Un uomo, già condannato per associazione finalizzata al narcotraffico (1996-1997) e successivamente per associazione di tipo mafioso (dopo il 2003), ha chiesto di unificare le pene tramite il 'reato continuato in fase esecutiva', sostenendo un unico piano criminale. La Corte di Cassazione ha respinto la richiesta. La notevole distanza temporale tra i due reati ha reso impossibile provare che, al momento del primo crimine, l'uomo avesse già programmato di commettere il secondo. La presenza di complici comuni o la parziale coincidenza dei luoghi non sono state ritenute prove sufficienti a dimostrare un disegno criminoso unitario, negando così il beneficio di una pena più mite.
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