintegra. La Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda e chiarendo che la valutazione dei fatti e la sufficienza della motivazione della sentenza di merito non sono sindacabili in sede di legittimità, se non in casi eccezionali di motivazione assente o meramente apparente.
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Impugnazione secondo licenziamento: quando è inutile?
Una lavoratrice, licenziata una prima volta e reintegrata, opta per l'indennità sostitutiva ma viene licenziata di nuovo. Impugna il secondo licenziamento, ma nel frattempo una sentenza d'appello dichiara il rapporto di lavoro già risolto alla data del primo. La Cassazione, con ordinanza 26769/2024, dichiara inammissibile il ricorso contro il secondo licenziamento per sopravvenuto difetto di interesse, poiché il rapporto di lavoro era legalmente inesistente al momento del secondo atto espulsivo.
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Responsabilità solidale condominio: esclusa per i crediti
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32674/2025, ha stabilito che la responsabilità solidale condominio non si applica per i crediti retributivi dei dipendenti dell'impresa appaltatrice. La Corte ha chiarito che il condominio non agisce come imprenditore né come datore di lavoro ai sensi della normativa (art. 29, D.Lgs. 276/2003), essendo un mero ente di gestione per scopi estranei a un'attività d'impresa. Di conseguenza, il lavoratore non può rivalersi sul condominio per le retribuzioni non pagate dal suo datore di lavoro.
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Mansioni superiori: no frode se c’è sostituzione
Un lavoratore è stato ripetutamente assegnato a mansioni superiori per periodi inferiori al limite legale per la promozione, sostenendo si trattasse di uno schema fraudolento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che se l'assegnazione avviene per sostituire un dipendente assente con diritto alla conservazione del posto, non sussiste né il diritto all'inquadramento superiore né la frode alla legge.
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Associazione in partecipazione e rapporto di lavoro
Un collaboratore, dopo la fine di una relazione sentimentale con un'imprenditrice, ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato per l'attività svolta nella sua azienda, in parte regolata da un contratto di associazione in partecipazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei giudici di merito. È stato ritenuto che il lavoratore non abbia fornito prove sufficienti della subordinazione e che la contestazione sulla validità del contratto di associazione in partecipazione, sollevata solo in appello, costituisse una domanda nuova e quindi inammissibile.
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Clausola di ultrattività CCNL: quando è valido il recesso?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 26947/2024, ha stabilito che la clausola di ultrattività in un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) lo trasforma in un contratto a termine, la cui scadenza coincide con la stipula di un nuovo accordo. Di conseguenza, il singolo datore di lavoro non può recedere unilateralmente prima di tale scadenza. Nel caso specifico, un'associazione sanitaria che aveva tentato di applicare un CCNL diverso è stata comunque vincolata al rinnovo del precedente contratto, anche a seguito di un suo comportamento concludente consistito nel continuare ad applicarlo dopo la scadenza.
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Clausola di ultrattività CCNL: quando è vincolante?
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito che un datore di lavoro non può recedere unilateralmente da un contratto collettivo che contiene una clausola di ultrattività CCNL. Tale clausola estende l'efficacia del contratto fino alla stipula di un nuovo accordo, configurando un termine finale e non una durata indeterminata. La Corte ha inoltre stabilito che il comportamento concludente del datore di lavoro, che continua ad applicare il contratto anche dopo il suo rinnovo, equivale a un'accettazione tacita, rendendolo vincolante.
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Rimborso delle spese: quando è negato al collaboratore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un collaboratore che richiedeva a un'organizzazione sindacale il rimborso delle spese per trasferte, ricariche telefoniche e materiali. La decisione conferma che, senza una preventiva autorizzazione scritta per le spese fuori territorio e prove documentali adeguate (come scontrini fiscali dettagliati), il diritto al rimborso non sussiste. La Corte ha inoltre chiarito che i regolamenti interni dell'ente non costituiscono norme di diritto appellabili in Cassazione.
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Licenziamento disciplinare: limiti alla difesa
Un lavoratore, guardia giurata, viene licenziato per aver tenuto una condotta ritenuta lesiva del vincolo di fiducia. Impugna il licenziamento disciplinare sostenendo una violazione del suo diritto di difesa. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la legittimità del licenziamento e chiarendo i limiti del sindacato di legittimità sulla valutazione dei fatti e sulla proporzionalità della sanzione, nonché i requisiti della contestazione disciplinare.
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Licenziamento disciplinare per ritardato versamento
La Cassazione conferma il licenziamento disciplinare di un dipendente che, dopo aver incassato somme dai clienti per conto dell'azienda, ne ha ritardato il versamento per quasi due anni. La Corte ha ritenuto inammissibile il ricorso, confermando la valutazione dei giudici di merito che hanno qualificato la condotta come appropriazione indebita, integrando così la giusta causa di recesso.
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Trasferimento lavoratore: quando è nullo? La Cassazione
Una società di servizi impugna la sentenza che ha dichiarato nullo il trasferimento di una lavoratrice. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, confermando la decisione di merito. Il provvedimento chiarisce che il trasferimento del lavoratore non può essere usato come sanzione disciplinare mascherata e deve basarsi su ragioni oggettive. Viene inoltre ribadita la nozione di "unità produttiva" come qualsiasi articolazione aziendale dotata di autonomia funzionale, anche se piccola.
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Impugnazione licenziamento: a chi notificare?
Un lavoratore, licenziato prima di una cessione d'azienda, ha tentato la conciliazione solo con la nuova società. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l'impugnazione del licenziamento deve essere rivolta all'originario datore di lavoro (cedente) per interrompere la decadenza. La richiesta al solo cessionario non è sufficiente.
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Tempo di viaggio: quando è orario di lavoro retribuito
La Cassazione stabilisce che il tempo di viaggio dei tecnici dal deposito aziendale al primo cliente rientra nell'orario di lavoro retribuito. Una clausola contrattuale che introduce una franchigia non retribuita è nulla e il giudice deve quantificare il dovuto anche se la prova dell'esatto ammontare non è fornita dal lavoratore.
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