Una lavoratrice ha inviato una lettera di sfogo al proprio datore di lavoro, esprimendo lamentele generiche con toni confusi e senza identificare chiaramente i soggetti criticati. Due colleghi hanno ritenuto leso il proprio onore e si sono costituiti parte civile per ottenere la condanna per reato di diffamazione. La Corte d'Appello ha assolto l'autrice della missiva, accertando l'assenza di destinatari individuabili e la totale mancanza di volontà di divulgare le accuse a terzi. I querelanti hanno impugnato l'assoluzione dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la ricostruzione dei fatti operata dal giudice di merito. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende, confermando definitivamente la piena assoluzione della dipendente.
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