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Resistenza A Pubblico Ufficiale — Anno 2022

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480 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Resistenza A Pubblico Ufficiale

Provvedimenti

Resistenza a pubblico ufficiale: condannato l’aggressore ferito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato, sorpreso in flagranza di reato, aveva aggredito gli agenti di polizia che cercavano di identificarlo e di soccorrerlo con un'ambulanza, essendo rimasto ferito. I giudici hanno confermato la condanna, ritenendo corretta l'esclusione delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva, visti i numerosi precedenti penali dell'uomo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la Cassazione respinge il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall'Imputato contro la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. L'Imputato contestava la ricostruzione dei fatti e la dosimetria della pena decisa nei gradi precedenti. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano generici e manifestamente infondati, in quanto la sentenza d'appello era già ampiamente e logicamente motivata. Inoltre, la richiesta di ricalcolare la pena costituisce una valutazione di merito non consentita nel giudizio di Cassazione. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Speronamento e droga: c’è resistenza a pubblico ufficiale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per detenzione di cocaina a fini di spaccio, lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. I due, intimati all'alt dai Carabinieri, avevano proseguito la marcia tentando di gettare la droga dal finestrino e speronando l'auto di servizio, ferendo un militare. La Suprema Corte ha confermato che la quantità di stupefacente (oltre 186 dosi) esclude l'uso personale. Inoltre, la condotta violenta integra perfettamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la Cassazione nega le attenuanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per i reati di evasione e resistenza a pubblico ufficiale. L'uomo aveva aggredito e minacciato due fratelli e, all'arrivo delle forze dell'ordine, aveva spintonato e minacciato ripetutamente i militari per impedire il loro intervento. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche prevalenti sulla recidiva. La Suprema Corte ha evidenziato la gravità della condotta, i precedenti penali specifici del ricorrente e la sua elevata pericolosità sociale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
Tre imputati sono stati condannati dalla Corte di Appello per reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. Uno di essi rispondeva anche di rapina e coltivazione di cannabis. Gli imputati hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione, lamentando una carenza di motivazione sulla colpevolezza e sulla pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano del tutto generici e privi di specifiche censure contro la sentenza impugnata. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso generico e multa
L'Imputato è stato condannato per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali volontarie ai danni di agenti di polizia penitenziaria. Ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la sua condotta fosse giustificata dalla reazione a un comportamento arbitrario dei poliziotti (ai sensi dell'articolo 393 bis del codice penale) e chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno rilevato che i motivi presentati erano del tutto generici e si limitavano a riprodurre le medesime tesi già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza muovere una critica specifica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: un solo gesto, più reati
Un detenuto è stato condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale per essersi opposto con minacce a due agenti di polizia penitenziaria, impedendo loro l'accesso a una camera di pernottamento. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che l'azione costituisse un'unica opposizione generica e non rivolta ai singoli agenti, contestando l'applicazione del concorso formale di reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la condotta minacciosa contro più pubblici ufficiali integra più reati in concorso formale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Condanna e ricorso generico: l’inammissibilità dell’appello
L'Imputato, condannato per evasione e resistenza a pubblico ufficiale, ha proposto appello contro la sentenza di primo grado. La Corte di appello ha dichiarato l'impugnazione inammissibile per la genericità dei motivi. Il difensore ha quindi presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che i giudici di secondo grado avessero comunque esaminato il merito della vicenda. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità dell'appello. I giudici hanno chiarito che l'atto di impugnazione deve contenere una critica specifica e mirata contro la decisione contestata. Ripetere semplicemente tesi già respinte, senza confrontarsi con le motivazioni della sentenza, determina l'inammissibilità dell'appello. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: il controllo finisce in condanna
Due donne sono state condannate per il reato di concorso in resistenza a pubblico ufficiale per aver minacciato e ostacolato alcuni agenti di polizia durante un controllo di documenti all'interno di un insediamento. Le imputate hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che le loro frasi non fossero minacciose e che l'atto d'ufficio fosse già concluso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che i giudici di merito hanno ricostruito i fatti in modo logico e coerente. La condotta delle donne integra pienamente la resistenza a pubblico ufficiale, in quanto volta a ostacolare l'attività di controllo in corso. Di conseguenza, le ricorrenti sono state condannate al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuna alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: il dietrofront costa caro
Il caso riguarda un uomo condannato per reati in materia di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. Dopo aver presentato ricorso, l'imputato ha depositato una formale rinuncia all'impugnazione, regolarmente firmata e autenticata dal proprio difensore. La Corte di Cassazione ha preso atto di questa scelta, dichiarando l'inammissibilità del ricorso. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. La decisione conferma che la rinuncia al ricorso per cassazione estingue il giudizio ma comporta comunque l'obbligo di pagare le spese processuali e la sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la violenza non è difesa
Una cittadina è stata condannata per i reati di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale dopo essersi opposta con violenza all'identificazione da parte di un agente di Polizia Locale, causandogli lesioni. La donna ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'agente avesse agito in modo illegittimo e invocando la scriminante della reazione ad atti arbitrari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che non vi erano i presupposti per escludere la punibilità, in quanto la condotta dell'agente era legittima e la difesa della ricorrente mirava solo a ottenere una diversa valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva.
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Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso respinto e multa salata
Un cittadino è stato condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale a causa del suo comportamento violento e minaccioso verso le forze dell'ordine. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e la severità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può chiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Inoltre, la pena inflitta è corretta poiché tiene conto dei precedenti penali dell'uomo e della particolare gravità della sua condotta. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condanna per ricorso generico
Il Cittadino ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché generico e privo di una reale critica alla decisione precedente. I giudici hanno confermato che l'imputato era pienamente consapevole di agire contro dei pubblici ufficiali in servizio. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fuga in auto e resistenza a pubblico ufficiale: no a sconti di pena
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per tentato furto, falso e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato era fuggito a forte velocità insieme a due complici dopo un tentativo di furto in un'abitazione, ignorando l'alt della polizia e compiendo manovre pericolose. La Suprema Corte ha chiarito che la fuga in auto a velocità sostenuta integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale, poiché mette in pericolo l'incolumità pubblica e degli agenti. Inoltre, la Corte ha negato l'attenuante del risarcimento del danno: il reato di resistenza è plurioffensivo e tutela anche i poliziotti inseguitori, che non avevano ricevuto alcun indennizzo, rendendo insufficiente il solo versamento unilaterale effettuato a favore della vittima del tentato furto. Il ricorso è stato rigettato.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: basta la potenziale percezione
Il conducente di un veicolo, fermato in stato di ebbrezza, si opponeva agli agenti di polizia con minacce e insulti nel centro di Milano, richiedendo l'intervento di cinque pattuglie. Condannato nei primi gradi di giudizio, proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale non occorre la prova che i presenti abbiano effettivamente udito le offese, essendo sufficiente la sola possibilità che ciò accada. Inoltre, il reato di oltraggio concorre con quello di resistenza a pubblico ufficiale, non venendo da questo assorbito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: colpevole ma pena da ridurre
Un uomo viene condannato per resistenza a pubblico ufficiale dopo aver aggredito i finanzieri durante un controllo su merce contraffatta. La Corte d'Appello conferma la condanna a sei mesi di reclusione, ma nega la riduzione di pena senza fornire spiegazioni. L'imputato ricorre in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte accoglie il ricorso su questo punto: i giudici di secondo grado hanno ignorato la richiesta della difesa, omettendo di valutare elementi favorevoli come l'incensuratezza e la modesta gravità del fatto, che superava di poco la semplice resistenza passiva. La Cassazione annulla la sentenza limitatamente a questo aspetto e dispone un nuovo giudizio.
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Resistenza a pubblico ufficiale: più agenti, pena più severa
L'Imputata è stata condannata per violazione di domicilio e resistenza a pubblico ufficiale per aver aggredito due agenti di polizia nel medesimo contesto. Il Tribunale ha calcolato la pena senza applicare il concorso formale per la violenza commessa contro più soggetti. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che opporsi con violenza o minaccia a più agenti configura un concorso formale di reati. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente alla pena, rinviando alla Corte d'appello per un ricalcolo che applichi la continuazione.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condannati i blocchi anti-sfratto
Un gruppo di attivisti ha sistematicamente ostacolato l'esecuzione di sfratti a Torino, creando barriere con cassonetti e accerchiando ufficiali giudiziari e forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e violenza privata. I giudici hanno chiarito che la sola presenza attiva nel gruppo di blocco configura il concorso nel reato, poiché la pressione collettiva esercita una coazione indiretta sufficiente a impedire l'atto pubblico. Inoltre, è stata negata l'attenuante dei motivi di particolare valore morale o sociale, poiché l'uso della violenza contro provvedimenti legittimi non è condiviso dalla coscienza collettiva. La Corte ha rideterminato al ribasso le pene per due soli imputati a causa di errori di calcolo, dichiarando inammissibili i ricorsi di tutti gli altri manifestanti.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la finta malattia non salva
Due cittadini sono stati condannati per i reati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Dopo una rissa in un locale, all'arrivo delle forze dell'ordine, i due hanno aggredito gli agenti con calci, pugni e minacce per evitare l'identificazione. Uno dei due ha anche rivolto insulti agli agenti davanti a testimoni. La difesa ha sostenuto l'assenza di intenzionalità, invocando per uno dei due uno stato di malessere dovuto all'assunzione di farmaci. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne. La Corte ha chiarito che lo stato di agitazione non esclude la consapevolezza della condotta violenta e che la resistenza a pubblico ufficiale si configura pienamente quando si usa violenza per ostacolare l'attività di identificazione degli agenti.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condanna per l’assalto al locale
Un gruppo di persone ha forzato l'ingresso di un locale chiuso, aggredendo il gestore. Due agenti di polizia fuori servizio, presenti nel locale, sono intervenuti qualificandosi per fermare l'aggressione. Gli imputati li hanno colpiti con calci, pugni e bottiglie di vetro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando la condanna per i reati di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. I giudici hanno chiarito che le bottiglie di vetro sono considerate armi improprie e che l'intervento degli agenti fuori servizio, una volta qualificatisi, configura pienamente il reato.
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