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Prezzo Del Reato

47 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il compenso, in denaro o altra utilità, dato o promesso a una persona per indurla a commettere un reato.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Denaro e droga: La Cassazione conferma la Confisca prezzo del reato
Un Lavoratore, condannato per detenzione e trasporto di sostanze stupefacenti, aveva patteggiato la pena. Il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) aveva disposto la confisca prezzo del reato di una somma di denaro pari a 11.830 euro, trovata in suo possesso. Il Lavoratore ha contestato la confisca, sostenendo che il denaro non fosse il compenso per il trasporto della droga, dato l'importo elevato rispetto alla quantità di stupefacente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la confisca. Ha ritenuto che il Lavoratore non avesse fornito prove valide per giustificare il possesso del denaro, né una spiegazione alternativa credibile.
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Confisca per reati tributari: l’omissione che porta a nuovo giudizio
Un amministratore di società è stato condannato per reati tributari, avendo presentato dichiarazioni fiscali infedeli. Il Tribunale ha omesso di disporre la confisca dei beni corrispondenti al profitto o prezzo del reato. La Cassazione ha stabilito che la confisca per reati tributari è obbligatoria e che la normativa ha mantenuto una continuità giuridica nonostante i cambiamenti. La sentenza è stata annullata limitatamente alla mancata confisca, rinviando il caso alla Corte d'Appello di Perugia per un nuovo giudizio su questo specifico punto.
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Confisca Obbligatoria: Patteggiamento non Esclude il Sequestro dei Beni
Un Contribuente ha patteggiato una pena per un reato fiscale, commesso in continuazione con un altro illecito. Il Tribunale non ha però disposto la confisca obbligatoria del profitto e del prezzo del reato. Il Procuratore generale ha impugnato la sentenza. La Corte di Cassazione ha stabilito che la confisca obbligatoria è sempre dovuta per i reati tributari, anche in caso di patteggiamento e di reato continuato. L'omissione della confisca rende la sentenza illegale. La Cassazione ha annullato la sentenza, rinviando al Tribunale per decidere sulla confisca.
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Confisca per Fatture False: Il Prezzo del Reato non è il Profitto Altrui
Un imprenditore individuale è stato condannato per reati tributari, tra cui l'occultamento di documenti contabili e l'emissione di fatture per operazioni inesistenti, al fine di consentire a terzi di evadere le imposte. I giudici di merito avevano disposto la confisca dei beni dell'imprenditore, calcolandola sul risparmio d'imposta ottenuto dai terzi utilizzatori delle fatture false. La Corte di Cassazione ha annullato questa parte della sentenza. Ha stabilito che, per il reato di emissione di fatture false, la confisca deve riguardare il "prezzo del reato", ovvero il compenso percepito dall'emittente per la sua attività illecita, e non il "profitto" conseguito dai terzi. La Cassazione ha rinviato il caso per un nuovo calcolo della confisca per fatture false.
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Emissione di fatture per operazioni inesistenti: giusti limiti
Un legale rappresentante di una società riceve un sequestro preventivo di beni per oltre centoquarantasette mila euro. La somma corrisponde all'IVA evasa da un'altra impresa utilizzatrice delle fatture contestate. L'amministratore ricorre in Cassazione per contestare l'importo sottoposto a vincolo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla il provvedimento. I giudici chiariscono che l'emissione di fatture per operazioni inesistenti e l'utilizzazione costituiscono reati distinti ed autonomi. La legge esclude il concorso reciproco e il principio di solidarietà. Il sequestro nei confronti dell'emittente può colpire soltanto il prezzo del reato, ossia il compenso percepito per la falsificazione, e non il risparmio fiscale ottenuto dall'utilizzatore.
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Confisca per equivalente: illegittima sul guadagno fiscale altrui
Un imprenditore, in qualità di emittente di fatture false, ha concordato la pena tramite patteggiamento per il reato tributario a lui contestato. Il giudice di merito ha ordinato a suo carico una confisca per equivalente pari all'importo del risparmio d'imposta ottenuto dall'azienda terza che aveva utilizzato i documenti fittizi. L'imprenditore ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'addebito di un profitto mai percepito. La Suprema Corte ha annullato la misura senza rinvio. I giudici hanno chiarito che l'emissione e l'utilizzo di fatture false sono condotte distinte e autonome. La legge esclude il concorso di persone e la responsabilità solidale. All'emittente si può confiscare esclusivamente il prezzo del reato, ovvero l'eventuale compenso percepito per l'emissione dei documenti, e non il vantaggio fiscale conseguito soltanto dall'utilizzatore.
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Corruzione: Profitto o Prezzo del Reato? La Cassazione chiarisce la Quantificazione profitto reato
Un Avvocato ha subito il sequestro di beni per presunti reati di corruzione e concussione, con le somme sequestrate corrispondenti a compensi professionali. La difesa ha sostenuto che si trattava di pagamenti per attività lecite, non puro profitto illecito, chiedendo la deduzione di spese e imposte. La Corte di Cassazione ha distinto il "profitto del reato" dal "prezzo del reato", affermando che le somme erano il prezzo della corruzione e quindi interamente confiscabili. Ha annullato la decisione solo per la parte relativa ai compensi versati a un co-difensore, richiedendo una nuova valutazione sulla corretta Quantificazione profitto reato, ma ha rigettato la deduzione delle imposte già pagate sui proventi illeciti.
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Confisca nei reati tributari: illegittimo il prelievo sul residuo
L'Amministratore di una società ha concordato una pena mediante patteggiamento per l'emissione di fatture per operazioni inesistenti. L'imputato ha saldato per intero il debito con il Fisco utilizzando le somme sequestrate. Ciononostante, il Giudice ha ordinato la confisca di ulteriori importi residui, qualificandoli indistintamente come prezzo o profitto del reato. L'Amministratore ha impugnato la decisione in Cassazione. I Supremi Giudici hanno accolto il ricorso, stabilendo che la confisca nei reati tributari a carico di chi emette fatture false può colpire solo il prezzo (il compenso pattuito) e non il profitto (l'evasione fiscale realizzata da chi usa le fatture). La Cassazione ha dunque annullato il provvedimento di confisca, rinviando gli atti per un nuovo accertamento.
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Sequestro preventivo per equivalente: auto bloccata senza prova
L'amministratrice di una società subisce un sequestro preventivo per equivalente su un'autovettura e somme di denaro per concorso in emissione di fatture per operazioni inesistenti. La difesa richiede il dissequestro del veicolo sostenendo che il principio delle Sezioni Unite escluda la solidarietà tra correi e che il valore dell'auto superi la quota di profitto a lei imputabile. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. Il Tribunale del riesame aveva già escluso una manifesta sproporzione e la ricorrente non ha allegato una stima reale del veicolo. Un orientamento giurisprudenziale nuovo non supera il giudicato cautelare se mancano elementi probatori concreti.
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Sequestro preventivo e reati tributari: stop al blocco dei beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura contro l'annullamento di una misura cautelare reale. La vicenda riguarda una complessa frode fiscale nel commercio di argento. L'Amministratore di Fatto di una società filtro era accusato di emissione di fatture false. Il Pubblico Ministero aveva chiesto il blocco dei beni calcolando il valore sull'intera IVA evasa dai destinatari. Il Tribunale del Riesame ha revocato il vincolo. La Suprema Corte ha confermato la decisione, fissando un principio chiave in materia di sequestro preventivo e reati tributari. Il giudice non può modificare d'ufficio i reati posti a fondamento della misura cautelare. Inoltre, chi emette fatture false risponde solo del compenso percepito per la propria condotta e non dell'imposta evasa da terzi.
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Profitto dell’autoriciclaggio: stop al sequestro dell’imposta
Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contro l'annullamento del sequestro preventivo disposto nei confronti di un dipendente aziendale, indagato per frode fiscale e autoriciclaggio. L'accusa sosteneva che l'indagato avesse partecipato a un sistema illecito di compravendita di argento per evadere l'IVA e riutilizzare il capitale sfilato all'Erario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura e confermato il dissequestro. I giudici hanno chiarito che il profitto dell'autoriciclaggio non coincide con l'intera imposta evasa nel reato fiscale presupposto. Il profitto del reato di autoriciclaggio corrisponde esclusivamente all'ulteriore guadagno o rendimento generato dall'effettivo reimpiego economico dei capitali illeciti. Di conseguenza, il sequestro sui beni dell'indagato resta definitivamente annullato.
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Sequestro preventivo fatture inesistenti: no al blocco beni
Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso contro l'annullamento del sequestro preventivo emesso nei confronti di un amministratore accusato di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Il Tribunale del Riesame aveva revocato il vincolo patrimoniale, affermando che la falsa fatturazione non genera un profitto d'imposta per chi emette i documenti, bensì solo per chi li utilizza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura. I giudici hanno chiarito che, in materia di sequestro preventivo fatture inesistenti, il giudice non può mutare la richiesta dell'accusa né trasformare d'ufficio la qualificazione del vincolo da profitto a prezzo del reato o estenderlo ad addebiti diversi. Di conseguenza, il dissequestro dei beni dell'amministratore è stato confermato definitivamente.
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Sequestro preventivo per equivalente: il rigetto della Cassazione
Due soggetti indagati per emissione di fatture per operazioni inesistenti e truffa aggravata hanno chiesto la revoca del sequestro preventivo per equivalente sui loro immobili. I ricorrenti contestavano il calcolo del profitto illecito e la valutazione dei beni basata sui parametri catastali anziché sulle perizie private. I giudici di merito hanno confermato il sequestro rilevando la preclusione da giudicato cautelare, poiché gli stessi motivi erano già stati respinti nei precedenti gradi di riesame. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, convalidando il blocco cautelare e condannando gli imputati al pagamento delle spese e alla sanzione per la Cassa delle Ammende.
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Confisca del denaro: illecito solo presunto e annullamento
Un imputato ha concordato una pena per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio. Il giudice di primo grado ha disposto anche la confisca del denaro e del telefono cellulare trovati in suo possesso. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione per assenza di motivazione sul legame tra i beni sequestrati e il reato contestato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha stabilito che la confisca del denaro presuppone la prova di un vantaggio economico derivante in via diretta dall'illecito. Poiché l'accusa contestava la sola detenzione e non la vendita della droga, i contanti non costituivano automaticamente profitto dell'illecito. I giudici hanno quindi annullato la misura patrimoniale ordinando un nuovo esame.
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Confisca del denaro e detenzione di droga: restituiti 960 euro
Un imputato ha concordato una pena per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Il Tribunale ha applicato la sanzione concordata, ma ha disposto anche la confisca del denaro trovato nelle sue disponibilità, pari a 960 euro, qualificandolo come provento dell'attività illecita. La difesa ha impugnato la misura patrimoniale davanti alla Corte di Cassazione, contestando la totale assenza di prove sul legame tra i contanti e la detenzione della droga. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice detenzione di sostanze non produce automaticamente un guadagno economico diretto. Non è possibile presumere l'origine illecita del denaro senza elementi concreti di vendita. Di conseguenza, i giudici hanno revocato la misura e ordinato la restituzione delle somme al legittimo proprietario.
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Reato estinto ma confisca del denaro: no della Cassazione
Un imputato ha affrontato un procedimento penale per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Il giudice ha accertato il superamento positivo del periodo di messa alla prova e ha dichiarato l'estinzione del reato. Nonostante l'assenza di una sentenza di condanna, il tribunale ha ordinato la confisca del denaro sequestrato durante la perquisizione domestica, per una somma pari a oltre duemilaottocento euro. L'indagato ha impugnato la misura patrimoniale davanti alla Corte di Cassazione contestando la legittimità del vincolo. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'esito favorevole della prova esclude qualsiasi condanna formale. Di conseguenza, la confisca del denaro non può essere disposta se la somma non costituisce il prezzo del reato contestato. La Suprema Corte ha annullato la decisione e ha ordinato l'immediata restituzione del denaro all'avente diritto.
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Emissione di fatture per operazioni inesistenti: confisca certa
Il Tribunale applicava su richiesta delle parti la pena di otto mesi e sette giorni di reclusione a un amministratore per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti. Il giudice ometteva tuttavia di disporre la confisca dei beni, misura obbligatoria per i reati tributari. Il Procuratore Generale ricorreva in Cassazione lamentando l'illegalità della pena per la mancata applicazione della misura di sicurezza. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che la confisca è obbligatoria anche in caso di patteggiamento e non è subordinata all'accordo delle parti. Sebbene l'emittente non ottenga un risparmio d'imposta diretto, egli percepisce solitamente un compenso che costituisce il prezzo del reato, soggetto a confisca. La sentenza viene annullata limitatamente alla mancata statuizione sulla confisca, con rinvio al giudice di merito.
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Sequestro preventivo del prezzo del reato: negato ogni sconto
Un professionista è stato accusato di corruzione in atti giudiziari per aver ottenuto lucrosi incarichi di difesa da una società grazie alle pressioni di un magistrato corrotto. Il Tribunale ha disposto il sequestro preventivo del prezzo del reato sull'intera somma delle parcelle ricevute, pari a 273.000 euro. Il professionista ha contestato la misura, sostenendo che una parte della somma fosse stata legittimamente versata a un collega collaboratore e dovesse quindi essere esclusa dal calcolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che i pagamenti interni al collaboratore costituiscono una mera spesa personale successiva al reato. Di conseguenza, l'intero compenso rappresenta il prezzo dell'accordo illecito e rimane interamente soggetto al sequestro preventivo del prezzo del reato.
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Sequestro probatorio: le finte consulenze non salvano i beni
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro probatorio di denaro, telefoni e documenti a carico di un tecnico della prevenzione dell'Azienda Sanitaria, indagato per corruzione e peculato. L'indagato riceveva tangenti da imprese sottoposte a controllo, mascherate da finte consulenze fatturate dalla moglie e dalla figlia. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che i termini per la trasmissione degli atti al Tribunale del Riesame in materia di sequestro hanno natura meramente ordinatoria e che il denaro costituente il prezzo della corruzione è sempre confiscabile e non restituibile.
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Sequestro preventivo: nullo se i soldi sono solo virtuali
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che confermava il sequestro preventivo di oltre 1,6 milioni di euro a carico di un indagato. La somma era stata bloccata da Poste Italiane prima di entrare nel patrimonio dell'indagato o della sua società. La Suprema Corte ha stabilito che non si può disporre il sequestro preventivo di somme indicate come profitto del reato se queste non sono mai entrate nella disponibilità effettiva del soggetto. Inoltre, per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, l'emittente risponde solo del prezzo del reato (il compenso ricevuto) e non del profitto dell'evasione ottenuto da terzi utilizzatori. Il caso è stato rinviato al Tribunale per una nuova valutazione.
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