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Rischio Di Impresa

10 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'insieme dei pericoli e delle incertezze economiche che un imprenditore assume volontariamente avviando un'attività. La crisi di liquidità dovuta a mancati pagamenti dei clienti rientra in questo rischio e, di norma, non giustifica il mancato pagamento delle imposte.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Autonomia o rapporto di lavoro subordinato: il peso del rischio
Un autotrasportatore ha agito in giudizio contro una società lattiero-casearia per far accertare l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, chiedendo oltre 200.000 euro tra differenze retributive, TFR e contributi previdenziali. Il lavoratore sosteneva di aver svolto mansioni esecutive sotto le direttive aziendali, nonostante una serie di contratti formali di appalto per il trasporto latte. I giudici di merito hanno respinto la richiesta, rilevando che l'uomo operava come piccolo padroncino autonomo ed era esposto al rischio di impresa. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni precedenti, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il trasportatore al pagamento delle spese legali.
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Omesso Versamento IVA: La Crisi d’Impresa Non Esclude il Dolo
Un Imprenditore è stato condannato per omesso versamento IVA, sostenendo una crisi di liquidità dovuta al mancato incasso dei crediti dai clienti come forza maggiore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, affermando che il mancato adempimento dei debitori rientra nel normale rischio di impresa. La Corte ha ribadito che l'obbligo di versamento IVA prescinde dall'effettiva riscossione e che il dolo eventuale è sufficiente per configurare il reato. Il ricorso dell'Imprenditore è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna e imponendo il pagamento delle spese processuali.
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Omesso versamento IVA: il rischio d’impresa non giustifica l’evasione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per omesso versamento IVA a carico degli amministratori di un'azienda. Questi avevano omesso di versare all'Erario oltre 280.000 euro di IVA, sostenendo che il mancato pagamento da parte di un cliente avesse reso impossibile l'adempimento. La Corte ha stabilito che la difficoltà economica rientra nel normale rischio di impresa e non giustifica il reato. Gli amministratori avevano consapevolmente scelto di pagare altri creditori anziché l'IVA dovuta. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, con condanna alle spese e al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.
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Omesso versamento IVA: tra crediti non incassati e prescrizione
L'Amministratore di una società subisce una condanna per il reato di omesso versamento IVA relativo all'anno 2012. La difesa propone ricorso per Cassazione evidenziando che l'azienda non ha incassato crediti per quasi due milioni di euro, corrispondenti a oltre il 50% dell'intero fatturato annuo. Tale squilibrio finanziario straordinario supera il normale rischio di impresa ed esclude la colpevolezza del contribuente. I giudici di merito hanno trascurato questo dato contabile decisivo. La Corte di Cassazione accoglie le ragioni del ricorso rilevando il difetto di motivazione e dispone l'annullamento senza rinvio della condanna a causa dell'intervenuta prescrizione del reato.
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Omesso versamento IVA: Crisi aziendale non basta come scusa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un amministratore per omesso versamento IVA di quasi 300.000 euro. L'imputato si era difeso sostenendo che il mancato pagamento fosse dovuto a una grave crisi di liquidità, causata da crediti non incassati e dalla revoca di affidamenti bancari. I giudici hanno stabilito che la crisi di liquidità non è una scusa valida, poiché rientra nel normale rischio di impresa che ogni imprenditore deve saper gestire. Le iniziative prese per fronteggiare la crisi, come l'accollo di debiti, sono state ritenute inefficaci e irrilevanti. La sentenza ribadisce che pagare le imposte è un obbligo che non può essere subordinato alle difficoltà finanziarie dell'azienda.
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Organismo di diritto pubblico: i criteri delle S.U.
Le Sezioni Unite della Cassazione hanno confermato la natura di organismo di diritto pubblico per un istituto di credito a partecipazione statale prevalente. Nonostante l'esercizio di attività bancaria, la missione di interesse generale nella promozione dello sport e della cultura, unita alla copertura pubblica delle perdite, impone l'applicazione delle norme sull'evidenza pubblica. La decisione stabilisce che le controversie relative alle gare d'appalto indette da tali enti appartengono alla giurisdizione del giudice amministrativo.
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Genuinità dell’appalto: la formazione non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la genuinità dell'appalto di servizi in un caso in cui due lavoratori contestavano la natura del loro rapporto. Anche se la società committente aveva fornito la formazione iniziale e, temporaneamente, alcuni strumenti di lavoro, la Corte ha ritenuto decisivi l'assunzione del rischio d'impresa e l'organizzazione autonoma da parte della società appaltatrice, rigettando il ricorso dei lavoratori che chiedevano di essere riconosciuti come dipendenti diretti della committente.
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Appalto di servizi: quando è genuino? La Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 14437/2024, ha chiarito i criteri per distinguere un appalto di servizi legittimo da un'illecita interposizione di manodopera. Nel caso esaminato, un lavoratore, licenziato dalla società appaltatrice, sosteneva di essere di fatto un dipendente della società committente. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando la genuinità dell'appalto di servizi. Ha stabilito che, per la validità del contratto, sono determinanti l'assunzione del rischio d'impresa e l'esercizio del potere direttivo e organizzativo da parte dell'appaltatore, mentre il solo collegamento societario tra le due aziende non è sufficiente a dimostrare la non genuinità dell'operazione.
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Omesso versamento IVA: la crisi non scusa l’imprenditore
Un imprenditore, legale rappresentante di una S.r.l., è stato condannato per l'omesso versamento IVA di oltre 342.000 euro. In sua difesa, ha sostenuto di non aver potuto pagare a causa di una grave crisi di liquidità dovuta a crediti non riscossi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la crisi di liquidità rientra nel normale rischio d'impresa e che la scelta di pagare altri creditori anziché il Fisco configura il dolo richiesto per il reato.
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Appalto illecito: quando è genuino? La Cassazione
Una lavoratrice ha contestato un appalto illecito nel settore dei servizi assicurativi, chiedendo il riconoscimento di un rapporto di lavoro con l'azienda committente. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, confermando la genuinità dell'appalto. La decisione si fonda sulla constatazione che la società appaltatrice esercitava un reale potere organizzativo e direttivo sul personale e si assumeva un effettivo rischio d'impresa, elementi che prevalgono sul mero coordinamento operativo e sull'uso di software comuni.
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