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Pecuniaria

16 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Con il termine pena pecuniaria si fa riferimento ad una pena consistente nell'imposizione dell'obbligo di pagare una somma di denaro alla pubblica amministrazione. Si tratta di un tipo di pena frequentemente utilizzato negli ordinamenti contemporanei, anche se tende ad essere comminata per i reati meno gravi o, per quelli più gravi, in aggiunta alla pena detentiva. In certi ordinamenti analoghe sanzioni possono essere inflitte anche dall'autorità amministrativa (è il caso delle sanzioni amministrative pecuniarie dell'ordinamento italiano). Le pene pecuniarie si differenziano dalla confisca perché questa non ha ad oggetto una somma di denaro ma beni specifici, la cui proprietà è acquisita dalla pubblica amministrazione. Si differenziano, inoltre, dal risarcimento per equivalente perché questo è pagato a chi ha subito il danno e finalizzato a reintegrare il medesimo, mentre la pena pecuniaria è finalizzata, come tutte le pene, all'afflizione del trasgressore ed è pagata alla pubblica amministrazione. Le pene pecuniarie presentano il problema della diversa incidenza secondo la ricchezza del condannato, attenuando il loro effetto afflittivo al crescere della stessa. Per ovviare a questo problema, vari ordinamenti attribuiscono al giudice il potere di adeguare l'importo da pagare al reddito del condannato. Un sistema più sofisticato è quello delle quote giornaliere, adottato da alcuni ordinamenti (Germania, Svezia, Danimarca, Finlandia, Svizzera, Messico ecc.): la pena non è espressa in unità monetarie ma in giorni (o unità) e l'importo da pagare è determinato moltiplicando i giorni (o le unità) inflitti per il reddito medio giornaliero del condannato. Analoghe considerazioni hanno indotto certi ordinamenti, tra cui quello italiano, ad abbandonare o, quantomeno, attenuare la regola secondo la quale, in caso di mancato pagamento della pena pecuniaria, la stessa si converte in pena detentiva, in ragione di un giorno di detenzione per un dato importo. Il Codice penale italiano vigente, come già quello del 1865 e il Codice Zanardelli del 1889, prevede due pene pecuniarie: l'ammenda, inflitta a chi ha commesso una contravvenzione (art. 26); la multa, inflitta a chi ha commesso un delitto (art. 24). Altri ordinamenti usano, invece, il termine multa (come in Spagna, Portogallo ed altri paesi di lingua spagnola e portoghese) o ammenda (come in Francia, Belgio ed altri paesi francofoni) per designare la pena pecuniaria in generale. Del resto anche in Italia il termine multa, nel linguaggio corrente, viene impropriamente utilizzato per designare una generica sanzione pecuniaria, penale o amministrativa.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Occupazione abusiva di immobile: querela valida anche dal proprietario
Una donna è stata condannata per l'occupazione abusiva di immobile sottoposto a pignoramento. La difesa ha sostenuto che la querela fosse invalida perché presentata dal proprietario e non dal creditore che aveva avviato l'esecuzione immobiliare. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che, in caso di pignoramento, sia il proprietario (che mantiene la titolarità del bene fino alla vendita) sia il creditore procedente hanno il diritto di presentare querela. Entrambi subiscono infatti una lesione dei propri diritti a causa dell'occupazione illecita. Di conseguenza, la condanna dell'occupante è stata confermata, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso personale in Cassazione: il fai da te costa tremila euro
L'Imputata, condannata in appello per il reato di truffa a quattro mesi di reclusione, ha presentato autonomamente un ricorso alla Suprema Corte. L'atto conteneva la sola intenzione di impugnare la sentenza, riservando i motivi al difensore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso personale in Cassazione non è più consentito dalla legge, la quale impone la firma di un difensore abilitato. Inoltre, l'atto era privo delle motivazioni specifiche richieste. Di conseguenza, l'Imputata ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: quando non basta la vicinanza temporale
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di riconoscimento del reato continuato per un condannato che aveva accumulato diverse sentenze definitive. Il giudice dell'esecuzione ha stabilito che la commissione di molteplici reati, sebbene vicini nel tempo e simili per tipologia, non derivava da un unico progetto preventivo, bensì da una generica inclinazione a delinquere o da bisogni contingenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione sulla natura unitaria del disegno criminoso spetta al giudice di merito e non può essere oggetto di una nuova analisi in sede di legittimità se la motivazione originale è logica e coerente.
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Bancarotta semplice documentale e tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di bancarotta semplice documentale a carico di un imprenditore. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi presentati erano generici o proposti per la prima volta in sede di legittimità. In particolare, la Suprema Corte ha chiarito che l'omessa tenuta della contabilità impedisce il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, data la gravità della condotta gestionale.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: i limiti del ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso relativo al reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Il ricorrente ha presentato motivi generici che non contestavano efficacemente la presenza di più persone al momento del fatto, elemento necessario per la configurazione del reato. Inoltre, la richiesta di pene sostitutive non era stata avanzata nel precedente grado di giudizio, rendendo il motivo non proponibile in sede di legittimità.
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Rito abbreviato: riduzione obbligatoria della multa
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per furto in abitazione, il quale lamentava un travisamento della prova e l'omessa riduzione della pena pecuniaria derivante dalla scelta del rito abbreviato. Sebbene la Corte abbia confermato la responsabilità penale basata su riprese video e testimonianze dirette della polizia, ha accolto la doglianza relativa al calcolo della sanzione. Il giudice di merito aveva infatti applicato lo sconto di pena solo alla reclusione, dimenticando la multa. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza limitatamente alla pena pecuniaria, rideterminandola correttamente.
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Reato continuato: i limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per detenzione di stupefacenti. Il ricorrente contestava il mancato proscioglimento e la negata applicazione del **reato continuato** con una precedente condanna. La Suprema Corte ha stabilito che la rinuncia ai motivi di appello sulla responsabilità preclude il proscioglimento d'ufficio e che la valutazione sull'assenza di un medesimo disegno criminoso, se motivata, non è sindacabile in sede di legittimità.
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Pena pecuniaria: sospensione e affidamento in prova
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che aveva negato la sospensione di una **pena pecuniaria** a un soggetto in affidamento in prova. Il Tribunale aveva erroneamente dichiarato la propria incompetenza e la mancanza di interesse del ricorrente. La Suprema Corte ha stabilito che il Tribunale di Sorveglianza è l'unico organo competente a decidere sulla sospensione cautelare della multa, poiché è lo stesso organo che dovrà valutarne l'estinzione finale. Inoltre, l'interesse del condannato sorge nel momento in cui riceve la cartella esattoriale, non dovendo attendere la fine del periodo di prova.
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Misure sostitutive: quando il giudice può negarle
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego delle **misure sostitutive** per un imputato condannato per falsa attestazione a pubblico ufficiale. Nonostante la richiesta di conversione della pena detentiva in sanzione pecuniaria o lavoro di pubblica utilità, i giudici hanno ritenuto legittimo il rigetto basato sulla recidiva reiterata e sulla prognosi sfavorevole di non reiterazione dei reati. La sentenza chiarisce che il giudice non deve analizzare ogni singolo parametro dell'art. 133 c.p. se la personalità del reo appare già chiaramente incompatibile con i benefici richiesti.
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Pena pecuniaria: sospensione in affidamento in prova
La Corte di Cassazione ha stabilito che è legittima la sospensione cautelare della **pena pecuniaria** per i soggetti ammessi all'affidamento in prova ai servizi sociali. Il caso nasce dal rigetto di un'istanza di sospensione di una cartella esattoriale da parte di un Tribunale di Sorveglianza, motivato dall'assenza di una norma specifica. La Suprema Corte ha invece chiarito che, se la prova è già in corso e sussiste una prognosi favorevole sul recupero del condannato in difficoltà economica, il giudice ha il potere di sospendere la riscossione per salvaguardare la finalità rieducativa della misura.
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Giudice dell’esecuzione: chi decide sulle pene?
La Corte di Cassazione ha risolto un conflitto negativo di competenza tra un Tribunale e una Corte d'Appello in merito a un'istanza di estinzione di una pena pecuniaria. Il fulcro della questione riguardava l'individuazione del corretto Giudice dell'esecuzione in presenza di molteplici titoli di condanna. La Suprema Corte ha stabilito che la competenza spetta al giudice che ha emesso l'ultimo provvedimento divenuto irrevocabile, applicando rigorosamente il principio dell'unitarietà dell'esecuzione previsto dall'art. 665 c.p.p., identificando nella Corte d'Appello l'organo legittimato a decidere.
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Rescissione del giudicato: i termini del ricorso
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della rescissione del giudicato in relazione al termine di trenta giorni per la presentazione del ricorso. Il caso riguardava un cittadino straniero condannato in assenza, il quale aveva ricevuto una cartella esattoriale per il pagamento di una pena pecuniaria. La Corte d'Appello aveva ritenuto che il termine per impugnare decorresse dalla notifica della cartella. Tuttavia, la Suprema Corte ha ribaltato tale decisione, stabilendo che una cartella di pagamento generica, che non specifica la natura penale del provvedimento, non garantisce la conoscenza effettiva del procedimento. Pertanto, il termine decorre solo dal momento in cui l'interessato acquisisce certezza sull'esistenza del processo penale a suo carico.
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Recidiva reiterata: criteri di applicazione penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per detenzione illecita di stupefacenti, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. Il punto centrale della controversia riguarda l'applicazione della recidiva reiterata, che il giudice di merito ha correttamente motivato basandosi sulla pericolosità sociale del soggetto. Tale pericolosità è stata desunta dalla presenza di precedenti penali specifici e recenti, che indicano una chiara propensione a delinquere. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione della recidiva non è un mero automatismo formale, ma richiede un'analisi concreta della condotta e della personalità del reo.
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Inammissibilità del ricorso: motivi caotici e rigetto
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso presentato da un imputato condannato per violazione della normativa sugli stupefacenti. Il ricorrente contestava la mancata riqualificazione del fatto come lieve entità e il calcolo della pena, ma l'esposizione dei motivi è stata giudicata caotica e disordinata. Tale carenza strutturale ha impedito alla Corte di inquadrare le doglianze nei vizi di legittimità previsti dal codice di procedura penale. La decisione ha comportato la condanna al pagamento delle spese e di una sanzione di 3.000 euro a favore della Cassa delle ammende.
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Furto energia elettrica: appello inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per furto energia elettrica. La Corte ha ritenuto l'appello manifestamente infondato, poiché la responsabilità era stata provata dalle verifiche di un tecnico e la valutazione delle attenuanti era insindacabile in sede di legittimità. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso inammissibile: quando l’appello è generico
La Corte di Cassazione dichiara un ricorso inammissibile avverso una condanna per furto aggravato di acqua. La decisione si fonda sulla genericità dei motivi di appello, che non contenevano una critica specifica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria, confermando il principio che i ricorsi devono essere argomentati in modo puntuale e non generico.
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