Un editore televisivo viene accusato del reato di minaccia a pubblico ufficiale per aver promosso una massiccia campagna giornalistica critica, composta da oltre quattrocento servizi, contro il direttore generale di un'azienda sanitaria locale. Secondo l'accusa, l'obiettivo era costringere il dirigente a compiere favoritismi sul personale o a dimettersi. Il Tribunale annulla la misura cautelare applicata all'editore, ritenendo che i servizi televisivi riguardassero temi di forte interesse pubblico e non contenessero offese personali gratuite. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici sanciscono che una campagna di stampa, anche se faziosa o unilaterale, non costituisce minaccia se non scade nella denigrazione gratuita della persona e rientra nel legittimo esercizio del diritto di critica giornalistica.
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