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Lupara Bianca

7 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Espressione giornalistica utilizzata per indicare un omicidio di stampo mafioso in cui il corpo della vittima viene deliberatamente nascosto o distrutto per eliminarne ogni traccia e rendere più difficile l'accertamento del reato.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: omicidi e metodo mafioso
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di plurimi omicidi premeditati, distruzione di cadavere e minacce aggravate dal metodo mafioso. La difesa contestava la mancanza di riscontri oggettivi sui decessi delle vittime, mai ritrovate, e l'inattendibilità dei collaboratori di giustizia. I giudici hanno stabilito che le dichiarazioni convergenti e indipendenti dei pentiti, unite alle dinamiche territoriali di omertà e alla sparizione dei corpi, costituiscono un solido quadro indiziario che giustifica pienamente la massima misura restrittiva.
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Chiamata in correità: quando le accuse dei pentiti reggono
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre diciannove anni di reclusione per due individui ritenuti esecutori materiali di un omicidio con occultamento di cadavere, aggravato dal metodo mafioso. La vicenda trae origine dall'eliminazione di un affiliato, prelevato con l'inganno da un circolo, sottoposto a interrogatorio coercitivo e poi ucciso per sventare un presunto piano rivale. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, ribadendo che la chiamata in correità resa da molteplici collaboratori di giustizia è pienamente attendibile quando le dichiarazioni sono autonome, concordanti sul nucleo essenziale del fatto e riscontrate da elementi esterni obiettivi, come l'uso di specifici veicoli e le intercettazioni ambientali. Gli imputati dovranno pagare le spese processuali e la sanzione in favore della Cassa delle Ammende.
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Concorso morale nel reato: la presenza inerte che condanna
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per un duplice omicidio di camorra avvenuto nel 2007. I giudici hanno analizzato la responsabilità di diversi soggetti, tra cui mandanti, esecutori e complici. In particolare, è stata confermata la responsabilità per concorso morale nel reato di un imputato che, pur non avendo partecipato materialmente all'esecuzione o all'occultamento dei cadaveri, era presente sul luogo del delitto. La sua presenza programmata ha infatti rafforzato il proposito criminoso del gruppo (causalità psichica). La Corte ha inoltre negato le attenuanti generiche agli esecutori che avevano confessato tardivamente solo per scopi utilitaristici. I ricorsi sono stati rigettati o dichiarati inammissibili, rendendo definitive le condanne all'ergastolo e a lunghe pene detentive.
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Ingiusta Detenzione: Assolto da Omicidio ma Niente Risarcimento
Un uomo, assolto dall'accusa di concorso in un omicidio di mafia, ha chiesto un risarcimento per l'anno trascorso in carcere. La Corte di Cassazione ha negato la sua richiesta di riparazione per ingiusta detenzione. La decisione si fonda sul principio della 'colpa grave'. I giudici hanno stabilito che l'uomo, pur non essendo colpevole del delitto, ha contribuito in modo decisivo al proprio arresto. Le sue azioni, come consegnare la vittima a esponenti di un clan mafioso e fornire dichiarazioni reticenti, hanno creato un quadro indiziario così forte da rendere inevitabile la misura cautelare. Di conseguenza, la sua condotta gravemente imprudente gli ha precluso il diritto all'indennizzo.
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Ingiusta detenzione: vantarsi è colpa grave
Un uomo, assolto dall'accusa di associazione mafiosa dopo quattro anni di custodia cautelare, si vede negare la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ritenendo che le sue vanterie su presunti legami criminali, intercettate durante una conversazione privata, costituissero una colpa grave che ha contribuito a determinare il suo arresto, escludendo così il diritto al risarcimento.
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Autonoma valutazione GIP e custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per un omicidio di stampo mafioso, confermando la misura della custodia cautelare in carcere. La sentenza è cruciale per aver chiarito i criteri della cosiddetta autonoma valutazione del GIP, stabilendo che essa non viene meno se il giudice, pur recependo parti della richiesta del PM, dimostra di aver condotto una rielaborazione critica e consapevole degli elementi. La Corte ha inoltre ribadito la validità delle dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia e la persistenza delle esigenze cautelari nonostante il lungo tempo trascorso e lo stato di detenzione dell'indagato.
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Chiamata in correità: la Cassazione e la prova penale
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due imputati condannati all'ergastolo per omicidio pluriaggravato. Le condanne si basavano principalmente sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. La Corte ha ribadito che la chiamata in correità, per avere valore di prova, deve essere supportata da riscontri esterni che ne confermino l'attendibilità, anche se non devono essere prove autosufficienti. Le censure degli imputati, focalizzate su presunte contraddizioni tra i dichiaranti e sulla loro inattendibilità, sono state respinte in quanto le corti di merito avevano fornito una motivazione logica e coerente sulla convergenza del nucleo essenziale delle narrazioni accusatorie.
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