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Truffa

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566 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Truffa con abuso di procura: finto pagamento e condanna
Un uomo e una donna sono stati condannati per il reato di truffa con abuso di procura. L'uomo, sfruttando una procura speciale ricevuta dalla proprietaria di un terreno, ha trasferito l'immobile alla propria moglie. Nell'atto di vendita, i due hanno falsamente dichiarato che il prezzo era stato interamente pagato in contanti, senza però versare alcuna somma alla reale proprietaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei coniugi, confermando la condanna penale. I giudici hanno stabilito che l'uso distorto della delega e la falsa attestazione di pagamento integrano pienamente gli estremi del reato contestato, respingendo la tesi difensiva secondo cui si trattasse di una semplice appropriazione indebita o di un inadempimento civile.
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Sostituzione di persona: ordinare merci con nome falso è reato
Un uomo è stato condannato per i reati di truffa e sostituzione di persona per aver ordinato condizionatori e lumache utilizzando il nome falso di un altro soggetto e pagando con assegni falsi. Gli ordini partivano da un computer situato in un locale nella sua disponibilità. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che si trattasse di un semplice inadempimento contrattuale e contestando la riconducibilità del computer e dell'immobile alla sua persona. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che i motivi di ricorso riproducevano genericamente quelli già respinti in appello, senza contestare la logica della sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: abbonamento falso, condanna vera
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di Truffa contrattuale. Il caso riguardava l'attivazione fraudolenta di un abbonamento televisivo a nome di una vittima ignara. L'imputato ha contestato la decisione della Corte di Appello proponendo una diversa ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di legittimità non può rivalutare le prove, ma deve solo verificare la coerenza logica della motivazione. Poiché la sentenza precedente era solida e priva di contraddizioni, il ricorso è stato rigettato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Falso in assegno non trasferibile: assolto ma condannato per truffa
L'Imputato ha acquistato della merce pagando con un assegno bancario rubato e non trasferibile, firmato con false generalità. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di truffa e ricettazione. Tuttavia, ha accolto il ricorso riguardo al reato di falso in scrittura privata. I giudici hanno stabilito che il falso in assegno non trasferibile è stato depenalizzato dal decreto legislativo numero 7 del 2016. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per questo specifico reato perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello solo per ricalcolare al ribasso la pena complessiva, eliminando l'aumento stabilito per la falsificazione dell'assegno.
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Truffa online: incassa ma non spedisce, ricorso respinto
Un uomo, denominato Il Venditore, ha messo in vendita su internet un motore per auto, incassando il prezzo senza mai consegnarlo all'acquirente. Condannato in primo grado per il reato di Truffa online, ha proposto appello. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione per la genericità dei motivi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che l'atto di appello deve contestare in modo specifico e puntuale le prove e le motivazioni della sentenza di primo grado. Il ricorso del Venditore è stato quindi dichiarato inammissibile, con sua condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: l’impiegata evita la pena ma rischia il danno
Un'impiegata amministrativa è stata accusata di aver sottratto ingenti somme all'azienda falsificando assegni e fatture. Condannata in appello per truffa aggravata, la lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rilevato che il reato si era estinto per il decorso del tempo, dichiarando la prescrizione del reato sotto il profilo penale. Tuttavia, poiché i motivi di ricorso relativi alla ricostruzione dei fatti e all'autenticità delle firme non erano manifestamente infondati, la Cassazione ha annullato anche le decisioni sul risarcimento del danno, rinviando la causa al giudice civile per un nuovo esame della responsabilità risarcitoria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanne definitive
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da due soggetti condannati per truffa, falso e peculato. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e si limitavano a ripetere le stesse contestazioni già respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna dei ricorrenti, obbligandoli anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa ai caselli autostradali: sbarra su ma condanna penale
L'Automobilista è stata condannata per il reato di truffa per non aver pagato il pedaggio autostradale in più occasioni. La condotta consisteva nell'accodarsi alle vetture precedenti per superare la sbarra del casello senza pagare. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la truffa ai caselli autostradali si configura pienamente tramite questo espediente. Inoltre, la Suprema Corte ha negato l'attenuante del danno di speciale tenuità. Sebbene la valutazione del danno vada effettuata per ogni singolo transito e non cumulativamente, nel calcolo del pregiudizio economico rientrano anche le spese sostenute dalla società autostradale per individuare il trasgressore e recuperare le somme. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa in concorso: condannati i finti mediatori
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di truffa in concorso per aver venduto un macchinario da cantiere senza averne la reale disponibilità, inducendo le vittime a versare ventimila euro. Due imputati hanno sostenuto di aver svolto solo una semplice attività di mediazione senza malafede, mentre una terza imputata ha eccepito l'avvenuta prescrizione del reato, contestando l'applicazione della sospensione dei termini legata all'emergenza Covid-19. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato la responsabilità dei mediatori e chiarito che la sospensione di sessantatré giorni dovuta alla pandemia era pienamente applicabile, avendo determinato il rinvio di un'udienza. Di conseguenza, la prescrizione non era maturata prima della sentenza d'appello. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della Cassa delle Ammende.
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Truffa ai caselli autostradali: accodarsi per non pagare è reato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa nei confronti di un automobilista che evitava sistematicamente di pagare il pedaggio autostradale. L'imputato utilizzava lo stratagemma di accodarsi velocemente alla vettura precedente per superare la sbarra prima della sua chiusura. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come insolvenza fraudolenta, un reato meno grave. I giudici hanno respinto la richiesta, chiarendo che il comportamento del conducente integra una vera e propria truffa ai caselli autostradali. L'atto di accodarsi costituisce infatti un vero e proprio raggiro idoneo a ingannare il sistema di controllo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa con criptovalute: promesse di ricchezza e condanna finale
Un uomo ha convinto la vittima a versare ingenti somme di denaro su una carta ricaricabile in suo possesso, promettendo enormi guadagni tramite investimenti in moneta virtuale. L'investimento non è mai avvenuto e il denaro non è stato restituito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per il reato di truffa con criptovalute. I giudici hanno evidenziato che l'imputato ha partecipato attivamente all'inganno, mostrando piena consapevolezza del meccanismo fraudolento, soprattutto quando ha reagito con rabbia alle richieste di chiarimenti della vittima. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, la condanna viene confermata definitivamente ed egli viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa dei falsi gioielli: la Cassazione smaschera il raggiro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva venduto a ignari acquirenti dei gioielli privi di valore, spacciandoli per preziosi. La difesa contestava l'identificazione dell'autore e l'esistenza del danno patrimoniale. I giudici hanno invece confermato la colpevolezza dell'uomo grazie alle riprese delle telecamere di sorveglianza e ai tabulati telefonici. Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto legittima l'applicazione della recidiva, considerando i numerosi precedenti penali dell'imputato per furto e lesioni, indicativi di una spiccata pericolosità sociale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di truffa o semplice debito? La Cassazione decide
Un cittadino, condannato per il reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto nel meno grave reato di insolvenza fraudolenta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione della credibilità della persona offesa e dei testimoni spetta solo ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità, salvo evidenti contraddizioni logiche. Nel caso specifico, la condotta dell'imputato presentava tutti gli elementi tipici del reato di truffa, caratterizzato da artifizi e raggiri, e non una semplice dissimulazione del proprio stato di insolvenza. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Diritto di querela per truffa: vince il terzo danneggiato
L'Imputato è stato condannato per truffa. Ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la querela fosse invalida perché presentata da una società terza (L'Azienda Danneggiata) e non dai soggetti direttamente raggirati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il diritto di querela per truffa spetta anche al terzo danneggiato che, a causa dei raggiri orditi contro altri, abbia subito la perdita di concrete opportunità di profitto, subendo così un danno risarcibile.
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Inammissibilità del ricorso per truffa: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da due soggetti condannati per il reato di truffa. I ricorrenti contestavano la decisione della Corte di Appello senza però specificare i motivi concreti della loro critica. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'atto di impugnazione era del tutto generico e privo degli elementi richiesti dalla legge processuale penale. Di conseguenza, la Suprema Corte non ha potuto esaminare il caso nel merito, confermando la condanna precedente e obbligando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa tramite WhatsApp: documento falso e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva messo in atto una truffa tramite WhatsApp inviando un documento alterato per raggirare la vittima. La difesa contestava la responsabilità penale e l'eccessività della pena, lamentando anche il mancato riconoscimento della sospensione condizionale. La Suprema Corte ha stabilito che i motivi di ricorso erano ripetitivi e manifestamente infondati. I giudici hanno confermato la legittimità della decisione della Corte d'Appello, evidenziando la gravità del comportamento e i numerosi precedenti penali specifici dell'imputato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando definitivamente la condanna.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: truffa confermata
Un cittadino, condannato per il reato di truffa dalla Corte d'Appello, ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione lamentando violazioni di legge e vizi di motivazione. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi presentati erano del tutto generici e privi di un reale confronto con la sentenza impugnata. La Suprema Corte ha ribadito che l'impugnazione deve contenere critiche specifiche e argomentate contro il provvedimento contestato. Per questo motivo, la Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa tramite PostePay: basta la carta per la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di truffa. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti, sostenendo un vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la titolarità e la concreta disponibilità della carta ricaricabile su cui confluiscono i soldi della vittima bastano a identificare il colpevole. Trattandosi di una Truffa tramite PostePay, chi possiede la carta risponde del reato, salvo prove contrarie. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa dell’agente di commercio: condanna ferma, fedina in bilico
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale di un venditore per il reato di truffa dell'agente di commercio. L'imputato, pur lavorando per una società, ha ingannato un cliente facendogli credere di poter riscuotere direttamente del denaro, somma poi trattenuta indebitamente. I giudici hanno respinto i motivi di ricorso sulla responsabilità e sulla particolare tenuità del fatto, ritenendo il danno economico non lieve. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione del beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale, su cui la Corte d'Appello aveva omesso di motivare. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio solo per questo specifico punto, rendendo definitiva la condanna per truffa.
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Truffa online da 280 euro: sì alla particolare tenuità del fatto
L'Imputato era accusato di truffa online per aver venduto un bene senza consegnarlo, incassando 280 euro. Il Tribunale lo aveva assolto applicando la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso, sostenendo che il danno non fosse esiguo e che la truffa online fosse intrinsecamente insidiosa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il danno era ridotto e che l'agire dell'Imputato non era insidioso, avendo usato il proprio vero nome, un'utenza telefonica a sé intestata e un conto corrente personale. L'assenza di precedenti penali è stata correttamente valutata per escludere l'abitualità del comportamento.
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