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Presunzione Cautelare

46 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Una previsione di legge secondo cui, per determinati reati particolarmente gravi (come quelli di mafia o associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga), si presume l'esistenza delle esigenze cautelari e l'adeguatezza della custodia in carcere, salvo prova contraria.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
L'Indagato ha impugnato in Cassazione l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva l'inefficacia della misura per ritardi nella trasmissione informatica e cartacea degli atti, oltre al venir meno delle esigenze cautelari per il tempo trascorso e per il trasferimento dell'assistito in un'altra regione con un nuovo lavoro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le problematiche tecniche del sistema informatico non annullano la misura se gli atti erano già accessibili nei termini. Inoltre, il semplice decorso del tempo e il cambio di residenza non bastano a superare la presunzione di pericolosità e il vincolo con l'organizzazione criminale. L'Indagato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Partecipazione ad associazione mafiosa: confermato il carcere
Un indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per partecipazione ad associazione mafiosa. La pubblica accusa contestava all'uomo di aver gestito la latitanza del vertice del clan, fornendo alloggi, telefoni non intercettabili e risorse economiche. Il ricorrente svolgeva anche la funzione di intermediario per trasmettere le direttive del capo agli altri affiliati e per riscuotere crediti dell'organizzazione. La difesa sosteneva che si trattasse di un semplice aiuto personale privo di valore associativo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che l'assistenza continuativa e fiduciaria al boss nascosto consente al clan di operare, integrando la partecipazione ad associazione mafiosa. Inoltre, per le consorterie storiche la presunzione di pericolosità cautelare cade solo con la prova dell'effettivo recesso. L'indagato rimane in carcere con condanna alle spese.
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Revoca misura cautelare negata: legami criminali persistenti
Un individuo, già condannato in primo grado per traffico di droga e associazione criminale con aggravante mafiosa, ha chiesto la revoca della misura cautelare in carcere o la sua sostituzione con gli arresti domiciliari. Ha sostenuto di aver interrotto i legami con il sodalizio criminale e di aver cambiato residenza. Il Tribunale e la Cassazione hanno respinto la richiesta di revoca misura cautelare. Hanno ritenuto che gli elementi presentati non fossero nuovi o sufficienti a superare le esigenze cautelari, data la sua lunga militanza nel clan e la presunzione cautelare legata ai reati commessi. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Custodia cautelare in carcere: scontro tra difesa e presunzione
Il Tribunale di Napoli ha confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di associazione mafiosa e traffico di droga. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando i gravi indizi di colpevolezza e l'adeguatezza della misura restrittiva. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso evidenziando che le valutazioni di fatto spettano ai giudici di merito. I giudici di legittimità hanno ricordato che per i reati associativi di matrice mafiosa vige la presunzione di pericolosità e di esclusiva adeguatezza del carcere. L'indagato resta in carcere con condanna al pagamento delle spese.
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Custodia Cautelare: La Presunzione Cautelare e il Traffico di Stupefacenti
Un Indagato, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti (Art. 74 D.P.R. 309/90), si è visto applicare la custodia cautelare in carcere. Ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale del Riesame che aveva confermato la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che per i reati gravi come quello contestato, opera una "doppia presunzione cautelare" (Art. 275, comma 3, c.p.p.), che rende il carcere la misura adeguata, a meno che la difesa non dimostri in modo decisivo il contrario. L'Indagato non ha fornito elementi sufficienti per superare tale presunzione cautelare.
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Estorsione con metodo mafioso: la Cassazione conferma il carcere
Un soggetto impiegato come guardiano in un villaggio turistico è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per estorsione e tentata estorsione. L'imputato imponeva alla gestione del complesso assunzioni non necessarie di persone vicine a clan locali e condizionava l'amministrazione immobiliare. La difesa ha impugnato l'ordinanza cautelare contestando la gravità degli indizi e l'aggravante dell'estorsione con metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che anche una minaccia implicita o ambientale integra il reato in contesti controllati dalla criminalità organizzata. Di conseguenza, resta confermata la misura della custodia cautelare in carcere.
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Sostituzione della misura cautelare: no ad ipotesi astratte
L'Imputato, condannato per tentato omicidio, ha chiesto la sostituzione della misura cautelare del carcere con gli arresti domiciliari muniti di braccialetto elettronico. La richiesta nasceva dall'esclusione dell'aggravante del metodo mafioso disposta nel giudizio d'appello. Il Tribunale del riesame ha respinto l'istanza basandosi su generici pericoli di recidiva e presunti legami con la criminalità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato e annullato la decisione. I giudici di legittimità hanno chiarito che, caduta l'aggravante mafiosa, non opera più la presunzione automatica di adeguatezza del carcere. Il giudice deve valutare con elementi concreti e non con ipotesi astratte l'eventuale inadeguatezza dei domiciliari fuori regione. La vicenda viene ora rinviata al Tribunale per un nuovo esame.
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Reato di violenza sessuale: bacio sul collo e blocco dell’auto
Un padre ha bloccato la strada alla figlia con la propria automobile e le ha dato un bacio non gradito sulla zona tra guancia e collo, accompagnato da apprezzamenti verbali di tipo seduttivo. Il Tribunale del Riesame ha applicato nei suoi confronti il divieto di avvicinamento per atti persecutori, violenza privata e per il reato di violenza sessuale. L'uomo ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo l'irrilevanza penale del bacio e l'assenza di violenza nel blocco stradale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il bacio su zone non strettamente genitali rientra negli atti sessuali se il contesto relazionale evidenzia una carica erotica invasiva. La Suprema Corte ha confermato la piena legittimità della misura cautelare.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Un imputato condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha chiesto la revoca o la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto l'attenuazione delle esigenze cautelari a causa del lungo tempo trascorso dai fatti contestati e ha eccepito l'incompatibilità del giudice. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la mancata ricusazione formale rende inammissibile l'eccezione di incompatibilità. Inoltre, per i reati associativi opera la presunzione di adeguatezza del carcere, che il semplice decorso del tempo non basta a superare, specie a fronte di una pesante condanna sopravvenuta e del concreto pericolo di fuga non arginabile con il braccialetto elettronico.
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Sostituzione della custodia cautelare negata: resta il carcere
Un uomo condannato in primo grado per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e lesioni aggravate contro l'allora convivente ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale della Libertà ha respinto la richiesta, rilevando l'assenza di elementi nuovi e l'inadeguatezza dei domiciliari, considerando che l'imputato aveva iniziato la relazione con la vittima mentre si trovava già ai domiciliari per altra causa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato che per il reato di violenza sessuale vige la presunzione di adeguatezza del solo carcere. Il semplice decorso del tempo non attenua le esigenze di cautela se non emergono fatti nuovi o un reale percorso di revisione critica della condotta. L'imputato resta in carcere con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: la Cassazione conferma l’arresto
Un indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che ha disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di far parte di un'associazione per il traffico illecito di sostanze stupefacenti, aggravata dal metodo mafioso, con il ruolo di organizzatore del recupero della droga nei porti di arrivo. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, sostenendo che le chat criptate dimostrassero soltanto una vicinanza occasionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la solidità delle prove, rilevando l'uso abituale di chat cifrate, i contatti con i vertici e la gestione di ingenti carichi di cocaina. Per questi reati opera la presunzione di pericolosità che giustifica la custodia cautelare in carcere.
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Revoca della misura cautelare: il carcere resta confermato
Un indagato per associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni chiedeva la revoca della misura cautelare in carcere o la concessione dei domiciliari. La difesa sosteneva che i fatti risalivano a molti anni prima, che l'organizzazione criminale era ormai disarticolata e che le aziende erano sotto sequestro. I giudici hanno respinto la richiesta poiché l'indagato non ha mostrato alcun reale distacco dalle logiche criminali, continuando a gestire affari tramite fittizie intestazioni fino a tempi recenti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, chiarendo che il semplice decorso del tempo antecedente all'arresto non giustifica la revoca della misura cautelare in assenza di fatti nuovi successivi all'inizio della detenzione.
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Sostituzione della custodia in carcere: presunzioni e limiti
Un indagato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha richiesto la sostituzione della custodia in carcere con una misura cautelare meno afflittiva. La difesa ha invocato il tempo trascorso dai fatti, la buona condotta tenuta nell'istituto penitenziario, il trasferimento lavorativo all'estero e la costituzione spontanea. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Per i delitti associativi di droga opera una presunzione di legge sulla sussistenza del pericolo di recidiva e sull'adeguatezza esclusiva del carcere. Il comportamento carcerario ordinario e il mero decorso del tempo non bastano a superare tale presunzione, soprattutto a fronte di gravi precedenti penali e dell'assenza di elementi nuovi sopravvenuti.
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Revoca delle misure cautelari: il tempo non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha confermato il ripristino degli arresti domiciliari per un uomo accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il provvedimento del giudice di primo grado, che aveva disposto la revoca delle misure cautelari. L'imputato sosteneva che il lungo tempo trascorso in custodia e la vicinanza alla scadenza dei termini massimi di fase dimostrassero l'attenuazione delle esigenze cautelari. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: il tempo trascorso in detenzione è un dato neutro e non cancella automaticamente il pericolo di reiterazione del reato. Inoltre, la scadenza imminente dei termini è un automatismo processuale che non prova la cessazione della pericolosità sociale del soggetto.
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Traffico illecito di rifiuti: dal campo nomadi al carcere sicuro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di traffico illecito di rifiuti. L'indagato gestiva un'attività abusiva di gestione e smaltimento di scarti ferrosi all'interno di un campo nomadi, superando ampiamente i limiti di legge e falsificando i formulari di identificazione. La difesa contestava la mancata concessione degli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha chiarito che per questo reato opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere. Spetta alla difesa dimostrare elementi contrari, non emersi nel caso specifico a causa dei precedenti penali dell'indagato e della ripetitività delle condotte. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia in carcere per associazione a delinquere: conta esserci
Un indagato ha impugnato l'ordinanza che disponeva la custodia in carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa sosteneva che l'uomo fosse un semplice partecipe e non un organizzatore del gruppo criminale, gestendo solo un bar frequentato dagli associati. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la custodia in carcere per associazione a delinquere scatta automaticamente per la sola partecipazione al sodalizio. Di conseguenza, contestare il ruolo di organizzatore non offre alcun vantaggio pratico all'indagato, poiché la presunzione sulla necessità della misura cautelare in carcere si applica indistintamente a tutti i membri del gruppo, a prescindere dal loro specifico ruolo interno. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione per narcotraffico: arresto del figlio non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di essere a capo di un'associazione finalizzata al narcotraffico gestita insieme al figlio. L'indagato sosteneva che l'arresto del figlio avesse interrotto ogni attività, eliminando il pericolo di reiterazione del reato. I giudici hanno respinto questa tesi, evidenziando come l'uomo avesse continuato a gestire gli affari illeciti anche dopo l'arresto del congiunto. La sentenza stabilisce che la struttura organizzata del gruppo e la professionalità criminale dell'indagato giustificano il mantenimento della misura cautelare più grave, superando la presunzione di innocenza in questa fase procedurale.
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Concorso esterno: denuncia il clan ma resta ai domiciliari
Due imprenditori, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa per aver agito come prestanome di un clan, chiedono la revoca degli arresti domiciliari. Sostengono che i successivi conflitti e le denunce contro il clan dimostrino la fine di ogni legame e pericolosità. La Corte di Cassazione, però, respinge la richiesta. La Corte stabilisce un principio fondamentale: per chi è accusato di concorso esterno, non basta dimostrare una rottura con il clan. È necessaria una valutazione che escluda la possibilità futura di ripetere condotte simili a favore dell'organizzazione criminale. Poiché questo rischio è stato ritenuto ancora presente, la misura cautelare è stata confermata.
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Presunzione cautelare mafia: no arresti domiciliari
Un soggetto, imputato per associazione di stampo mafioso e tentata estorsione, si è visto respingere dalla Corte di Cassazione il ricorso contro la detenzione in carcere. La Corte ha ribadito la validità della presunzione cautelare, secondo cui per tali reati il carcere è l'unica misura adeguata, a meno che non vi sia una prova inequivocabile della rescissione del legame con l'associazione criminale. Il mero trascorrere del tempo non è stato ritenuto un elemento sufficiente a tal fine.
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Presunzione cautelare: inammissibile ricorso di fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione finalizzata al narcotraffico. La Corte ha stabilito che i motivi basati su una diversa interpretazione dei fatti non sono ammissibili in sede di legittimità e che l'indagato non ha fornito elementi idonei a superare la presunzione cautelare che prevede il carcere come misura adeguata per tali gravi reati.
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