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Sorveglianza Speciale E Pericolosità Sociale

6 provvedimenti applicano questo termine

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: carcere e mafia
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per quattro anni. Il provvedimento scaturiva dal suo ruolo direttivo in un clan mafioso e nel traffico di stupefacenti. La difesa contestava l'attualità del pericolo, sostenendo che lo stato di detenzione carceraria escludesse l'automatica applicazione della misura. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che la detenzione non cancella la presenza del legame mafioso senza un effettivo allontanamento o recesso dal sodalizio criminale. Il tema centrale riguarda il rapporto tra sorveglianza speciale e pericolosità sociale, confermando la piena validità della misura e condannando il ricorrente al pagamento delle spese legali e a una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: misura confermata
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un cittadino contro la sorveglianza speciale e pericolosità sociale con obbligo di soggiorno per due anni. L'interessato sosteneva di non possedere beni, di vivere con la madre e che la valutazione di pericolosità derivava da verbali d'arresto non definitivi per furto, ostacolando il suo lavoro di chef. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo l'autonomia del procedimento di prevenzione rispetto a quello penale. La Suprema Corte ha evidenziato che la reiterazione dei reati contro il patrimonio a breve distanza dalla scarcerazione dimostra un'effettiva pericolosità attuale, a prescindere dalla definitività delle condanne. Le questioni operative sull'attività lavorativa dovranno essere presentate al giudice dell'esecuzione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale tra lavoro e reati
Un cittadino ha impugnato la misura della sorveglianza speciale e pericolosità sociale con obbligo di soggiorno per tre anni, sostenendo di avere un'offerta di lavoro come operaio per tre mesi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che un impiego temporaneo non cancella un'abitudine radicata a compiere reati contro il patrimonio. L'autonomia del procedimento di prevenzione permette al giudice di valutare l'intero stile di vita del soggetto, prescindendo dall'esito di singoli processi penali non conclusi con assoluzione piena. La misura personale di sicurezza rimane quindi del tutto valida ed efficace.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: ricorso vietato
Il Tribunale applicava nei confronti del Ricorrente la misura della sorveglianza speciale e pericolosità sociale per un anno e sei mesi con obbligo di versare una cauzione. Il provvedimento derivava da un grave accoltellamento compiuto nel 2017 e dalla mancanza di un effettivo ravvedimento. Il Ricorrente impugnava la decisione denunciando vizi di motivazione sull'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno ricordato che contro i decreti di prevenzione il ricorso è ammesso unicamente per violazione di legge. Poiché la motivazione del provvedimento impugnato era presente, logica e approfondita, la Cassazione ha confermato la misura e condannato il Ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: no allo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno. Il provvedimento era stato emesso poiché il soggetto era ritenuto socialmente pericoloso, data la sua dedizione abituale al traffico di stupefacenti e la sproporzione tra i redditi dichiarati e le spese familiari. La Suprema Corte ha confermato che la sorveglianza speciale e pericolosità sociale sono state legittimamente applicate. I giudici di merito hanno motivato adeguatamente la persistenza della pericolosità, evidenziando i gravi precedenti penali del ricorrente, la coltivazione di canapa indiana e l'assenza di qualsiasi segno di ravvedimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: il peso dei fatti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale e pericolosità sociale per la durata di due anni nei confronti di un soggetto già gravato da condanne irrevocabili. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché si limitava a riproporre acriticamente i motivi già respinti in appello, senza confrontarsi con la motivazione della sentenza impugnata. La Suprema Corte ha ribadito che il giudizio sulla pericolosità può fondarsi non solo su condanne definitive, ma anche su denunce e precedenti giudiziari che rivelino fatti concreti indicativi di un rischio per la collettività. Oltre al rigetto, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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