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Truffa Consumata

11 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Reato che si perfeziona nel momento in cui l'autore ottiene l'ingiusto profitto con l'altrui danno, derivante dall'induzione in errore della vittima.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Consumazione della truffa: basta l’acconto per far scattare la condanna
Un uomo, condannato per truffa continuata a otto mesi di reclusione e seicento euro di multa, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa sosteneva che il reato fosse solo tentato, poiché si era fermato alla promessa di pagamento della vittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la consumazione della truffa. I giudici hanno chiarito che il reato si perfeziona e si consuma nel momento in cui l'autore riceve effettivamente le somme di denaro versate a titolo di acconto. Di conseguenza, non si può parlare di mero tentativo quando vi è stato un effettivo passaggio di denaro. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa consumata: basta l’acconto per far scattare la condanna
Un finto locatore ha offerto in affitto immobili di cui non aveva la disponibilità, incassando degli acconti dalle vittime. La difesa ha sostenuto che si trattasse solo di truffa tentata e non di truffa consumata, poiché l'imputato non aveva ottenuto l'intera somma richiesta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per truffa consumata. I giudici hanno chiarito che il reato si perfeziona nel momento in cui l'autore ottiene un profitto ingiusto, anche se parziale come un acconto, tramite artifici e raggiri. Di conseguenza, il finto locatore perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna e sanzione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un cittadino per i reati di sostituzione di persona e truffa consumata. L'imputato aveva proposto ricorso lamentando un generico vizio di motivazione della sentenza d'appello. I giudici di legittimità hanno rilevato che il ricorso non indicava in modo specifico gli elementi a sostegno delle critiche, violando le regole del codice di procedura penale. Per questo motivo, la Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. La decisione ribadisce l'obbligo di formulare motivi di impugnazione precisi e dettagliati, pena il rigetto immediato della domanda senza esame del merito.
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Truffa consumata o finta consegna? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il reato di truffa consumata. La difesa sosteneva che si trattasse solo di un tentativo a causa di una presunta consegna controllata della somma di denaro da parte delle forze dell'ordine. I giudici hanno respinto la tesi, confermando la consumazione del reato poiché la vittima ha subito l'effettivo danno patrimoniale. È stata inoltre confermata l'applicazione della recidiva per via della tecnica consolidata e dei cinque precedenti specifici dell'imputato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa consumata: condanna definitiva e notifiche all’estero
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di truffa. La ricorrente contestava la regolarità delle notifiche, effettuate al difensore d'ufficio anziché presso il domicilio estero di un familiare, e la qualificazione del reato come truffa consumata anziché tentata. I giudici hanno chiarito che l'elezione di domicilio all'estero presso un parente è inidonea se il soggetto dimora in Italia. Inoltre, hanno confermato che la truffa consumata si perfeziona nel momento e nel luogo in cui si verifica l'effettiva perdita economica della vittima e il correlato ingiusto profitto del colpevole, con il conseguimento del possesso autonomo del bene. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: reato anche con polizza di un solo giorno
Il caso riguarda due soggetti accusati di aver stipulato polizze assicurative online utilizzando carte di credito contraffatte di terzi. Per il primo imputato, la polizza è stata emessa e poi annullata il giorno successivo; per la seconda, la transazione è stata bloccata subito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale consumata a carico del primo ricorrente, rigettando la tesi difensiva secondo cui l'annullamento immediato configurasse solo un tentativo. La Corte ha stabilito che anche la validità temporanea di un solo giorno della polizza genera un ingiusto profitto per l'assicurato e un danno economico per la compagnia, integrando tutti gli elementi del reato consumato. Il ricorso della seconda imputata è stato dichiarato inammissibile per genericità.
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Tentativo di truffa: la polizia vigila e il carcere salta
Il Tribunale di Napoli confermava la custodia in carcere per L'Indagato, accusato di truffa. La difesa ricorreva in Cassazione sostenendo che si trattasse di un mero tentativo di truffa, poiché la consegna del denaro era avvenuta sotto il controllo della polizia, preventivamente allertata dalla vittima. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la sorveglianza delle forze dell'ordine impedisce la consumazione del reato. Mancano infatti l'effettivo inganno della vittima e l'acquisizione autonoma del profitto da parte dei malfattori. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, non applicabile per il tentativo di truffa, disponendo l'immediata scarcerazione dell'indagato e rinviando al Tribunale per l'applicazione di una misura meno afflittiva.
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Tentativo di truffa: la trappola della polizia evita il carcere
Un uomo, accusato di truffa, era stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La difesa ha fatto ricorso sostenendo che si trattasse solo di un tentativo di truffa e non di un reato consumato. La consegna del denaro era infatti avvenuta in un centro commerciale sotto lo stretto controllo della polizia, precedentemente allertata dalla vittima. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la sorveglianza delle forze dell'ordine impedisce al truffatore di acquisire l'autonoma disponibilità del denaro e alla vittima di essere realmente ingannata. Di conseguenza, il reato si configura come tentato e non consente la custodia in carcere. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza e ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato.
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Truffa consumata: condanna anche per 50€ se ne chiedi 500
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa consumata a carico di un individuo che aveva ottenuto 50 euro da una persona anziana, nonostante la richiesta iniziale fosse di 500 euro. La difesa sosteneva che si trattasse solo di un tentativo, ma i giudici hanno stabilito un principio chiaro: il reato si perfeziona con la ricezione di qualsiasi somma, realizzando sia il profitto per il truffatore sia il danno per la vittima. La Corte ha inoltre negato le attenuanti per il danno lieve, valutando l'intenzione originaria di sottrarre una cifra ben più alta e la particolare vulnerabilità della vittima. La sentenza chiarisce quindi quando si configura una truffa consumata.
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Truffa consumata: il reato con carta ricaricabile
La Corte di Cassazione ha stabilito che la truffa consumata si perfeziona con l'accredito su una carta ricaricabile, anche se la somma viene bloccata. L'assenza della vittima al processo non costituisce remissione tacita della querela se non ritualmente citata. Il ricorso dell'imputata è stato dichiarato inammissibile.
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Truffa consumata: quando il reato si perfeziona
Un uomo è stato posto agli arresti domiciliari per frode ai danni di una donna anziana. Ha fatto ricorso sostenendo che si trattasse solo di un tentativo di frode poiché la polizia è intervenuta durante la consegna dei gioielli. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che la truffa consumata si verifica quando la vittima, indotta in errore, consegna i beni, anche se la polizia interviene casualmente poco dopo. La perdita definitiva per la vittima e il profitto per l'autore si sono già realizzati. È stata confermata anche l'aggravante dello sfruttamento della vulnerabilità della vittima.
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