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Recidiva Reiterata

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1008 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Patteggiamento e recidiva: quando l’accordo blocca i ricorsi
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale di Milano che aveva applicato la pena concordata tramite patteggiamento per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La difesa lamentava l'erroneo riconoscimento della recidiva reiterata, mai dichiarata in precedenza, e un errore nel calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di patteggiamento, gli errori di calcolo non sono contestabili se la pena finale rispetta l'accordo e non è illegale. Inoltre, per la recidiva reiterata non serve una precedente formale dichiarazione. L'Imputato perde la causa e viene condannato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di usura: la Cassazione condanna i prestiti violenti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di usura e tentata estorsione a carico di due fratelli, definiti come i Finanziatori. Uno di essi aveva concesso prestiti a tassi illegali a un piccolo imprenditore, mentre l'altro aveva partecipato alle minacce, anche con armi, per costringere la vittima a pagare. La difesa sosteneva che il reato di usura non fosse provato e che la vittima non gestisse un'impresa attiva al momento del prestito. I giudici hanno chiarito che il reato di usura si perfeziona al momento dell'accordo sugli interessi, a prescindere dal momento della restituzione. Inoltre, l'aggravante per danno a imprenditori si applica se il denaro è destinato all'attività, anche futura. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando le condanne e le spese.
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Sorveglianza speciale: violare l’orario di rientro è reato
Il Sorvegliato Speciale è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione per aver violato la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Le forze dell'ordine lo hanno sorpreso fuori casa oltre l'orario consentito delle ore 20:00. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'obbligo di rientro fosse una prescrizione generica, resa incostituzionale da una nota sentenza della Corte Costituzionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'orario di rientro è una prescrizione specifica e non generica, la cui violazione costituisce reato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: la fuga fallita costa cara al sorvegliato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale, sorpreso alla guida senza patente e oltre l'orario di rientro consentito. I giudici hanno confermato la condanna a un anno e due mesi di reclusione, ritenendo corretta l'applicazione della recidiva reiterata. La difesa contestava l'aggravante e il diniego delle attenuanti generiche, valorizzando una presunta collaborazione post-arresto. Tuttavia, la Suprema Corte ha evidenziato che l'imputato aveva prima tentato di sfuggire al controllo e che i suoi numerosi precedenti penali (rapine, furti ed evasioni) dimostrano un'elevata pericolosità sociale. Il diniego delle attenuanti è stato quindi ritenuto ampiamente giustificato dalla gravità della condotta e dalla biografia penale del soggetto. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il rientro tardivo costa la reclusione
Il Sottoposto, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per essere rientrato a casa oltre l'orario consentito delle 20:00 in due occasioni. Il Sottoposto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la violazione dell'orario rientrasse tra i doveri generici di vivere onestamente, dichiarati incostituzionali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di rientro entro un determinato orario costituisce una prescrizione specifica e non generica. Inoltre, la reiterazione della condotta esclude l'applicazione della particolare tenuità del fatto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a tesi ripetitive
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per violazione delle misure di prevenzione previste dal Codice Antimafia. L'imputato era stato condannato a otto mesi e dieci giorni di reclusione, con riconoscimento della recidiva reiterata. Nel ricorso, la difesa ha contestato la sussistenza della recidiva, lamentando una carenza di motivazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che i motivi di impugnazione erano la mera ripetizione di quanto già proposto e respinto in appello, senza alcun reale confronto con le argomentazioni dei giudici di secondo grado. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto e prescrizione negata
Il Ricorrente ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro la decisione della Corte di Cassazione che aveva confermato la sua condanna a tre anni di reclusione per truffa, sostituzione di persona e falso. Il Ricorrente sosteneva che i reati si fossero prescritti durante il procedimento di legittimità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che la manifesta infondatezza del ricorso principale rende del tutto irrilevante la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: lo sconto di pena negato al ladro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per rapina e furto pluriaggravati. La difesa contestava il calcolo della pena e chiedeva la prescrizione del furto. I giudici hanno chiarito che la presenza della recidiva reiterata specifica impedisce la prevalenza delle attenuanti generiche. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso blocca la possibilità di dichiarare la prescrizione del reato. Infine, per aumenti di pena contenuti a titolo di continuazione, il giudice non deve fornire una motivazione dettagliata se la sanzione resta vicina ai minimi edittali. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva reiterata: quando il calcolo della pena e illegittimo
Il Condannato ha chiesto l'applicazione della continuazione tra i reati di due diverse sentenze. Il giudice dell'esecuzione ha applicato un aumento minimo di un terzo sulla pena, ritenendo operante il limite previsto per la recidiva reiterata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che tale aumento minimo si applica solo se il soggetto era gia stato dichiarato recidivo con una sentenza definitiva prima della commissione dei nuovi reati. Nel caso specifico, le sentenze sono diventate definitive solo dopo la commissione dei fatti. La Cassazione ha quindi annullato il provvedimento con rinvio.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Un uomo, condannato per furto in abitazione e tentato furto aggravati, propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata motivazione sulla congruità della pena. In precedenza, la Corte d'Appello aveva rideterminato la sanzione a seguito di concordato in appello. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena ed effettuata la rinuncia ai motivi di appello, il sindacato di legittimità è limitato a vizi macroscopici, come l'illegalità della pena o vizi nella formazione della volontà delle parti. Di conseguenza, le contestazioni generiche sulla misura della sanzione concordata non possono trovare ingresso in Cassazione. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato continuato e narcotraffico: confermata la pena di 26 anni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato a ventisei anni di reclusione per traffico di stupefacenti. La difesa contestava la quantificazione della pena e la mancata prescrizione dei reati. I giudici hanno confermato la decisione della Corte di appello, che aveva applicato l'istituto del reato continuato unificando la nuova condanna con precedenti sentenze definitive per associazione mafiosa ed estorsione. La Cassazione ha ritenuto l'aumento di pena ampiamente motivato in base alla gravità dei fatti e alla caratura criminale del condannato. La prescrizione è stata esclusa a causa della recidiva reiterata e specifica dell'imputato, che allunga i termini di legge. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Aumento di pena per continuazione: sconti illegali al recidivo
Il Tribunale di Bergamo ha condannato un uomo per due truffe aggravate, applicando un aumento di pena per continuazione di soli dieci giorni di reclusione e cento euro di multa rispetto a una precedente condanna. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione in Cassazione, evidenziando che all'imputato era stata riconosciuta la recidiva reiterata. Di conseguenza, per legge, l'aumento di pena per continuazione non poteva essere inferiore a un quarto della pena del reato più grave, pari a quattro mesi di reclusione e centotre euro di multa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, dichiarando illegale la sanzione applicata, ha annullato la sentenza limitatamente al calcolo della pena e ha rinviato gli atti al Tribunale per una nuova determinazione.
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Recidiva reiterata: l’errore sui reati minori non salva il reo
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato per aver violato il divieto di possedere telefoni cellulari. La Corte d'Appello ha confermato la condanna applicando la recidiva reiterata e negando le attenuanti generiche. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che tra i precedenti penali usati per calcolare la recidiva fosse stata inserita erroneamente una contravvenzione (reato minore) e contestando il diniego delle attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Pur riconoscendo l'errore materiale sull'inserimento della contravvenzione, i giudici hanno stabilito che gli altri gravi precedenti penali giustificano ampiamente la recidiva reiterata. Inoltre, il silenzio e la mancata collaborazione dell'imputato legittimano il diniego delle attenuanti. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio in Cassazione: sconti di pena negati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la sentenza della Corte di Appello. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio in Cassazione, lamentando il mancato riconoscimento di circostanze attenuanti e l'applicazione della recidiva reiterata. La Suprema Corte ha chiarito che la determinazione della pena spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se supportata da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Fuga di notte: esclusa la particolare tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino sorpreso in piena notte all'esterno di un'abitazione privata. L'imputato, accortosi della presenza delle forze dell'ordine, aveva tentato immediatamente la fuga. La Suprema Corte ha confermato l'esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno evidenziato che la gravità della condotta, le modalità dell'azione notturna e i numerosi precedenti penali del soggetto (recidiva reiterata) impediscono di considerare l'offesa come minima. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato in via definitiva al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Sottrazione di cose sottoposte a sequestro: ruba la propria auto
Un uomo ha coordinato l'intervento di un carro attrezzi per prelevare la propria auto, già sottoposta a sequestro giudiziario, denunciandone poi falsamente il furto alle autorità. Le telecamere di sorveglianza hanno incastrato l'autore del fatto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di simulazione di reato e sottrazione di cose sottoposte a sequestro. La difesa sosteneva che la successiva confisca tardiva annullasse il reato, ma i giudici hanno chiarito che il sequestro e la confisca sono provvedimenti autonomi. La sottrazione di un bene già sequestrato costituisce reato a prescindere dagli sviluppi successivi della confisca. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: nessun sconto per chi accumula condanne
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva reiterata decisa nei gradi precedenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità e manifesta infondatezza. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva reiterata è ampiamente giustificata sia dai numerosi precedenti penali del soggetto, sia dalla brevissima distanza temporale dall'ultima condanna definitiva. Inoltre, le modalità del comportamento concreto dimostrano una persistente inclinazione a delinquere, rafforzata dalla natura omogenea dei reati commessi in passato. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: finti rogiti salvi senza l’aggravante
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due soggetti accusati di falsità ideologica per aver indotto in errore alcuni notai durante vendite immobiliari fittizie. Per il primo ricorrente, i giudici hanno annullato la sentenza con rinvio per ricalcolare la recidiva, elemento decisivo per stabilire la prescrizione del reato. Per il secondo ricorrente, la Corte ha escluso l'aggravante dell'atto pubblico fidefacente poiché non era stata contestata in modo chiaro e specifico nell'imputazione. Di conseguenza, senza tale aggravante, è scattata la prescrizione del reato per il decorso del tempo, con il conseguente annullamento senza rinvio della condanna e la revoca dei risarcimenti civili.
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Bancarotta impropria da operazioni dolose: condanna sì, ma pena ridotta
L'Amministratore di una società fallita è stato condannato per il reato di bancarotta impropria da operazioni dolose per aver accumulato oltre due milioni di euro di debiti con il fisco e l'INPS, causando il dissesto aziendale. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale, ribadendo che il mancato pagamento sistematico delle tasse integra il reato. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sul calcolo della pena. La Corte d'appello aveva infatti applicato erroneamente l'aggravante della recidiva reiterata, senza verificare che i precedenti reati fossero stati commessi prima che la prima condanna diventasse definitiva. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio alla Corte d'appello per rideterminare la pena.
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Recidiva reiterata: condanna per truffa anche senza precedenti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa a carico di un uomo, ritenendo legittima l'applicazione della recidiva reiterata. La difesa sosteneva che tale aggravante non potesse essere applicata senza una precedente dichiarazione formale di recidiva semplice. I giudici, richiamando una recente pronuncia delle Sezioni Unite, hanno chiarito che per l'applicazione della recidiva reiterata è sufficiente che l'imputato, al momento del fatto, sia gravato da più condanne definitive che dimostrino una sua maggiore pericolosità sociale, senza necessità di una precedente dichiarazione giudiziale. Inoltre, la Corte ha respinto le contestazioni sull'identità del truffatore, confermando la solidità delle prove, tra cui la foto profilo di un'applicazione di messaggistica e l'uso della carta prepagata della convivente per ricevere il denaro.
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