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Riammissione In Servizio

11 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'atto con cui il datore di lavoro reintegra un dipendente nel suo posto di lavoro, spesso a seguito di un ordine del giudice che ha dichiarato illegittimo un precedente provvedimento.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Trasferimento illegittimo: vittoria in Appello, sconfitta in Cassazione
Una Lavoratrice aveva ottenuto la dichiarazione di illegittimità del suo contratto a termine e la riammissione in servizio. Successivamente, L'Azienda l'aveva trasferita, ma la Corte d'Appello aveva dichiarato illegittimo tale trasferimento, ordinando la sua riammissione. La Lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'omessa pronuncia su una sua richiesta di risarcimento danni legata al rifiuto di adempiere al trasferimento illegittimo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che la richiesta di risarcimento non era stata formulata in modo sufficientemente specifico nei gradi precedenti. Di conseguenza, la Lavoratrice ha perso la causa e dovrà pagare le spese legali.
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Riammissione in servizio negata: le dimissioni chiudono le porte
Un dipendente pubblico rassegna le proprie dimissioni e, successivamente, chiede la riammissione in servizio all'ente locale. L'amministrazione comunale nega la richiesta per coprire i posti vacanti tramite un concorso pubblico già avviato. Il lavoratore agisce in giudizio per ottenere il reintegro e il risarcimento del danno, sostenendo l'esistenza di un diritto automatico al rientro. La Corte di Cassazione respinge integralmente il ricorso del lavoratore. I giudici chiariscono che l'istanza del dipendente rappresenta una semplice proposta contrattuale per costituire un nuovo rapporto di lavoro. La pubblica amministrazione mantiene la piena discrezionalità di valutare l'interesse pubblico alla copertura del ruolo, potendo legittimamente dare precedenza alle procedure concorsuali ordinarie aperte a tutti i cittadini.
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Trasferimento del lavoratore: conta il rientro, non la sentenza
Una dipendente, dopo aver ottenuto la conversione del contratto a tempo determinato in tempo indeterminato, veniva assegnata a una sede diversa da quella originaria a causa di una riorganizzazione aziendale. L'Azienda giustificava il trasferimento del lavoratore per l'assenza di posti disponibili. La Corte d'Appello dichiarava illegittimo il trasferimento, ritenendo che la verifica dei posti disponibili dovesse avvenire al momento della sentenza di riammissione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la verifica dell'eccedenza di personale deve riferirsi al momento dell'effettiva riammissione in servizio e non a quello della pronuncia giudiziale. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio.
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Indennità risarcitoria: limiti e giudicato nel lavoro
La Corte di Cassazione ha stabilito che se una sentenza passata in giudicato definisce una indennità risarcitoria come onnicomprensiva per il danno subito dal lavoratore fino a una certa data, quest'ultimo non può successivamente richiedere ulteriori differenze retributive per lo stesso periodo. Il principio del giudicato preclude la riapertura della questione, anche se il lavoratore era stato riammesso in servizio e aveva effettivamente lavorato nel periodo coperto dall'indennità.
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Riammissione in servizio: non è un diritto del dipendente
A seguito delle dimissioni volontarie da un ente pubblico, una lavoratrice ha richiesto la riammissione in servizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la riammissione in servizio non costituisce un diritto soggettivo del dipendente, ma una facoltà discrezionale dell'amministrazione. La decisione dell'ente deve basarsi sulla valutazione dell'interesse pubblico e non è sufficiente la mera disponibilità di un posto vacante. La Corte ha distinto nettamente tra la "conservazione del posto" durante un periodo di prova (non invocata nel caso di specie) e la richiesta di riammissione post-dimissioni.
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Trattamento di fine servizio: la Cassazione decide
Un dipendente pubblico, riammesso in servizio presso la stessa amministrazione dopo un'interruzione, ha contestato il calcolo separato del suo TFR per i due periodi lavorativi. La Corte di Cassazione ha confermato che il rapporto di lavoro deve essere considerato unitario e, di conseguenza, il trattamento di fine servizio non può essere frazionato, ma va calcolato sull'intera anzianità di servizio maturata.
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Trasferimento lavoratore: quando è illegittimo?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda contro la sentenza che annullava il trasferimento di una lavoratrice. La dipendente, riammessa in servizio dopo una causa, era stata immediatamente trasferita in un'altra regione. L'azienda ha giustificato il provvedimento sulla base di un accordo sindacale per la gestione delle eccedenze di personale. La Suprema Corte ha stabilito che tale accordo non esonera il datore di lavoro dal provare le specifiche e concrete ragioni tecniche, organizzative e produttive che legittimano il singolo trasferimento lavoratore, confermando l'illegittimità della decisione aziendale.
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Inquadramento pubblico impiego: no al trascinamento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 18747/2024, ha negato l'inquadramento pubblico impiego a una qualifica superiore per alcuni dipendenti statali. Essi basavano la loro richiesta sul meccanismo del 'trascinamento', innescato dalla riammissione in servizio di un collega con una qualifica più alta. La Corte ha stabilito che la norma invocata (art. 7, D.L. 344/1990) era di natura speciale e temporanea, con effetti limitati alle situazioni maturate entro il 31.12.1990. Pertanto, un evento successivo come la riammissione non può riattivare tale meccanismo.
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Riammissione in servizio: nasce un nuovo rapporto
Un dipendente pubblico, dimessosi e poi riammesso in servizio dopo anni, ha contestato il calcolo della sua liquidazione finale. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo che la riammissione in servizio non fa rivivere il precedente rapporto di lavoro, ma ne costituisce uno nuovo e distinto, soggetto alla normativa vigente al momento della nuova assunzione.
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Riammissione in servizio: obbligo del datore di lavoro
Un Comune è stato condannato a risarcire una dipendente per la tardiva riammissione in servizio. La Cassazione ha confermato che, scaduto il termine massimo di 5 anni della sospensione obbligatoria, il datore di lavoro ha l'obbligo di reintegrare il lavoratore, anche senza una sua richiesta formale.
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Riammissione pubblico impiego: la PA non ha l’obbligo
Un ex dipendente pubblico, dopo le dimissioni volontarie, ha richiesto la riassunzione. L'amministrazione ha invece indetto un concorso pubblico. La Corte di Cassazione ha stabilito che la riammissione pubblico impiego non costituisce un diritto soggettivo per il lavoratore, ma rientra nel potere discrezionale della Pubblica Amministrazione, che deve valutare l'interesse pubblico. L'unico obbligo per l'ente è quello di esaminare la domanda e fornire una risposta motivata.
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