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Tentata Estorsione — Anno 2022

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163 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Tentata Estorsione

Provvedimenti

Stato di necessità e tentata estorsione: condannato il figlio
Un detenuto ha inviato gravi minacce al padre per estorcergli trentamila euro una volta uscito dal carcere. La difesa ha invocato lo stato di necessità, sostenendo che il giovane vivesse in condizioni di estremo disagio e abbandono. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il disagio economico o affettivo non configura lo stato di necessità (art. 54 c.p.), il quale richiede un pericolo imminente e inevitabile di un danno grave alla persona. Di conseguenza, la condanna per tentata estorsione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione: il mantenimento non giustifica la violenza
Un uomo ha aggredito e minacciato ripetutamente i propri genitori per ottenere somme di denaro destinate a viaggi all'estero. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione, respingendo la tesi della difesa che invocava un presunto diritto al mantenimento o il reato minore di violenza privata. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza e delle minacce per ottenere denaro esclude qualsiasi legittima pretesa assistenziale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del figlio, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione per cancellare foto: condanna in Cassazione
L'Imputato pretendeva la consegna del telefono cellulare della Vittima, sostenendo di voler solo cancellare alcune foto scattate senza il suo consenso. Tuttavia, la richiesta si inseriva in un contesto di ripetute minacce per ottenere il pagamento del pizzo per un'attività commerciale. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per tentata estorsione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha chiarito che pretendere con la forza il cellulare altrui configura il reato di tentata estorsione e non il meno grave reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Il profitto dell'estorsione può infatti avere anche natura non patrimoniale, mentre l'impossessamento del telefono costituisce un danno ingiusto per la vittima. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Concordato in appello: l’accordo blindato che vieta i ripensamenti
L'Imputato, condannato per tentata estorsione, concorda la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, il suo difensore propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, una volta siglato il concordato in appello, il ricorso è limitato solo a vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sull'illegalità della pena. Non si possono far valere motivi rinunciati o la mancata applicazione del proscioglimento d'ufficio. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Attendibilità della persona offesa: no a sconti per l’estorsore
Un uomo condannato per tentata estorsione, resistenza a pubblico ufficiale e porto abusivo d'armi ha presentato ricorso in Cassazione. La difesa ha contestato l'attendibilità della persona offesa, ritenendo le sue dichiarazioni non credibili rispetto alla versione dell'imputato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Corte d'Appello ha ampiamente motivato l'attendibilità della persona offesa con argomenti logici e coerenti. La Cassazione non può riesaminare i fatti o rivalutare le prove, ma deve solo verificare la correttezza giuridica della decisione precedente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Soldi per droga e minacce: è tentata estorsione
Il Creditore ha prestato denaro a un conoscente, Il Debitore, sapendo che la somma sarebbe servita per l'acquisto di sostanze stupefacenti per uso personale. A causa del mancato rimborso, Il Creditore ha utilizzato violenza e gravi minacce per costringere l'altro a restituire la somma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per tentata estorsione. I giudici hanno chiarito che un prestito finalizzato all'acquisto di droga ha una causa illecita e non genera alcun diritto di credito tutelabile davanti al giudice. Di conseguenza, l'uso della forza per recuperare tali somme non può essere qualificato come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ma integra pienamente il più grave reato di tentata estorsione.
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Attendibilità della persona offesa: basta la parola della vittima
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentata estorsione aggravata. L'imputato contestava l'attendibilità della persona offesa, le cui dichiarazioni erano state poste alla base della condanna. I giudici hanno ribadito che l'attendibilità della persona offesa può fondare da sola la dichiarazione di colpevolezza, senza necessità di riscontri esterni, specialmente se la vittima non si è costituita parte civile e non ha interessi economici nel processo. La valutazione della credibilità spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se priva di vizi logici. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione per 100 euro: condanna e multa in Cassazione
Il caso riguarda un uomo condannato per tentata estorsione per aver richiesto cento euro a due persone sotto minaccia. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e la gravità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità dei motivi presentati dalla difesa. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'imputato basandosi sulle dichiarazioni attendibili delle vittime. Inoltre, la Corte ha negato l'attenuante del danno di speciale tenuità, spiegando che la tentata estorsione offende sia il patrimonio sia la libertà personale, e che cento euro non costituiscono una richiesta minima. L'imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per recidiva
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, contestando l'idoneita del domicilio e la qualificazione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la custodia cautelare in carcere e giustificata non dall'inidoneita della casa paterna, ma dalla gravita della condotta, dal rischio di inquinamento delle prove e dall'elevato pericolo di recidiva, visti i precedenti penali e i contatti con la criminalita organizzata dell'indagato. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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No all’esercizio arbitrario delle proprie ragioni per l’usura
L'Imputato è stato condannato per tentata estorsione e invasione di terreni o edifici. Il difensore ha chiesto di riqualificare il reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo che l'assistito voleva solo recuperare somme portate da assegni in suo possesso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni richiede un diritto legittimo e azionabile davanti a un giudice. Nel caso specifico, il credito derivava da un prestito usurario, rendendo la pretesa giuridicamente inesistente e non tutelabile. Di conseguenza, l'uso della forza o della minaccia per recuperare un credito usurario integra il reato di estorsione e non quello di autotutela. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione per un finto danno: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione a carico di due soggetti che pretendevano la consegna gratuita di foraggio da parte delle vittime. Gli imputati sostenevano di agire per compensare il danno subito a causa dell'incendio della propria auto, attribuito ingiustamente alle vittime. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi: l'incendio dell'auto era stato accertato come accidentale dai Vigili del Fuoco, escludendo qualsiasi reale diritto di credito o pretesa legittima. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la testimonianza della persona offesa, se ritenuta credibile e coerente, può da sola fondare la condanna del colpevole.
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Gravi indizi di colpevolezza: dai domiciliari al vero carcere
Il Tribunale ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di associazione finalizzata allo spaccio e tentata estorsione. L'indagato, fornitore di droga del gruppo, avrebbe ordinato il pestaggio del capo dell'organizzazione per recuperare un debito di 3.500 euro. La difesa ha contestato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e l'adeguatezza della misura carceraria, evidenziando che l'uomo era già agli arresti domiciliari per un altro procedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i gravi indizi di colpevolezza non richiedono la certezza della prova, ma una qualificata probabilità di colpevolezza. Inoltre, per i reati associativi legati agli stupefacenti opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere, superabile solo da prove contrarie specifiche e non da semplici contestazioni generiche. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere.
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Tentata estorsione: il lavoro in nero imposto è un danno
Un uomo ha minacciato i responsabili di una ditta di pulizie per costringerli a riassumere la propria fidanzata con un rapporto di lavoro in nero e a pagare somme di denaro. La difesa sosteneva che imporre un lavoro irregolare non configurasse il reato di tentata estorsione, bensì quello meno grave di violenza privata, poiché il datore di lavoro avrebbe comunque ottenuto prestazioni lavorative a basso costo. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando la condanna per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che imporre un lavoratore in nero lede la libertà di gestione dell'imprenditore e lo espone a gravi sanzioni, configurando un danno economico ingiusto.
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Tentata estorsione: la finta supplica non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione nei confronti di un uomo che pretendeva somme di denaro da una vittima. L'imputato sosteneva che le sue richieste telefoniche, formulate con toni apparentemente supplichevoli di aiuto economico, non costituissero minacce e che non vi fosse stato un danno patrimoniale effettivo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta di denaro, anche se mascherata da supplica, integra il reato se accompagnata da pressioni costrittive. Inoltre, per ottenere benefici come la sospensione condizionale della pena, la difesa ha l'obbligo di allegare i documenti necessari, come il certificato del casellario giudiziario, pena l'inammissibilità del ricorso per difetto di autosufficienza.
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Tentata estorsione aggravata: la foto che incastra il complice
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo e dall'agevolazione mafiosa. L'indagato raccoglieva informazioni e monitorava i cantieri di un'impresa edile per conto di un clan locale, scattando anche foto ai mezzi aziendali poi inviate ai titolari come minaccia per costringerli a pagare il pizzo. La difesa sosteneva l'occasionalità della condotta e l'assenza di esigenze cautelari dopo il trasferimento dell'indagato in un'altra regione. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che i sopralluoghi e l'invio della foto costituiscono gravi indizi di colpevolezza. Il trasferimento non esclude il pericolo di recidiva, data la stabilità del legame con la consorteria criminale.
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Prescrizione del reato negata: la Cassazione conferma la condanna
Il Ricorrente, condannato per tentata estorsione, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la prescrizione del reato fosse già maturata prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ricalcolato i termini, evidenziando che la prescrizione del reato avverrà solo nel 2026. Il calcolo corretto deve infatti considerare il termine ordinario di sedici anni e osei mesi (comprensivo di atti interruttivi) e un periodo di sospensione dovuto all'adesione del difensore a un'agitazione sindacale. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: via il sequestro, resta l’estorsione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due imputati condannati in appello per sequestro di persona, lesioni personali e tentata estorsione. La difesa ha eccepito la prescrizione del reato per le prime due contestazioni. I giudici di legittimità hanno accolto questo motivo, rilevando che i termini di prescrizione per le lesioni e il sequestro erano già maturati prima della sentenza d'appello, rispettivamente nel 2016 e nel 2018. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per questi due reati per intervenuta prescrizione del reato. La condanna per tentata estorsione è stata invece confermata, con una conseguente rideterminazione al ribasso della pena finale a due anni e quattro mesi di reclusione e tremila euro di multa per ciascun imputato.
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Tentata estorsione aggravata: condannati padre e figlio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione aggravata a carico di due soggetti, padre e figlio, che avevano minacciato e pedinato la vittima per costringerla a pagare una somma di denaro. La difesa contestava la mancanza di prove sulla condotta intimidatoria e sul ruolo del figlio. La Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno evidenziato che le intercettazioni telefoniche e ambientali provavano in modo inequivocabile la pianificazione di un'aggressione fisica e il monitoraggio costante della vittima. Il figlio ha partecipato attivamente ai pedinamenti. Di conseguenza, la gravità dei fatti giustifica la condanna e il diniego del beneficio della non menzione.
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Tentata estorsione in auto: la vittima lo incastra in Questura
Il caso riguarda un uomo condannato per tentata estorsione e porto abusivo d'armi. L'imputato aveva minacciato la vittima all'interno di un'auto, evocando la protezione della mafia rumena e minacciando di accoltellarla per ottenere denaro. Nonostante la vittima avesse finto di cercare un bancomat per poi guidare astutamente fino alla Questura e farlo arrestare, la difesa sosteneva che la freddezza della vittima escludesse il reato o che si trattasse di tentata rapina. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la freddezza o la trattativa avviata dalla vittima non escludono la gravità della minaccia e l'idoneità della condotta intimidatoria a coartare la volontà altrui.
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Tentata estorsione: condannato chi minaccia il terzo estraneo
Il caso riguarda un tentativo di recupero crediti forzoso. Il Ricorrente, insieme ad altri soggetti, ha minacciato e perseguitato un intermediario finanziario per costringerlo a restituire 800.000 euro investiti con un terzo soggetto poi scomparso. La difesa sosteneva che la condotta integrasse il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e non quello di tentata estorsione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per tentata estorsione. I giudici hanno chiarito che non si può invocare l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni quando la minaccia è rivolta a un terzo estraneo al debito e in assenza di un diritto legalmente azionabile in giudizio. Il Ricorrente perde la causa ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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