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Prognosi Postuma

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127 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Truffa online: perché i dati reali escludono la minorata difesa
Un uomo ha compiuto una truffa online vendendo un bene su internet senza poi consegnarlo. Tuttavia, ha utilizzato un account con il proprio nome, fornendo il codice fiscale e una carta di pagamento a sé intestata. Il Tribunale ha escluso l'aggravante della minorata difesa e il Procuratore ha fatto ricorso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la truffa online non fa scattare automaticamente l'aggravante della minorata difesa. Per applicarla, occorre verificare in concreto se l'uso del web abbia davvero ostacolato le difese della vittima. Nel caso specifico, l'uso di dati personali reali da parte del truffatore ha permesso la sua facile identificazione, neutralizzando i vantaggi della distanza fisica.
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Raddoppio dei termini: il Fisco perde se l’IRAP è fuori tempo
L'Agenzia delle Entrate ha notificato nel 2013 un avviso di accertamento per IRAP a una società di persone e per IRPEF ai suoi soci, relativo all'anno d'imposta 2006. L'ufficio ha applicato il raddoppio dei termini ipotizzando un'interposizione fittizia elusiva nella vendita di un immobile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei contribuenti. Ha stabilito che il raddoppio dei termini non si applica all'IRAP, poiché le violazioni di questa imposta non costituiscono reato. Di conseguenza, l'accertamento IRAP è nullo perché tardivo. Per l'IRPEF dei soci, la Corte ha chiarito che il giudice tributario deve verificare concretamente se sussistevano i presupposti per l'obbligo di denuncia penale, non bastando il semplice invio della denuncia da parte del Fisco. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Tentato omicidio: sparo a vuoto ma la condanna è definitiva
L'Imputato ha sparato due colpi di pistola ad altezza d'uomo contro due persone nell'androne di un condominio, fortunatamente senza colpirle. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio e porto abusivo d'arma da fuoco. I giudici hanno respinto la tesi difensiva dello sparo accidentale e la richiesta di riqualificare il fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Suprema Corte ha chiarito che sparare a distanza ravvicinata e ad altezza d'uomo dimostra l'intenzione di uccidere, a prescindere dal fatto che le vittime siano rimaste illese o non abbiano corso un pericolo immediato di vita. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Raddoppio dei termini di accertamento: valido dopo la morte
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un contribuente, in qualità di erede della sorella defunta, un avviso di accertamento per capitali non dichiarati all'estero nel 2003. L'ufficio ha applicato il raddoppio dei termini di accertamento a causa della rilevanza penale della violazione. Il contribuente ha contestato la decadenza del Fisco, sostenendo che la morte della sorella avesse estinto il reato e impedito la proroga. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il raddoppio dei termini di accertamento scatta per la sola presenza oggettiva di un obbligo di denuncia penale al momento dei fatti. La morte del reo estingue la punibilità penale, ma non cancella la violazione tributaria né il diritto del Fisco di usufruire del maggior tempo per recuperare le imposte evase.
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Cessione di ramo d’azienda: la Cassazione dà ragione al Fisco
Una società impugna l'avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate ha riqualificato un contratto di cessione di ramo d'azienda in una semplice locazione immobiliare, richiedendo maggiori imposte dirette e IVA. La Cassazione rigetta il ricorso della contribuente. I giudici confermano la legittimità del raddoppio dei termini di accertamento per la presenza di violazioni penali tributarie, a prescindere dall'effettivo avvio dell'azione penale. Inoltre, la Corte convalida la riqualificazione dell'atto: non si è verificata una vera cessione di ramo d'azienda poiché non sono stati trasferiti dipendenti, clienti o fornitori, né è proseguita la medesima attività. L'operazione economica principale consisteva nel godimento dell'immobile, rendendo gli altri elementi del tutto accessori.
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Raddoppio dei termini di accertamento: basta il sospetto di reato
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un contribuente per gli anni dal 2001 al 2009. Per l'anno 2001, l'ufficio ha applicato il raddoppio dei termini di accertamento a causa di indizi di reato tributario. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto, ritenendo necessario l'effettivo accertamento del reato o l'allegazione della denuncia. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che il raddoppio dei termini di accertamento scatta per la sola sussistenza astratta dell'obbligo di denuncia penale, indipendentemente dall'effettiva presentazione della querela o dall'accertamento del reato in sede penale. Il giudice tributario deve solo verificare la presenza di indizi seri al momento dell'accertamento.
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Tentato omicidio: condannato anche il complice senza coltello
Una violenta aggressione di gruppo all'esterno di una discoteca culmina nel ferimento con nove coltellate di un giovane, salvatosi solo grazie ai soccorsi. La Corte di Cassazione conferma la condanna per il reato di tentato omicidio per l'aggressore principale e per concorso anomalo per il complice che ha partecipato al pestaggio. I giudici chiariscono che per configurare il tentato omicidio non serve il pericolo di vita effettivo, ma basta l'idoneità dei colpi a uccidere, valutata secondo la sede corporea colpita e l'arma usata. Viene esclusa l'attenuante della provocazione a favore dell'aggravante dei futili motivi, data la sproporzione della reazione. La Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando le pene e condannandoli al pagamento delle spese processuali e del risarcimento.
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Fisco ed evasione: il raddoppio dei termini di accertamento è automatico
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento per IRPEF nei confronti di un contribuente per l'anno d'imposta 2004. Il giudice di appello ha annullato l'atto, ritenendo che l'ufficio fosse decaduto dal potere di controllo per non aver allegato la denuncia penale necessaria per beneficiare del raddoppio dei termini di accertamento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno chiarito che il raddoppio dei termini di accertamento opera in via automatica in presenza dell'obbligo di denuncia penale per reati tributari. Non è quindi necessaria l'effettiva presentazione o l'allegazione della denuncia all'atto impositivo. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Commissione tributaria regionale per un nuovo esame.
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Raddoppio dei termini di accertamento: basta il sospetto di reato
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un contribuente per evasione totale delle imposte. Il giudice d'appello ha annullato l'atto, ritenendo scaduti i tempi per il controllo poiché l'ufficio non aveva allegato la denuncia penale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del fisco, stabilendo che per applicare il raddoppio dei termini di accertamento non serve allegare o aver già presentato la denuncia. È sufficiente che sussista l'obbligo astratto di denuncia penale per uno dei reati tributari previsti dalla legge, basato su seri indizi di reato al momento del controllo. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Raddoppio dei termini: il Fisco vince anche senza denuncia penale
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento per IRPEF nei confronti di un contribuente a seguito di verifiche bancarie. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto, ritenendo decaduto il potere accertativo per scadenza dei termini ordinari e inapplicabile il raddoppio dei termini, poiché la denuncia penale era successiva e non prodotta in giudizio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che il raddoppio dei termini opera automaticamente in presenza dell'obbligo di denuncia per reati tributari, a prescindere dall'effettiva presentazione o produzione in giudizio della denuncia stessa, e anche se la notizia di reato emerge dopo la scadenza del termine ordinario. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Raddoppio dei termini di accertamento: sì a Iva e Ires, no a Irap
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società per fatture inesistenti relative all'anno 2004, recuperando Iva, Ires e Irap. La notifica è avvenuta nel 2012. La Commissione tributaria regionale ha annullato l'atto ritenendolo tardivo. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco per Iva e Ires, stabilendo che il raddoppio dei termini di accertamento opera automaticamente in presenza di violazioni penali, senza necessità di una denuncia effettiva o di specifica motivazione nell'atto. Al contrario, ha escluso il raddoppio per l'Irap, poiché questa imposta non prevede sanzioni penali. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame su Iva e Ires.
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Rapina impropria: condanna definitiva anche per soli venti euro
Un uomo è stato condannato per rapina impropria aggravata e porto abusivo di armi in concorso con un complice. I due avevano sottratto una console di gioco del valore di venti euro e il complice aveva minacciato la vittima con delle forbici. Il ricorrente contestava l'utilizzo in tribunale delle dichiarazioni della vittima, diventata nel frattempo irreperibile, e la sua responsabilità per l'uso delle forbici da parte del complice. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che l'irreperibilità della vittima era imprevedibile e che il ricorrente ha attivamente spalleggiato il complice. Inoltre, il valore esiguo della refurtiva non attenua la gravità della rapina impropria, poiché il reato offende anche la libertà e la sicurezza della persona, non solo il suo patrimonio.
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Raddoppio dei termini di accertamento: basta il sospetto
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una società, contestando l'indebita deduzione di costi derivanti da un contratto di prestito titoli. Per superare i termini ordinari di decadenza, l'ufficio ha applicato il raddoppio dei termini di accertamento, ipotizzando il reato di dichiarazione fraudolenta. I giudici di merito hanno annullato l'atto, ritenendo che il Fisco non avesse provato la sussistenza del reato né allegato la denuncia penale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che per il raddoppio dei termini di accertamento il giudice tributario deve solo verificare l'astratta sussistenza dell'obbligo di denuncia penale al momento dell'accertamento (prognosi postuma), senza dover accertare l'effettiva commissione del reato. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Raddoppio termini di accertamento: Fisco vince ma perde sull’IRAP
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a una società un avviso di accertamento per l'anno 2008 oltre i tempi ordinari, applicando il raddoppio dei termini di accertamento per presunti reati fiscali. La Commissione Tributaria Regionale ha annullato l'atto, ritenendo insussistente il reato sulla base di una perizia tecnica della società. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento dipende solo dall'obbligo astratto di denuncia penale al momento del controllo, senza che il giudice tributario possa accertare l'effettiva colpevolezza, compito riservato al giudice penale. Tuttavia, il raddoppio non si applica all'IRAP, poiché per questa tassa non esistono sanzioni penali. La causa è stata rinviata per un nuovo esame su IRES e IVA.
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Raddoppio dei termini di accertamento: stop all’IRAP e sì ai costi
Una contribuente ha impugnato un avviso di accertamento per IRPEF, IVA e IRAP basato su indagini bancarie. La Corte di Cassazione ha chiarito importanti regole sul raddoppio dei termini di accertamento. I giudici hanno stabilito che il raddoppio dei termini di accertamento non si applica all'IRAP, poiché le violazioni di questa imposta non costituiscono reato penale. Inoltre, la Corte ha accolto il ricorso della contribuente stabilendo che, anche in caso di accertamento basato su prelievi bancari ingiustificati, il fisco deve riconoscere la deduzione dei costi presunti sostenuti per produrre quei ricavi. La sentenza di appello è stata quindi cassata con rinvio per ricalcolare le imposte dovute.
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Concorso in tentata estorsione: in carcere anche senza minacce
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di concorso in tentata estorsione. L'indagato aveva partecipato alla pianificazione del reato effettuando sopralluoghi, proponendo pedinamenti e fornendo una foto della vittima ai complici per una spedizione punitiva. La difesa sosteneva l'estraneità dell'uomo alle minacce dirette e chiedeva di valutare i singoli episodi separatamente. La Suprema Corte ha invece stabilito che, nel concorso in tentata estorsione, ogni contributo materiale o morale (anche senza minacce dirette) che agevoli il piano criminoso unitario configura piena responsabilità penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Raddoppio termini accertamento: valido per Ires, nullo per l’IRAP
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'azienda che aveva ricevuto avvisi di accertamento per Ires, Iva e Irap. Il Fisco aveva applicato il raddoppio dei termini di accertamento basandosi su sospetti di reati fiscali. La Corte ha confermato la legittimità di questa estensione per Ires e Iva, ma ha dato ragione all'azienda per quanto riguarda l'Irap. Ha stabilito, infatti, che il raddoppio dei termini di accertamento non si applica a questo specifico tributo, poiché le norme penali tributarie richiamate non prevedono sanzioni penali per le violazioni in materia di Irap. Di conseguenza, l'accertamento relativo a questa imposta è stato annullato perché notificato oltre i termini ordinari.
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Responsabilità avvocato: negligenza senza danno, niente risarcimento
Una società fa causa al proprio legale per non aver comunicato la notifica di una sentenza, impedendole così di fare appello. La Corte di Cassazione ha però respinto la richiesta di risarcimento. Il principio affermato è che la responsabilità professionale dell'avvocato per un'impugnazione mancata scatta solo se l'appello aveva concrete e ragionevoli probabilità di essere accolto. Nel caso specifico, i giudici hanno ritenuto che l'appello sarebbe stato comunque respinto. Di conseguenza, la negligenza del legale non ha causato un danno effettivo, perché la 'chance' persa dal cliente era, in realtà, inesistente. L'avvocato, pur negligente, vince la causa.
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Prova Dolo Omicidiario: sparo a vuoto, condanna confermata
La Corte di Cassazione affronta un caso di tentato omicidio nato da una vendetta tra clan rivali. Dopo un accoltellamento, il capo di un clan ordina a due affiliati di reagire. Questi sparano contro il bersaglio, che rimane ferito solo di striscio perché la pistola si inceppa dopo il primo colpo. La difesa sosteneva la mancanza dell'intenzione di uccidere. La Cassazione, però, conferma la condanna, stabilendo un principio chiave sulla prova del dolo omicidiario: l'intenzione di uccidere si desume da elementi oggettivi come il contesto mafioso, l'uso di un'arma letale e il tentativo di sparare ancora. L'esito quasi innocuo è irrilevante, perché dipeso da un fattore esterno (l'inceppamento) e non dalla volontà degli aggressori. I ricorsi dei due esecutori materiali vengono quindi respinti.
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Gelosia e agguato: confermato il tentato omicidio premeditato
Un uomo, spinto dalla gelosia per la relazione extraconiugale della moglie, ha teso un agguato all'amante di lei. Lo ha atteso di notte sotto casa e lo ha colpito ripetutamente con una leva e un tubo metallico. La morte è stata evitata solo per la reazione della vittima e le cure mediche. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio premeditato, stabilendo che l'uso di armi improprie contro zone vitali e la pianificazione dell'imboscata dimostrano chiaramente l'intenzione di uccidere, a prescindere dalla gravità finale delle ferite.
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