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Metodo Mafioso — Anno 2023

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221 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Metodo Mafioso

Provvedimenti

Attenuante della dissociazione mafiosa: quando lo sconto sfuma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che richiedeva l'applicazione dell'attenuante della dissociazione mafiosa. I giudici di merito avevano negato lo sconto di pena evidenziando l'assenza, nel caso concreto, sia del metodo mafioso sia della finalità di agevolazione mafiosa. La Suprema Corte ha confermato che, sebbene non sia necessaria una formale contestazione dell'aggravante mafiosa per richiedere l'attenuante, devono comunque sussistere tutti i presupposti sostanziali della stessa. Poiché la difesa ha proposto solo censure generiche e ricostruzioni alternative dei fatti, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Metodo mafioso e finta terapia: la Cassazione conferma il carcere
Un uomo, in concorso con un esponente di un clan locale, ha aggredito violentemente la vittima con spray urticante e un tirapugni, minacciandola di non denunciare. Il Tribunale ha applicato la custodia in carcere, aggravata dal metodo mafioso e giustificata anche dall'evasione dai domiciliari per assumere metadone. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato l'aggravante del metodo mafioso, poiché l'aggressione pubblica e le minacce erano idonee a evocare la forza intimidatrice del clan. Inoltre, l'allontanamento non autorizzato dai domiciliari configura sempre il reato di evasione, indipendentemente dai motivi terapeutici addotti, legittimando l'aggravamento della misura cautelare in carcere.
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Estorsione aggravata: la Cassazione annulla la scarcerazione
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza con cui il Tribunale del Riesame aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'indagato aveva costretto il direttore di un villaggio turistico ad assumere soggetti vicini alla criminalità organizzata e ad affidare il servizio lavanderia a una specifica ditta. Il Tribunale aveva escluso i gravi indizi valorizzando solo una dichiarazione della vittima che parlava di semplici suggerimenti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, rilevando che il giudice del riesame ha omesso di valutare l'intero quadro indiziario, comprese le altre dichiarazioni della vittima sulle minacce subite e le intercettazioni telefoniche. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Aggravante del metodo mafioso: scatta anche senza un vero clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per un agguato armato volto a controllare il territorio. La difesa contestava l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso, sostenendo la mancanza di prove sull'esistenza di un vero e proprio clan. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del metodo mafioso non richiede la presenza di un'associazione criminale formalmente costituita. È sufficiente che la violenza o la minaccia siano attuate con modalità tipicamente intimidatorie, capaci di evocare la forza del vincolo mafioso per imporre la propria supremazia. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Metodo mafioso per motivi passionali: carcere confermato
Un esponente di un clan criminale ha ferito alle gambe un rivale in amore sparandogli in pieno giorno sulla pubblica via. Nonostante il movente passionale, la vittima e i testimoni hanno taciuto per paura di ritorsioni della cosca. La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'indagato, ritenendo pienamente configurabile l'aggravante del metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza in pubblico, unito al clima di omertà generato dalla fama criminale del clan, evoca la forza intimidatrice dell'associazione mafiosa. Il ricorso dell'indagato è stato dichiarato inammissibile, confermando la misura cautelare e condannandolo al pagamento delle spese processuali.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: condannato il messaggero
Il Tribunale ha confermato la misura cautelare della custodia in carcere per un soggetto accusato di aver fatto da intermediario in un'estorsione. L'indagato sosteneva di essere un semplice messaggero inconsapevole delle richieste dello zio. Tuttavia, le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato la sua piena consapevolezza e la partecipazione attiva alla riscossione del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la sussistenza dei gravi indizi per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Contestazione a catena: no alla scarcerazione per l’estorsore
L'Indagato, sottoposto a custodia in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un cittadino per ottenere i proventi di un appalto di rifiuti, ha impugnato l'ordinanza cautelare. La difesa ha invocato la contestazione a catena, chiedendo la retrodatazione dei termini di custodia cautelare a una precedente misura per associazione mafiosa, sostenendo che i termini fossero ormai scaduti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la questione della contestazione a catena non può essere sollevata in sede di riesame se i termini non sono già interamente scaduti al momento della nuova ordinanza. Inoltre, mancava la prova che i fatti fossero desumibili dagli atti del primo procedimento. L'Indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: dai domiciliari al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'imputato aveva costretto un datore di lavoro a versargli somme di denaro per prestazioni lavorative in nero svolte all'estero. Nonostante il periodo trascorso agli arresti domiciliari senza violazioni, la condanna in secondo grado ha rafforzato la presunzione di pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il rispetto formale delle prescrizioni domiciliari non basta a superare la presunzione di pericolosità derivante da reati di stampo mafioso, confermando così la massima misura restrittiva.
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Minaccia aggravata dal metodo mafioso: condannato l’avvocato
Un avvocato, superando i limiti del mandato difensivo, ha consegnato e letto alla stampa una lettera intimidatoria scritta insieme a un cliente affiliato alla criminalità organizzata. La missiva, indirizzata al Sindaco di una città, conteneva pesanti minacce per costringerlo alle dimissioni. Dopo un primo annullamento per l'uso di prove inutilizzabili, la Corte d'appello in sede di rinvio ha regolarmente riascoltato il collaboratore di giustizia, confermando la condanna. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del legale, confermando la configurabilità del reato di minaccia aggravata dal metodo mafioso. I giudici hanno stabilito che il giudice di rinvio ha il potere di rinnovare l'istruttoria per acquisire legalmente le prove precedentemente dichiarate inutilizzabili.
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Aggravante del metodo mafioso: la vendetta non è camorra
Quattro soggetti organizzano una spedizione punitiva armata per vendicare l'omicidio di un parente, sparando contro un conoscente del presunto responsabile. I giudici di merito li condannano per tentato omicidio con l'aggravante del metodo mafioso. La Corte di Cassazione accoglie i ricorsi limitatamente a tale aggravante, chiarendo che la vendetta familiare immediata e l'uso di armi di notte, senza testimoni, non bastano a dimostrare l'evocazione della forza intimidatrice tipica della criminalità organizzata. La sentenza viene annullata con rinvio per rideterminare la pena senza l'aggravante del metodo mafioso.
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Aggravante del metodo mafioso: condannati anche i complici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per lesioni e minacce aggravate. Il Primo Imputato contestava l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso, ma i giudici hanno confermato che l'azione intimidatoria ha richiamato le regole tipiche dei clan camorristici per il controllo del territorio. Il Complice contestava invece il concorso di persone nel reato e il mancato riconoscimento della minima importanza della sua condotta. La Suprema Corte ha ribadito che il suo contributo è stato rilevante e ha confermato il diniego delle attenuanti generiche. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: reato vecchio ma pericolo attuale
L'Indagato è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, commessa nel 2014 e, secondo l'accusa iniziale, anche tra il 2016 e il 2020. Il Tribunale del Riesame ha accertato che l'uomo ha partecipato solo all'episodio del 2014, ma ha comunque confermato la misura per l'intero periodo. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dell'indagato, disponendo l'annullamento senza rinvio della misura per i fatti successivi al 2014. Tuttavia, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'episodio del 2014: nonostante il tempo trascorso, la gravità del fatto, i legami familiari con il clan mafioso che ha continuato l'estorsione e i gravi precedenti penali del soggetto dimostrano l'attualità del pericolo di reiterazione del reato.
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Tentata estorsione o vendetta? La Cassazione annulla la condanna
L'Imputato ha esploso colpi di pistola contro lo studio di un professionista che aveva acquistato all'asta l'appartamento della moglie. Accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, l'uomo è stato condannato nei primi gradi di giudizio. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna con rinvio. I giudici hanno stabilito che manca la prova del dolo specifico necessario per configurare la tentata estorsione, potendo l'atto configurarsi come semplice danneggiamento per ritorsione. Inoltre, l'aggravante del metodo mafioso è stata esclusa poiché l'azione è avvenuta di sera e a volto coperto, senza elementi che dimostrassero l'utilizzo della forza intimidatrice tipica della criminalità organizzata.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia in carcere per il reato di tentata estorsione continuata. L'indagato pretendeva il pagamento del pizzo da un commerciante, minacciando di incendiare il locale. I giudici hanno confermato la sussistenza dell'estorsione aggravata dal metodo mafioso, evidenziando il collegamento con l'associazione criminale operante sul territorio. La difesa non ha fornito elementi idonei a superare la doppia presunzione di pericolosità e adeguatezza della misura cautelare in carcere. Di conseguenza, l'indagato resta in carcere e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Scambio elettorale politico-mafioso: il patto tra voti e denaro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di tre imputati per associazione mafiosa e scambio elettorale politico-mafioso. La vicenda riguarda un accordo illecito stretto durante le elezioni regionali, in cui due degli imputati hanno promesso di convogliare voti a favore di un candidato politico in cambio di un'ingente somma di denaro. La difesa sosteneva la mancanza di prove sull'uso del metodo mafioso e la mancata consapevolezza del politico. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che per configurare il reato di scambio elettorale politico-mafioso è sufficiente che la caratura criminale del promittente sia nota e idonea a influenzare il voto, senza che sia necessaria la prova di un'esplicita intimidazione durante la campagna elettorale. Tutti i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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Tentata estorsione aggravata: il silenzio non salva il complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di tentata estorsione aggravata ai danni di una famiglia di imprenditori. La difesa sosteneva la tesi della mera presenza passiva dell'indagato. Tuttavia, i giudici hanno confermato la gravità degli indizi, evidenziando la sua partecipazione attiva a pedinamenti delle mogli delle vittime, la conoscenza di lettere minatorie contenenti proiettili e la presenza fisica a un incontro cruciale in cui si pretendeva il pagamento di centomila euro. La Suprema Corte ha confermato la sussistenza del metodo mafioso e l'elevato rischio di reiterazione del reato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione: quando farsi giustizia da soli diventa reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato accusato di tentata estorsione e lesioni aggravate. L'uomo sosteneva che la sua condotta, volta a recuperare un credito per conto di un conoscente, costituisse solo esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte ha chiarito che l'uso della violenza contro un terzo estraneo e la pretesa di ottenere la gestione di un'attività commerciale esorbitano da qualsiasi diritto tutelabile. Inoltre, è stata confermata l'aggravante del metodo mafioso, poiché l'imputato ha sfruttato la sua nota appartenenza a un clan locale per intimorire le vittime. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione aggravata: condanna anche senza minacce dirette
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due donne condannate per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Le imputate gestivano la riscossione di somme di denaro per conto di un familiare detenuto. La difesa sosteneva l'assenza di minacce dirette e la speciale tenuità del danno, dato che la vittima aveva versato solo duecento euro. I giudici hanno chiarito che per la configurazione del reato è sufficiente il concorso morale, manifestatosi nella gestione strategica dell'attività illecita. Inoltre, l'aggravante del metodo mafioso si estende ai complici per la natura oggettiva della condotta. Infine, l'attenuante del danno di speciale tenuità non è applicabile all'estorsione, trattandosi di un reato plurioffensivo che lede gravemente la libertà e la serenità della vittima, indipendentemente dall'esiguità della somma estorta.
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Estorsione aggravata in cantiere: condanna definitiva per il clan
Un professionista incaricato di dirigere dei lavori edilizi in un condominio viene costretto da due soggetti a pagare una tangente proporzionale al valore dell'appalto. La Corte d'appello condanna uno dei responsabili per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'imputato ricorre in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, l'effettiva dazione del denaro e l'aggravante mafiosa. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la condanna, evidenziando che le prove raccolte, tra cui osservazioni della polizia e intercettazioni, dimostrano la consumazione del reato e l'utilizzo della forza intimidatrice tipica dei clan locali, che ha spinto la vittima persino a mentire per paura di ritorsioni.
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Metodo mafioso: dire ‘amici di Napoli’ al citofono non basta
Tre soggetti sono stati condannati per tentata estorsione aggravata. Il Mandante aveva incaricato due Esecutori di recuperare un credito inesigibile da un Imprenditore. Gli Esecutori si erano presentati a casa della vittima dicendo al citofono di essere "amici di Napoli". I giudici di merito avevano applicato l'aggravante del metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha escluso tale aggravante, stabilendo che la semplice menzione di una provenienza geografica o l'uso dell'espressione "amici di Napoli" non bastano a configurare il metodo mafioso, mancando un reale potere intimidatorio legato a un clan. La Corte ha quindi ridotto le pene per tutti gli imputati.
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