La vicenda riguarda una complessa serie di condotte criminose messe in atto da un gruppo criminale organizzato operante nel nord Italia, dedito al recupero forzoso di crediti, al traffico di stupefacenti e alla detenzione illegale di armi. Gli imputati imponevano la riscossione dei crediti mediante pressioni ambientali, visite perentorie di più soggetti e minacce implicite, evocando legami con ambienti della criminalità organizzata. I ricorrenti contestavano la configurabilità dell'associazione criminale e l'applicazione dell'aggravante di estorsione e metodo mafioso, invocando in alternativa il reato meno grave di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha confermato in massima parte l'impianto accusatorio, ribadendo che l'intervento di terzi estranei con interessi propri e l'uso di minacce implicite connotano pienamente l'estorsione e metodo mafioso, accogliendo solo parzialmente i ricorsi su specifiche posizioni marginali ed errori di calcolo della pena.
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