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Procedura Concorsuale

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148 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Omesso versamento IVA: la crisi tardiva non esclude il reato
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imprenditore accusato del reato di omesso versamento IVA per l'anno di imposta 2013, perfezionatosi alla scadenza del 31 dicembre 2014. La difesa sosteneva l'assenza di dolo a causa di una grave crisi economica aziendale. A riprova, l'imprenditore evidenziava iniziative successive quali la richiesta di rateizzazione, una fusione societaria, un accordo di ristrutturazione dei debiti e la concessione di un'ipoteca a garanzia del debito fiscale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i tentativi di risanamento e le garanzie attivati a distanza di anni dalla scadenza non escludono la volontà colpevole al momento del fatto. L'imprenditore è stato quindi condannato alle spese processuali e a un'ammenda.
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Equa riparazione per eccessiva durata del fallimento
La Corte d'Appello ha accolto il ricorso per l'equa riparazione presentato da un creditore a causa della durata irragionevole di un fallimento protrattosi per oltre dieci anni. Il giudice ha liquidato un indennizzo basato su quattro anni di ritardo eccessivo rispetto ai termini di legge.
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Deducibilità perdite su crediti: limiti e regole tra Fisco e PMI
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società la deduzione di alcuni costi, tra cui i canoni di un leasing immobiliare e le perdite su crediti relative a un debitore dichiarato fallito nel 2007. L'Azienda aveva imputato la perdita al bilancio 2006, sostenendo che l'insolvenza fosse già nota. La Corte di Cassazione ha stabilito che la deducibilità perdite su crediti in caso di fallimento del debitore decorre dalla data formale della sentenza dichiarativa di fallimento e non retroagisce al periodo d'imposta precedente. Inoltre, i giudici hanno confermato la piena deducibilità dei canoni di leasing se coerenti con l'oggetto sociale aziendale e hanno considerato valido l'appello dell'Ufficio convertendolo in incidentale. La causa torna al giudice di merito per ricalcolare le imposte dovute.
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Durata ragionevole del fallimento: 6 anni massimo senza scuse
Due società commerciali hanno chiesto l'indennizzo allo Stato per una procedura fallimentare durata quindici anni. Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione, sostenendo che la durata ragionevole del fallimento potesse superare il limite di sei anni a causa della complessità della vendita di beni e delle cause collegate. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso ministeriale. I giudici supremi hanno chiarito che il limite massimo di sei anni previsto dalla legge per le procedure concorsuali è vincolante e non ammette deroghe discrezionali. I tempi impiegati per risolvere controversie o vendere immobili rientrano nel rischio organizzativo della giustizia e costituiscono disfunzioni del sistema. Di conseguenza, lo Stato deve pagare l'indennizzo per i ritardi e coprire integralmente le spese legali.
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Equa riparazione fallimento: sei anni massimo o scatta il rimborso
Una società creditrice ha richiesto l'indennizzo previsto dalla Legge Pinto per la durata irragionevole di una procedura fallimentare rimasta aperta per oltre quattordici anni. La Corte d'Appello ha riconosciuto un ritardo colpevole dello Stato pari a otto anni, considerando sei anni come durata massima ragionevole per questo tipo di procedura. Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso, sostenendo che le difficoltà nella vendita degli immobili e la gestione di cause connesse dovessero giustificare i tempi più lunghi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso ministeriale. I giudici hanno chiarito che per la richiesta di equa riparazione fallimento il termine di sei anni è rigido e invalicabile. Le complicazioni interne o le lentezze nelle vendite non possono essere scomputate, in quanto rappresentano disfunzioni organizzative a carico dello Stato.
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Equo indennizzo legge Pinto: vittoria contro i ritardi dello Stato
Due cittadini richiedono l'equo indennizzo legge Pinto al Ministero della Giustizia a causa della durata irragionevole di una procedura fallimentare iniziata nel 1990 e chiusa nel 2018. La Corte d'Appello riconosce loro un risarcimento di 6.300 euro. Il Ministero propone ricorso in Cassazione contestando la tempestività dell'azione, la sospensione estiva dei termini e i criteri di calcolo della somma liquidata. La Corte di Cassazione rigetta integralmente il ricorso statuendo che la pausa feriale estiva si applica al termine semestrale per agire e che un fallimento non può eccedere i sei anni complessivi. L'Amministrazione statale viene condannata anche al pagamento delle spese di giudizio.
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Equa riparazione fallimento e danni da ritardo della giustizia
Un socio di una società fallita ha chiesto un indennizzo allo Stato per la durata eccessiva della procedura concorsuale protrattasi per oltre venti anni. La Corte di Appello ha riconosciuto una somma parametrata a cinquecento euro per ogni anno di ritardo. Il socio ha proposto ricorso chiedendo un importo maggiore e il risarcimento per i danni patrimoniali subiti, tra cui spese condominiali accumulate e mancati affitti degli immobili non messi a reddito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la correttezza del calcolo dell'equa riparazione fallimento. I giudici hanno chiarito che i danni economici derivanti dalla cattiva gestione o dall'inerzia del curatore non dipendono direttamente dal ritardo della giustizia, ma dall'operato dell'organo fallimentare. Pertanto il socio non ha diritto a ulteriori rimborsi e deve pagare le spese di giudizio.
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Equo indennizzo: fallimento troppo lungo, lo Stato paga
Una società creditrice ha chiesto l'equo indennizzo per l'irragionevole durata di una procedura fallimentare iniziata nel 2008. La Corte d'appello ha riconosciuto il diritto, ma ha stabilito che la durata ragionevole del fallimento fosse di sette anni anziché sei, giustificando l'estensione con la complessità del caso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che il termine di sei anni fissato dalla Legge Pinto per le procedure concorsuali è inderogabile e non può essere esteso discrezionalmente dal giudice. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato il provvedimento e ha rinviato la causa alla Corte d'appello per ricalcolare l'indennizzo spettante alla società.
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Irragionevole durata del processo: limiti di legge invalicabili
Una società creditrice ha chiesto l'equo indennizzo per l'irragionevole durata del processo fallimentare di un'azienda debitrice, iniziato nel 1992 e ancora aperto. La Corte d'appello ha stabilito che la durata ragionevole della procedura fosse di sette anni anziché i sei previsti dalla legge, giustificando l'estensione con la complessità del fallimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che il termine di sei anni previsto dalla Legge Pinto per le procedure concorsuali è inderogabile e non può essere esteso discrezionalmente dal giudice, nemmeno in casi complessi. La decisione è stata quindi annullata con rinvio alla Corte d'appello per una nuova quantificazione dell'indennizzo.
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Equa riparazione: no all’aumento se si accetta il decreto
Alcune società creditrici hanno ottenuto un indennizzo per l'eccessiva durata di un fallimento. Successivamente, hanno notificato il decreto di liquidazione senza fare opposizione, accettando implicitamente l'importo. Il Ministero della Giustizia ha invece proposto opposizione per contestare la durata. La Corte d'Appello ha erroneamente aumentato l'indennizzo alle società. La Cassazione ha accolto il ricorso del Ministero: la notifica del decreto senza opposizione comporta acquiescenza, impedendo al giudice dell'opposizione di aumentare la somma. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che il taglio dell'indennizzo fino al 40% per l'elevato numero di parti non si applica automaticamente alle procedure fallimentari. Vince il Ministero, e l'indennizzo per equa riparazione viene ridotto alla cifra originaria di 2.800 euro a favore di ciascuna società.
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Equa riparazione: fallimento complesso ma 18 anni vanno risarciti
Due eredi hanno richiesto l'equa riparazione per l'irragionevole durata di una procedura fallimentare in cui era insinuato il loro defunto padre. Il fallimento si era protratto per oltre diciotto anni. La Corte d'Appello ha negato l'indennizzo, ritenendo che l'estrema complessità della procedura giustificasse il ritardo dello Stato. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso delle eredi, stabilendo che la durata ragionevole di un fallimento è di sei anni, estendibile al massimo a sette anni per i casi complessi. Di conseguenza, la complessità non può mai giustificare una durata di diciotto anni, né escludere il diritto all'indennizzo per il danno morale subito dai creditori.
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Equa riparazione: risarcito il fallimento record di 18 anni
Un creditore ha chiesto l'equa riparazione per la durata irragionevole di un fallimento durato oltre diciotto anni. La Corte d'appello ha negato l'indennizzo, ritenendo che l'estrema complessità della procedura giustificasse il ritardo e azzerasse la sofferenza del creditore. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del creditore. I giudici hanno stabilito che la complessità di una procedura concorsuale può giustificare un prolungamento dei tempi standard (da sei a massimo sette anni), ma non può mai legittimare un'attesa di diciotto anni, né escludere del tutto il diritto al risarcimento. Il danno psicologico da attesa si presume esistente una volta superata la soglia di tollerabilità. La Cassazione ha quindi annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo giudizio.
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Riserva di proprietà: il venditore vince contro il fallimento
Un'azienda produttrice di veicoli ha richiesto la restituzione di 218 autovetture fornite a un concessionario poi fallito, invocando la riserva di proprietà. Il Tribunale aveva respinto la domanda, ritenendo la disciplina speciale sulle transazioni commerciali inapplicabile in sede di fallimento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che la riserva di proprietà semplificata prevista dal d.lgs. n. 231/2002 è pienamente opponibile ai creditori concorsuali. I requisiti di opponibilità (accordo scritto, indicazione nelle fatture con data certa e registrazione contabile) tutelano il diritto di proprietà del venditore, impedendo che i beni siano acquisiti all'attivo fallimentare. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Fondo Salva-Opere: decide il giudice civile, non il TAR
Il Ministero revocava l'ammissione di un subappaltatore al Fondo Salva-Opere, richiedendo la restituzione della prima tranche erogata e disponendo la compensazione con altre somme. Il Ministero riteneva che il credito della società fosse stato soddisfatto tramite l'assegnazione di azioni nell'ambito del concordato preventivo dell'appaltatore principale. La società impugnava i provvedimenti davanti al giudice amministrativo, proponendo poi regolamento di giurisdizione. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che la controversia spetta al giudice ordinario. Poiché l'erogazione del Fondo Salva-Opere è stabilita direttamente dalla legge e non comporta valutazioni discrezionali della Pubblica Amministrazione, la posizione del beneficiario è di diritto soggettivo. Di conseguenza, ogni contestazione sulla revoca o sul recupero del contributo rientra nella giurisdizione ordinaria.
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Equo indennizzo per irragionevole durata: lo Stato deve pagare
Un cittadino, socio di una società fallita nel 1988 e chiusa nel 2019, ha richiesto l'equo indennizzo per irragionevole durata della procedura fallimentare. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, liquidando oltre 13.000 euro. Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la richiesta fosse tardiva perché proposta oltre il termine di sei mesi introdotto dalla riforma del 2009. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del Ministero, confermando che la chiusura è una fase interna al fallimento iniziato nel 1988, a cui si applica il vecchio termine di un anno. Il cittadino ha quindi diritto all'indennizzo perché la domanda è stata presentata tempestivamente.
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Equa riparazione: no al risarcimento per i ritardi del notaio
Un creditore ha richiesto l'equa riparazione per la durata eccessiva della procedura di liquidazione di un'eredità con beneficio di inventario. Il ricorrente pretendeva che il calcolo del ritardo partisse dal momento del deposito della sua dichiarazione di credito davanti al notaio. La Corte d'Appello ha invece calcolato il tempo solo a partire dall'avvio della fase giudiziale dinanzi al tribunale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la fase iniziale di presentazione dei crediti al notaio ha natura amministrativa e non contenziosa. Di conseguenza, l'equa riparazione non si applica a questa fase preliminare, ma solo a quella propriamente giurisdizionale avviata davanti al giudice.
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Mansioni superiori: sì alla promozione nelle società pubbliche
Una farmacista dipendente di una società per azioni a controllo pubblico ha svolto per ripetuti periodi il ruolo di direttrice della farmacia. Ha quindi richiesto il riconoscimento della qualifica superiore e le differenze retributive. La Corte d'Appello aveva negato il diritto, ritenendo che l'obbligo di concorso pubblico per le assunzioni impedisse la promozione automatica. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che il rapporto di lavoro con una società a controllo pubblico è di natura privatistica. Di conseguenza, l'obbligo di selezione pubblica per l'accesso non esclude l'applicazione dell'articolo 2103 del codice civile. Lo svolgimento di mansioni superiori protratto oltre i limiti di legge comporta quindi il diritto alla promozione automatica, non applicandosi i divieti previsti per il pubblico impiego. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Polizza fideiussoria immobili da costruire: l’assicurazione paga
Un acquirente firma un contratto preliminare per un appartamento da realizzare, garantito da una polizza fideiussoria immobili da costruire contro il rischio di insolvenza del costruttore. A seguito del fallimento della società costruttrice, l'acquirente chiede il rimborso dell'acconto di centododicimila euro. La compagnia assicurativa si oppone, sostenendo che il contratto si era già risolto prima del fallimento e che l'immobile era uscito dal patrimonio. I giudici di merito respingono l'opposizione, rilevando che l'immobile non era mai stato costruito ed era stato soppresso dal progetto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso dell'assicurazione inammissibile, poiché volto a ottenere una nuova valutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità. L'acquirente ottiene definitivamente il rimborso.
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Usucapione di beni immobili: il fallimento non ferma il possesso
Il Fallimento di una società immobiliare ha chiesto la restituzione di un locale adibito a ricovero barche. L'Occupante ha resistito eccependo l'avvenuta usucapione di beni immobili, avendo posseduto il bene in modo esclusivo e continuativo dal 1982. Il Fallimento sosteneva che la dichiarazione di fallimento del 2001 avesse interrotto i termini per l'usucapione e che il possesso fosse dovuto a mera tolleranza, dato che il marito dell'occupante era l'amministratore della società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fallimento, stabilendo che l'apertura del fallimento non interrompe il possesso utile a usucapire. Solo un'azione di recupero del curatore interrompe tale termine. Vince l'Occupante, che mantiene la proprietà del bene.
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Equo indennizzo: risarcimento dovuto dopo 7 anni di fallimento
Una società creditrice ha richiesto un equo indennizzo per l'irragionevole durata di un fallimento iniziato nel 1995 e ancora pendente nel 2019. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento, ritenendo che le cause interne alla procedura giustificassero il ritardo oltre i sei anni. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della società. I giudici di legittimità hanno chiarito che, anche in presenza di particolari complessità o cause collegate, la durata ragionevole di un fallimento non può superare il limite massimo di sette anni. Oltre questa soglia, il ritardo dà diritto all'equo indennizzo. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per una nuova decisione.
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