Un imputato, condannato in primo grado a tre anni e sei mesi per rapina, presenta appello. La Corte d'Appello, pur potendo modificare la qualificazione giuridica del reato, aumenta la pena a cinque anni e quattro mesi. La Corte di Cassazione interviene e annulla questo aggravamento. La sentenza stabilisce un principio fondamentale: il giudice d'appello viola il divieto di reformatio in peius se, su esclusivo ricorso dell'imputato, peggiora il trattamento sanzionatorio, ovvero la quantità della pena. La pena più grave è stata quindi cancellata e ripristinata quella originaria, più mite.
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