Un esponente politico ha pubblicato su Facebook un post offensivo contro un rivale, accusandolo falsamente di aver cercato voti in cambio di finanziamenti a un clan criminale, nonostante l'avvenuta assoluzione della vittima. Condannato nei primi gradi a sette mesi di reclusione per il reato di diffamazione a mezzo social network, l'imputato ha proposto ricorso. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale, respingendo la tesi della provocazione poiché i post del rivale erano successivi. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla pena detentiva. Richiamando la giurisprudenza costituzionale, i giudici hanno stabilito che il carcere per diffamazione è applicabile solo in casi di eccezionale gravità, come discorsi d'odio o gravi campagne di disinformazione consapevole. Il caso torna alla Corte d'appello per rideterminare la sanzione.
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