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Misura Custodiale

87 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un provvedimento del giudice che limita la libertà di una persona (come la detenzione in carcere) prima della condanna definitiva, per evitare che possa fuggire, inquinare le prove o commettere altri reati.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Riparazione per ingiusta detenzione: limiti al ricorso
Un indagato sottoposto agli arresti domiciliari ottiene la sostituzione della misura cautelare con il solo obbligo di dimora. Il difensore impugna comunque il provvedimento originario davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo l'inutilizzabilità delle prove per decorrenza dei termini di indagine. La difesa afferma che l'interesse all'impugnazione rimane vivo per richiedere la riparazione per ingiusta detenzione. I giudici di legittimità dichiarano il ricorso inammissibile. La legge stabilisce che la misura custodiale cessata rende il ricorso inutile, salvo un espresso mandato per l'indennizzo. L'intenzione di chiedere l'indennizzo costituisce un atto personale dell'imputato e non può basarsi su una semplice deduzione del difensore privo di procura speciale specifica.
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Estradizione e pericolo di fuga: no al carcere senza prove reali
Un cittadino straniero subisce l'arresto in Italia a seguito di un mandato di cattura internazionale emesso dal proprio Paese d'origine per una condanna per furto. La Corte di Appello convalida il fermo e dispone la custodia cautelare in carcere basandosi unicamente sulla gravità del reato e sulla presunta brevità della sua permanenza sul territorio italiano. La difesa impugna il provvedimento dimostrando che l'uomo risiede stabilmente in Italia da quattro anni, è sposato con una cittadina italiana e lavora con contratto a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, evidenziando che nel tema di estradizione e pericolo di fuga i giudici devono provare il reale rischio di allontanamento attraverso elementi concreti. I giudici supremi annullano l'ordinanza senza rinvio e ordinano l'immediata liberazione dell'uomo.
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Misure cautelari: niente retrodatazione tra arresti e firma
L'Indagato, sottoposto a indagine per aver appiccato il fuoco a rifiuti abbandonati in una discarica abusiva, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La difesa sosteneva l'avvenuta scadenza dei termini massimi di efficacia tramite l'istituto della retrodatazione delle misure cautelari, collegando l'ordinanza a una precedente misura di arresti domiciliari successivamente attenuata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che il meccanismo della retrodatazione non si applica quando i provvedimenti genetici dispongono misure di natura eterogenea, ossia una custodiale e una non detentiva, rendendo irrilevanti le successive modifiche o sostituzioni.
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Particolare tenuità del fatto esclusa con arma finta
Un imputato, sottoposto a misura custodiale, ha ottenuto il permesso di spostarsi da una città all'altra lungo un tragitto autorizzato. L'uomo ha violato le prescrizioni ed è stato fermato in un'altra località in compagnia di un terzo, portando con sé una pistola giocattolo priva del prescritto tappo rosso. Il soggetto ha proposto ricorso chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto per evitare la condanna. I giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La condotta non presenta un disvalore minimo: l'evasione dalle prescrizioni e il possesso di un'arma scenica modificata dimostrano una concreta pericolosità. L'uomo ha subito la condanna definitiva e il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Pericolo di reiterazione del reato: carcere confermato
Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione per delinquere, riciclaggio e ricettazione. La difesa ha contestato l'ordinanza sostenendo l'assenza di attualità dei fatti, risalenti ad anni precedenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il pericolo di reiterazione del reato sussiste quando emergono elementi reali che dimostrano un'alta probabilità di ricaduta criminale. Nel caso di specie, il soggetto ha continuato a compiere reati anche dopo il primo arresto, dimostrando una spiccata pericolosità sociale e l'inadeguatezza di misure meno severe.
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Pericolo di reiterazione del reato: il tempo non evita il carcere
Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione a delinquere, riciclaggio e ricettazione. La difesa ha impugnato la decisione sostenendo che il pericolo di reiterazione del reato non fosse né attuale né concreto a causa del tempo trascorso dai primi fatti contestati. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno ribadito che il pericolo di recidiva è attuale quando sussiste una probabilità non lontana nel tempo di nuove condotte criminose, senza la necessità di un'imminenza assoluta. I precedenti penali e la commissione di nuovi reati successivi al primo arresto provano la persistente pericolosità sociale del soggetto, rendendo il carcere l'unica misura idonea.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: i limiti
I giudici hanno applicato la custodia cautelare a L'Indagato per i reati di coltivazione e spaccio di droga, contestando anche l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'Indagato ha impugnato il provvedimento sostenendo la mancanza di un vincolo criminale stabile e strutturato. La Corte di Cassazione ha confermato i gravi indizi per i singoli episodi di coltivazione e cessione, ma ha annullato la decisione sul delitto associativo. La Suprema Corte ha chiarito che la commissione ripetuta di reati di spaccio o la fornitura continuativa a un coindagato non dimostrano automaticamente l'esistenza di una struttura organizzata con ruoli di vertice e un programma condiviso.
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Ingiusta detenzione: 4 anni di carcere senza indennizzo
Un indagato ha trascorso quattro anni in custodia cautelare per reati di droga e associazione a delinquere. I giudici hanno dichiarato l'improcedibilità per l'associazione a causa di un precedente giudicato. La Cassazione ha poi annullato la condanna per i singoli episodi di spaccio per genericità dell'accusa, trasmettendo gli atti alla Procura. L'uomo ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione. I magistrati hanno rigettato l'istanza e la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il divieto di doppio giudizio riguardava solo l'associazione e non i singoli reati. Mancando una sentenza definitiva di proscioglimento per tutti i reati contestati, la domanda indennitaria risulta del tutto prematura.
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Incompatibilità con il regime carcerario: rifiuta le cure
Il Tribunale ha respinto la richiesta di un detenuto di sostituire la custodia in carcere con gli arresti domiciliari per motivi di salute, disponendo però il ricovero temporaneo in ospedale per accertamenti. Il detenuto ha abbandonato volontariamente l'ospedale per intolleranza al regime di ricovero, rientrando in carcere. Nel frattempo, ha presentato una nuova istanza analoga, anch'essa respinta e impugnata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse. La condotta del ricorrente e la pendenza di un nuovo giudizio sulla stessa questione medica escludono la necessità di decidere sul vecchio provvedimento. La Corte ha confermato la rilevanza del tema dell'incompatibilità con il regime carcerario, ma ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Deposito impugnazione tramite PEC: l’indirizzo errato è fatale
Il Tribunale di Napoli ha dichiarato inammissibile la richiesta di riesame presentata dall'Indagato contro la custodia in carcere per contrabbando. Il difensore ha effettuato il deposito impugnazione tramite PEC inviando l'atto a un indirizzo non abilitato alla ricezione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che l'invio a una casella PEC diversa da quella specificamente indicata dal Ministero della Giustizia comporta l'inammissibilità del ricorso. L'Indagato perde il ricorso, resta in carcere e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia cautelare in carcere. L'uomo è accusato di far parte di un'organizzazione criminale attiva a Gioia Tauro. L'accusa principale riguarda il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava la gravità degli indizi, ritenendo le prove frammentarie. Tuttavia, i giudici hanno valorizzato una conversazione intercettata tra l'indagato e il capo del gruppo criminale. Nel colloquio si pianificava il trasporto di trenta chili di cannabis in Sicilia. Questo elemento dimostra un ruolo stabile e strategico all'interno del sodalizio. La Cassazione ha confermato la misura del carcere per l'elevato rischio di recidiva e l'inadeguatezza di misure meno severe.
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Arma in eredità ma scatta il braccialetto elettronico
Un uomo, indagato per ricettazione e detenzione di un fucile con matricola abrasa, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la misura cautelare degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva che l'arma fosse una vecchia eredità paterna e contestava l'attendibilità di un testimone che riferiva di precedenti minacce armate. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimità della misura più severa: i filmati di videosorveglianza hanno provato che l'indagato girava armato in pubblico, dimostrando una spiccata pericolosità sociale e l'effettiva disponibilità di armi da fuoco. Di conseguenza, l'applicazione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico è stata ritenuta pienamente giustificata per arginare il concreto pericolo di recidiva.
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Associazione di tipo mafioso: la Cassazione blinda la custodia
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro l'ordinanza cautelare che ne confermava la custodia in carcere. L'accusa ipotizza la partecipazione a un'associazione di tipo mafioso operante sul territorio, strutturata in una 'cupola' per gestire droga, estorsioni e scommesse. La difesa contestava la data di nascita del clan e l'uso di verbali di coindagati. La Suprema Corte ha ritenuto logica la ricostruzione dei giudici di merito, basata su intercettazioni di un summit criminale e sulle confessioni dei complici, regolarmente acquisite. Di conseguenza, la misura cautelare resta confermata e l'indagato deve pagare le spese processuali.
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Concorso in corruzione: l’intermediario risponde del reato
Un funzionario di polizia è stato accusato di concorso in corruzione per aver aiutato un avvocato a corrompere un magistrato. L'accordo prevedeva che il magistrato asservisse le sue funzioni in cambio di pressioni politiche per fargli ottenere la nomina a Procuratore di Taranto. Il funzionario sosteneva di aver svolto solo un ruolo esecutivo successivo all'accordo e di non poter rispondere del reato. La Corte di Cassazione ha invece respinto il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che l'attività sistematica di intermediazione e collegamento tra i protagonisti dell'accordo configura a tutti gli effetti il concorso in corruzione, non trattandosi di una mera attività esecutiva marginale.
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Pericolo di reiterazione: il tempo silente non evita gli arresti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per reati di droga contro l'applicazione degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti contestati, pari a circa tre anni, escludesse l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha invece chiarito che il cosiddetto tempo silente non cancella automaticamente il pericolo di reiterazione. Nel caso di specie, la pericolosità del soggetto è stata confermata da un arresto e da una successiva condanna per un fatto analogo avvenuto successivamente. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Associazione a delinquere: ruolo di capo, ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un individuo accusato di avere un ruolo di vertice in una associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. L'indagato aveva impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere, sostenendo la mancanza di prove sul suo coinvolgimento e sull'esistenza stessa del sodalizio. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che il suo compito non è rivalutare le prove, come le intercettazioni, ma solo verificare la logicità della decisione del tribunale. Poiché la motivazione del giudice precedente era coerente nel descrivere il ruolo chiave dell'indagato nel mettere in contatto fornitori e membri del gruppo, la misura cautelare è stata confermata.
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Spaccia ai domiciliari: legittimo il diniego pena sostitutiva
Un uomo, già sottoposto a misura custodiale per reati di droga, viene trovato in possesso di oltre 2 kg di marijuana e hashish. Condannato a una pena detentiva, chiede di sostituirla con una sanzione pecuniaria. La Corte di Cassazione conferma il diniego della pena sostitutiva. Il principio stabilito è che, sebbene i precedenti penali da soli non bastino a negare il beneficio, commettere un reato analogo mentre si è già sottoposti a una misura restrittiva dimostra una totale inaffidabilità. Questa circostanza giustifica pienamente la previsione negativa del giudice e la scelta di mantenere la pena detentiva per prevenire futuri crimini.
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Da vittima a socio del clan: la partecipazione mafiosa confermata
Un imprenditore, accusato di usura, estorsione e truffa, contesta la misura cautelare per partecipazione ad associazione mafiosa. Sostiene di essere una vittima del clan, costretta ad agire per paura, e non un socio. La Corte di Cassazione, però, dichiara inammissibile il suo ricorso. Secondo i giudici, le prove dimostrano un suo ruolo attivo e un contributo concreto agli affari illeciti del gruppo. La sua condotta non era quella di una vittima, ma di un partecipe consapevole delle strategie criminali. La sua tesi viene respinta e la misura cautelare confermata.
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Spaccio di lieve entità: negato se la vendita è organizzata in casa
La Corte di Cassazione ha confermato gli arresti domiciliari per una donna che coadiuvava il marito nella gestione di una 'piazza di spaccio' dalla loro abitazione. I giudici hanno respinto la tesi difensiva che mirava a qualificare il fatto come spaccio di lieve entità. Secondo la Corte, la partecipazione a un'attività di vendita di droga strutturata e continuativa, con una clientela indeterminata e un'organizzazione stabile, esclude la possibilità di considerare il reato di lieve entità, a prescindere dal ruolo specifico ricoperto o dalla quantità della singola cessione. La valutazione deve basarsi sull'offensività complessiva della condotta e sulla sua capacità di inserirsi nel mercato.
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Lite commerciale o punizione del clan? Il caso di associazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere per un soggetto accusato di **partecipazione ad associazione mafiosa**. L'accusa si fondava su una violenta aggressione armata, che secondo la difesa era una semplice lite commerciale. I giudici hanno invece stabilito che le modalità dell'attacco, il coinvolgimento di figure di vertice del clan e il contesto generale dimostravano chiaramente che non si trattava di un fatto privato, ma di una spedizione punitiva eseguita con logiche mafiose. L'episodio è stato ritenuto un solido indizio della piena appartenenza dell'uomo al sodalizio criminale, giustificando così la detenzione.
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