LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

LexCEDpedia

Sedicente

5 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Persona che dichiara una falsa identità o le cui generalità non sono state ufficialmente verificate tramite documenti validi.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ordine di espulsione dello straniero: impronte contro parole
Lo Straniero è stato condannato dal Giudice di pace per non aver rispettato l'ordine di espulsione dello straniero emesso dal Questore, che gli imponeva di lasciare il territorio italiano entro sette giorni. Lo Straniero ha proposto ricorso in Cassazione contestando la propria identificazione al momento della notifica (avvenuta tramite impronte digitali AFIS) e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove già esaminate nel merito e che l'identificazione tramite rilievi fotosegnaletici era certa. Inoltre, l'esclusione della tenuità del fatto è stata ritenuta corretta e motivata. Lo Straniero è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Patrocinio a spese dello Stato: negato se manca il documento
Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta di ammissione al patrocinio a spese dello Stato presentata da un cittadino straniero detenuto, a causa della mancata allegazione del documento di identità richiesto dal giudice. Il richiedente sosteneva che la sua identità fosse già certa in quanto detenuto identificato dall'ufficio matricola del carcere. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la certezza dell'identità è un requisito indispensabile per consentire le verifiche sui redditi. Se sorgono dubbi sull'identità dell'istante, in particolare se nato all'estero e identificato in carcere solo tramite impronte digitali, il giudice ha il potere-dovere di richiedere il documento d'identità. La mancata produzione del documento comporta l'inammissibilità della domanda.
Continua »
Tentato furto aggravato: taglia il cavo ma nega il furto
L'Imputato è stato sorpreso in un negozio dall'addetto alla sicurezza subito dopo il tranciamento del cavo di sicurezza di un telefono cellulare. Nonostante la difesa sostenesse che il gesto servisse solo ad attirare l'attenzione, i giudici di merito lo hanno condannato per tentato furto aggravato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'uomo. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego della sospensione condizionale della pena: l'assenza di un lavoro stabile, la mancanza di una fissa dimora e l'incertezza sulla reale identità del soggetto impediscono una prognosi favorevole sul suo comportamento futuro. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
Continua »
Sospensione condizionale della pena: negata a chi usa falsi alias
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per reati in materia di stupefacenti a un anno e otto mesi di reclusione. La difesa lamentava la mancata concessione delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena, evidenziando lo stato di incensuratezza. I giudici hanno però confermato il diniego dei benefici. La decisione si fonda sulla condotta dei condannati, i quali avevano fornito false generalità (risultando sedicenti con alias) e presentavano precedenti dattiloscopici. Questi elementi hanno giustificato un giudizio prognostico negativo sulla loro personalità, rendendo legittimo il rifiuto della sospensione condizionale della pena e delle attenuanti. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Vicinanza della prova: il conto corrente incastra i truffatori
Alcuni soggetti sono stati condannati per truffa in concorso con un finto avvocato. Le vittime avevano versato somme di denaro direttamente sui conti correnti degli imputati. Questi ultimi si sono difesi sostenendo di non conoscere la provenienza del denaro e che l'identità del finto avvocato non era stata accertata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno applicato il principio della vicinanza della prova: una volta che l'accusa dimostra il reato tramite i flussi bancari, spetta agli intestatari dei conti fornire una spiegazione credibile e documentata sul perché quel denaro si trovasse sui loro conti, poiché sono i soggetti più vicini alla fonte di prova.
Continua »