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Prassi Aziendale

10 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un comportamento generale e ripetuto del datore di lavoro che, per la sua costanza, può diventare una fonte di obblighi e diritti per i dipendenti, integrando il contratto di lavoro.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Licenziamento disciplinare: la prassi aziendale va provata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice licenziata dall'Azienda. La lavoratrice, una cassiera, aveva contestato il suo licenziamento disciplinare, sostenendo che l'Azienda tollerasse una prassi di incasso di assegni non trasferibili da parte di persone diverse dall'intestatario. I giudici di merito avevano respinto la sua domanda, ritenendo che la lavoratrice non avesse fornito prove sufficienti di tale prassi. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e che il ricorso mirava a una nuova analisi dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Il licenziamento disciplinare è stato quindi confermato.
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Licenziamento per giusta causa: auto-approvazione spezza la fiducia
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di una lavoratrice. La dipendente, con un ruolo di Amministratore di Sistema, aveva auto-approvato ore di straordinario e timbrature di ingresso con giustificazioni non autorizzate. La Corte d'Appello aveva già ritenuto che tale condotta avesse leso irreparabilmente il vincolo fiduciario con l'azienda. La lavoratrice ha tentato di far valere l'esistenza di una prassi aziendale e la sproporzione della sanzione. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che l'auto-approvazione, data la consapevolezza della lavoratrice delle procedure e la gravità delle sue mansioni, giustificava pienamente il licenziamento per giusta causa, rigettando il suo ricorso.
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Sanzione disciplinare legittima per chi rifiuta un ordine urgente
Un operatore sanitario ha ricevuto una sanzione disciplinare consistente nella censura per aver rifiutato l'ordine urgente, impartito da un superiore, di trasportare un reperto anatomico. Il dipendente ha giustificato il diniego asserendo di essere occupato nell'allestimento di una sala operatoria e invocando una presunta prassi interna che avrebbe consentito di delegare l'incombenza a colleghi liberi. I giudici di merito hanno respinto il ricorso, evidenziando che il dipendente ha opposto un rifiuto secco senza attivare alcuna delega verso altri colleghi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del lavoratore, confermando la piena validità della misura disciplinare.
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Condotta antisindacale: nega permessi, azienda condannata
Un'azienda di trasporti ha negato a un'organizzazione sindacale il corretto numero di ore di permesso, rifiutandosi di applicare il nuovo contratto collettivo nazionale. L'azienda sosteneva l'esistenza di un accordo verbale diverso o di una prassi consolidata. La Corte di Cassazione ha confermato che tale comportamento costituisce una chiara condotta antisindacale. I giudici hanno stabilito che il contratto collettivo nazionale prevale e non può essere ignorato unilateralmente dall'azienda. Di conseguenza, il ricorso dell'azienda è stato respinto, confermando il diritto del sindacato a ottenere i permessi secondo le nuove regole.
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Licenziamento per giusta causa e prassi aziendali
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente di una catena di profumerie. La lavoratrice era stata accusata di aver creato una carta fedeltà fittizia per ottenere vantaggi personali. Tuttavia, i giudici hanno accertato che tale condotta rientrava in una prassi aziendale diffusa, nota ai responsabili di negozio, finalizzata ad agevolare gli acquisti dei clienti occasionali. Poiché il fatto contestato mancava dell'elemento del vantaggio personale esclusivo e del danno aziendale descritti nell'addebito, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della società, confermando il diritto della lavoratrice alla tutela reintegratoria.
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Licenziamento giusta causa: il limite dei permessi
Un rappresentante sindacale è stato licenziato per giusta causa dopo aver superato il monte ore concesso per i permessi sindacali, in violazione di un nuovo accordo aziendale e nonostante un invito a riprendere servizio. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, respingendo le accuse di violazione procedurale, tolleranza aziendale e discriminazione. La sentenza sottolinea come un nuovo accordo collettivo prevalga sulle prassi precedenti e come la mancata ripresa del servizio, a seguito di un richiamo formale, possa integrare la giusta causa di licenziamento.
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Recupero ore di permesso: obblighi dell’azienda
Una lavoratrice ha citato in giudizio la sua azienda per non averle concesso giorni specifici per il recupero ore di permesso, subendo decurtazioni stipendiali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della lavoratrice, confermando che, in assenza di una specifica previsione nel regolamento aziendale, il datore di lavoro non ha un obbligo incondizionato di assegnare tali giornate. La Corte ha inoltre ribadito che l'onere di provare l'esistenza di una prassi aziendale più favorevole grava interamente sul lavoratore.
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Prassi aziendale: la tolleranza non giustifica sempre
Un lavoratore, licenziato per aver sottratto beni aziendali, si è difeso invocando una prassi aziendale tollerata. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, ritenendo decisivo l'avvertimento con cui l'azienda aveva precedentemente comunicato la fine di tale tolleranza. La sentenza sottolinea l'importanza del principio di non contestazione: i fatti affermati da una parte e non contestati dall'altra si considerano provati.
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Pausa retribuita: quando spetta dopo un accordo?
Una società di corriere espresso aveva sospeso la retribuzione per la pausa giornaliera in base ad accordi sindacali temporanei, giustificati da una crisi economica. Alla scadenza di tali accordi, l'azienda non ha ripristinato il pagamento. La Corte di Cassazione ha confermato il diritto dei lavoratori alla pausa retribuita, stabilendo che gli accordi erano solo una deroga temporanea. La Corte ha chiarito che il pagamento della pausa prima degli accordi era prova sufficiente a dimostrare che il diritto era fondato sul contratto collettivo nazionale, e che tale diritto è tornato in vigore automaticamente alla scadenza degli accordi stessi.
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Straordinario Dirigente Medico: No a prassi aziendale
Un dirigente medico ha richiesto il pagamento di un ingente monte ore di straordinario, basandosi su una prassi aziendale. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che nel pubblico impiego lo straordinario dirigente medico non può essere riconosciuto sulla base di prassi. La retribuzione è strettamente vincolata ai contratti collettivi e non può derogare in melius, a differenza del settore privato.
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