La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un cittadino contro la sorveglianza speciale e pericolosità sociale con obbligo di soggiorno per due anni. L'interessato sosteneva di non possedere beni, di vivere con la madre e che la valutazione di pericolosità derivava da verbali d'arresto non definitivi per furto, ostacolando il suo lavoro di chef. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo l'autonomia del procedimento di prevenzione rispetto a quello penale. La Suprema Corte ha evidenziato che la reiterazione dei reati contro il patrimonio a breve distanza dalla scarcerazione dimostra un'effettiva pericolosità attuale, a prescindere dalla definitività delle condanne. Le questioni operative sull'attività lavorativa dovranno essere presentate al giudice dell'esecuzione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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