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Reati-Fine

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302 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Associazione per traffico di stupefacenti: carcere anche per la madre
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per una donna accusata del reato di associazione per traffico di stupefacenti gestita su base familiare. La difesa sosteneva che i rapporti di parentela giustificassero un semplice aiuto sporadico ai figli, escludendo l'esistenza di un sodalizio strutturato. I giudici hanno respinto la tesi difensiva. Le intercettazioni hanno dimostrato la presenza di una base operativa domestica, una cassa comune per finanziare nuovi acquisti e una precisa divisione dei ruoli, comprendente il confezionamento della droga e la gestione dei crediti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che i vincoli di sangue non escludono il patto criminale stabile e che solo il carcere può neutralizzare il pericolo di recidiva.
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Vincolo della continuazione: tra piano unico e reati del clan
Un condannato per associazione mafiosa e reati satellite ha richiesto l'applicazione del vincolo della continuazione in sede esecutiva per ottenere una riduzione di pena. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza evidenziando la mancanza di una programmazione iniziale unitaria per i reati successivi, nati da eventi estemporanei. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Vincolo della continuazione: stop allo sconto di pena
Un uomo condannato per diversi furti, violazioni del codice della strada e associazione a delinquere ha chiesto l'applicazione del vincolo della continuazione in sede esecutiva. Il Tribunale ha respinto l'istanza evidenziando la mancanza di un programma criminoso unitario tra le singole condotte e l'attività associativa. L'interessato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo la contemporaneità temporale dei reati. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile perché basato su contestazioni di fatto già risolte motivatamente dal giudice territoriale. Il condannato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: resta ferma per il narcotraffico
L'Indagato, accusato di aver promosso una vasta associazione dedita al narcotraffico e di aver commesso numerosi reati di spaccio, contestava la conferma della misura restrittiva. La difesa lamentava disparità di trattamento rispetto a un coindagato posto ai domiciliari, il trascorso di un consistente arco temporale dai fatti e la spontanea consegna alla polizia giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle esigenze cautelari resta rigorosamente autonoma e individuale per ogni indagato. Il mero decorso del tempo non attenua la pericolosità quando sussistono reti criminali ramificate e stabili contatti internazionali. La custodia cautelare in carcere rimane dunque pienamente confermata a carico del presunto organizzatore.
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Retrodatazione della custodia cautelare tra nuove prove e arresto
Due indagati per associazione a delinquere e truffe seriali chiedono la scarcerazione invocando la retrodatazione della custodia cautelare. Secondo la difesa, i fatti della seconda ordinanza cautelare erano già noti al magistrato prima del rinvio a giudizio del primo procedimento. Di conseguenza, i termini di carcerazione sarebbero scaduti. La Corte di Cassazione respinge il ricorso confermando la decisione dei giudici di merito. I Supremi Giudici chiariscono che la retrodatazione scatta solo quando gli elementi per emettere la seconda misura sono già completi e chiaramente desumibili prima del rinvio a giudizio. Nuove informative con nuovi complici e ulteriori reati richiedono indagini autonome e tempo di analisi, impedendo il calcolo unitario dei termini. I due indagati restano legittimamente in carcere.
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Limiti alla retrodatazione dei termini di custodia cautelare
Un'indagata subisce due ordinanze cautelari per reati di associazione per delinquere e truffe aggravate agli anziani. La difesa chiede la retrodatazione dei termini di custodia cautelare della seconda misura alla data di esecuzione della prima, sostenendo che gli elementi probatori fossero già conoscibili prima del rinvio a giudizio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso confermando la decisione del Tribunale. I giudici evidenziano che la seconda ordinanza riguarda un gruppo criminale riorganizzato e fatti successivi emersi da informative complesse. La mera presenza di notizie di reato non equivale alla concreta desumibilità del quadro indiziario, necessitando il tempo tecnico di elaborazione da parte degli inquirenti. L'indagata resta pertanto legittimamente in carcere.
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Da singoli furti ad associazione per delinquere: decide la Corte
L'Indagato contestava la misura della custodia cautelare in carcere per il reato di associazione per delinquere e diversi furti aggravati. La difesa sosteneva l'assenza di un accordo organizzato, sottolineando la mancata partecipazione dell'Indagato a tutti gli episodi delittuosi e l'uso di attrezzi personali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato l'esistenza del vincolo associativo osservando la ripetizione di ben sedici furti, l'uso di mezzi comuni, l'organizzazione preventiva e le conversazioni intercettate. La partecipazione costante a un progetto criminale aperto dimostra la stabilità del gruppo, rendendo irrilevante l'assenza dell'Indagato in alcuni singoli episodi. L'imputato resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: revoca negata per mafia
Un uomo condannato in primo grado per associazione mafiosa ha impugnato l'ordinanza cautelare che confermava la custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il decorso del tempo e una vecchia revoca di misure di prevenzione escludessero l'attualità del pericolo criminale. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato recenti intercettazioni che dimostravano il ruolo attivo dell'indagato nella spartizione di lavori edili per conto dei clan. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha confermato la piena legittimità della custodia cautelare in carcere, condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Vincolo della continuazione negato tra clan mafioso e singoli reati
Un condannato per associazione mafiosa ha richiesto il riconoscimento del vincolo della continuazione per estorsioni, falsa testimonianza e favoreggiamento commessi nel tempo. Il giudice dell'esecuzione ha rigettato la richiesta, escludendo un unico piano criminoso originario. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno confermato che i singoli reati non erano stati preventivati fin dall'inizio al momento dell'ingresso nel clan. I fatti criminosi risultavano eterogenei, distanti nel tempo e compiuti con soggetti diversi, escludendo così qualsiasi disegno unitario preventivo. Il ricorrente deve pagare le spese legali e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Continuazione tra reati e mafia: limiti al ricalcolo
Un condannato per associazione di stampo mafioso ha richiesto l'applicazione della continuazione tra reati per unificare le pene inflitte con due distinte sentenze definitive. L'imputato intendeva retrodatare di otto anni la propria adesione al clan e collegare automaticamente i singoli delitti commessi al reato associativo. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta e la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non è possibile modificare la data di commissione dei fatti già accertata in sede di giudizio. Inoltre, i singoli reati scopo non si collegano in modo automatico al vincolo associativo ai fini dello sconto di pena. Il ricorrente ha subito la condanna al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Riconoscimento della continuazione: l’assoluzione non fa prova
Un condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione tra i reati giudicati in due distinte sentenze della Corte di Appello. Il ricorrente sosteneva che i singoli episodi delittuosi facessero parte di un disegno unitario, basando la prova su una precedente sentenza di assoluzione dall'accusa di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici di legittimità hanno respinto l'istanza. L'assoluzione dal reato associativo dimostra l'assenza di un piano condiviso nel periodo indicato. Inoltre, non esiste un vincolo automatico di continuazione tra il patto associativo e i singoli illeciti commessi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il richiedente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Associazione per traffico di stupefacenti: basta fare il palo
I giudici hanno applicato la misura del divieto di dimora a un indagato accusato del delitto di associazione per traffico di stupefacenti. L'indagato ha contestato l'ordinanza sostenendo che le telecamere avevano registrato solo condotte isolate di breve durata. La difesa ha inoltre evidenziato l'assenza di prove su specifiche cessioni di droga a suo carico. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che svolgere stabilmente il ruolo di vedetta, contare e consegnare il denaro ai complici e frequentare i locali operativi del gruppo dimostrano la piena partecipazione al sodalizio. Il reato associativo sussiste anche se il legame dura per un tempo limitato o se mancano contestazioni sui singoli reati-fine.
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Profitto del reato associativo e sequestro societario
Due società commerciali subiscono un sequestro preventivo per milioni di euro e la nomina di un commissario giudiziale per l'ipotizzato reato di associazione per delinquere finalizzato a frodi fiscali. I giudici cautelari equiparano il profitto del sodalizio al risparmio d'imposta derivante dai singoli reati tributari. I difensori delle società impugnano il provvedimento contestando la quantificazione patrimoniale e l'esistenza dell'illecito. La Corte di Cassazione conferma la sussistenza della struttura associativa e la misura del commissariamento, ma accoglie il ricorso sul calcolo economico. I giudici di legittimità chiariscono che il profitto del reato associativo deve essere tenuto distinto da quello dei reati-fine e non può essere calcolato tramite un rinvio acritico agli atti del pubblico ministero, annullando il sequestro con rinvio per una nuova determinazione.
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Gravi indizi di colpevolezza e arresti: ricorso inammissibile
Il Tribunale del Riesame ha applicato gli arresti domiciliari a un indagato per i reati di associazione a delinquere, furto di veicoli commerciali e riciclaggio. L'indagato ha proposto ricorso per Cassazione, contestando la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, la pericolosità sociale e la proporzionalità della misura, sostenendo di aver iniziato un lavoro onesto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la solidità delle prove basate su intercettazioni e tabulati, ribadendo che la valutazione dei fatti spetta ai giudici di merito e che il pericolo di reiterazione del reato era concreto e attuale.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: i limiti
I giudici hanno applicato la custodia cautelare a L'Indagato per i reati di coltivazione e spaccio di droga, contestando anche l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Indagato ha impugnato il provvedimento sostenendo la mancanza di un vincolo criminale stabile e strutturato. La Corte di Cassazione ha confermato i gravi indizi per i singoli episodi di coltivazione e cessione, ma ha annullato la decisione sul delitto associativo. La Suprema Corte ha chiarito che la commissione ripetuta di reati di spaccio o la fornitura continuativa a un coindagato non dimostrano automaticamente l'esistenza di una struttura organizzata con ruoli di vertice e un programma condiviso.
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Competenza territoriale reato associativo: confermato il carcere
L'Indagato, accusato di partecipazione a un'associazione dedita al narcotraffico internazionale, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare eccependo l'incompetenza del giudice piemontese a favore dell'autorità marchigiana. La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Riguardo alla competenza territoriale reato associativo, i giudici hanno ribadito che la competenza appartiene al tribunale del luogo in cui il sodalizio ha iniziato ad operare e ha stabilito la propria base direttiva, a prescindere dai successivi luoghi di smercio o di acquisto della sostanza stupefacente. Il collegio ha inoltre confermato la piena legittimità della custodia cautelare in carcere a causa dell'elevato pericolo di recidiva dell'Indagato.
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Associazione finalizzata al narcotraffico e custodia cautelare
L'Indagato propone ricorso contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che conferma la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al narcotraffico e diversi delitti di cessione e raffinazione di sostanze stupefacenti. La difesa contesta l'autonomia della motivazione, la brevità temporale delle condotte contestate e l'assenza di esigenze cautelari attuali. La Corte di Cassazione rigetta integralmente il ricorso. I giudici ermellini chiariscono che la partecipazione associativa può desumersi anche dalla commissione di reati-scopo particolarmente rilevanti in un lasso di tempo limitato. Inoltre, per tali reati opera una presunzione relativa di pericolosità sociale che giustifica la massima misura carceraria in mancanza di elementi contrari concreti forniti dalla difesa. L'Indagato resta pertanto in custodia cautelare in carcere con condanna al pagamento delle spese di giudizio.
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Esigenze cautelari nel reato associativo: arresti in famiglia
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un'indagata accusata di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico gestita dalla propria famiglia. La difesa contestava la sussistenza delle esigenze cautelari nel reato associativo, facendo leva sulla giovane età, sull'incensuratezza della donna e sul tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il forte vincolo familiare e l'inserimento stabile nella rete di spaccio superano la presunzione di non pericolosità derivante dallo stato di incensurata. Di conseguenza, la richiesta di annullamento della misura cautelare è stata respinta, confermando la legittimità degli arresti domiciliari e condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Reato associativo: condannato anche chi è assolto dai singoli reati
Il caso riguarda un'organizzazione criminale che utilizzava un consorzio e società fittizie per commettere frodi fiscali e omettere i contributi dei lavoratori. Il Dirigente del consorzio, pur essendo stato assolto dai singoli reati fiscali, è stato condannato per il reato associativo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che il reato associativo è del tutto autonomo rispetto ai singoli illeciti programmati. Non è quindi necessario aver commesso i singoli reati-fine per rispondere di associazione a delinquere, essendo sufficiente il contributo stabile all'organizzazione. La Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi dei condannati, obbligandoli al pagamento delle spese processuali.
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Medesimo disegno criminoso: no agli sconti di pena automatici
Il Condannato ha chiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato tra due condanne definitive: una per associazione finalizzata allo spaccio di droga e l'altra per ricettazione, lesioni ed estorsione aggravate dal metodo mafioso. La Corte d'assise d'appello ha respinto la richiesta, escludendo il medesimo disegno criminoso a causa della diversa natura dei reati e della parziale coincidenza temporale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per collegare i singoli reati all'associazione a delinquere, non basta un generico legame di utilita, ma serve la prova che tali reati fossero gia stati programmati al momento dell'adesione al gruppo criminale. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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