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Liberazione Anticipata — Anno 2023

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183 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Liberazione Anticipata

Provvedimenti

Liberazione anticipata: un nuovo reato cancella gli sconti di pena
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa del suo arresto per tentata rapina impropria e di un ritardo ingiustificato nel rientro a casa. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la commissione di un reato grave in un determinato periodo può annullare i benefici anche per i semestri precedenti. Questo accade perché un comportamento delittuoso dimostra la mancanza di una reale adesione al percorso di rieducazione, smentendo i progressi apparenti compiuti in precedenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: la salute non scusa le infrazioni
Il Condannato ha richiesto la liberazione anticipata per il periodo dal 2018 al 2022. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda a causa di ben sedici infrazioni disciplinari commesse in carcere. Il Condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le violazioni dipendessero dalle sue precarie condizioni di salute e che non avessero compromesso il suo percorso di rieducazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che l'elevato numero di sanzioni e la mancanza di un nesso chiaro tra lo stato di salute e le infrazioni giustificano il diniego del beneficio. Il Condannato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Liberazione anticipata: l’archiviazione penale cancella il diniego
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa di una grave infrazione disciplinare legata al possesso di manoscritti pericolosi in cella. Successivamente, il procedimento penale per gli stessi fatti veniva archiviato poiché i testi appartenevano in realtà al compagno di cella. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto, stabilendo che l'archiviazione costituisce un fatto nuovo idoneo a superare il precedente diniego. Il giudice di sorveglianza deve quindi rivalutare la condotta del detenuto alla luce dell'esito favorevole del procedimento penale.
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Citofono rotto e liberazione anticipata: negato lo sconto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un condannato per via di una contestata evasione avvenuta durante il semestre in valutazione. Il condannato si era giustificato adducendo il guasto del citofono di casa, ma non aveva risposto nemmeno al telefono cellulare durante i controlli. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condannato, confermando che la valutazione sulla liberazione anticipata spetta autonomamente al giudice di sorveglianza. La condotta inerte del soggetto, che non ha agevolato i controlli né segnalato il guasto, dimostra la mancanza di un sincero sforzo di partecipazione al percorso di rieducazione, rendendo legittimo il diniego del beneficio.
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Liberazione anticipata: no al diniego se il cellulare è altrui
Il Tribunale di sorveglianza negava la liberazione anticipata a un detenuto poiché nella sua cella condivisa era stato trovato un telefono cellulare. Nonostante un altro detenuto si fosse assunto l'intera responsabilità del possesso, i giudici consideravano il silenzio del ricorrente come prova di mancata rieducazione. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che il diniego della liberazione anticipata non può fondarsi sulla mancata denuncia di illeciti commessi da altri. Il detenuto non ha infatti alcun obbligo giuridico di impedire l'evento o denunciare i compagni di cella. Il caso torna ora al Tribunale di sorveglianza per una nuova valutazione.
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Liberazione anticipata: reati successivi negano lo sconto di pena
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per alcuni semestri di pena a causa di condotte illecite successive (evasione e violazione della disciplina sugli stupefacenti), sebbene non ancora accertate con sentenza definitiva. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che tali condotte non potessero influenzare retroattivamente i semestri precedenti in cui aveva mantenuto un comportamento corretto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il comportamento negativo successivo può legittimamente escludere il beneficio anche per i periodi precedenti, poiché dimostra la mancata reale adesione al percorso rieducativo. Inoltre, il giudice di sorveglianza può valutare autonomamente fatti costituenti reato anche prima della condanna definitiva.
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Liberazione anticipata: no al diniego automatico per nuove denunce
Il Tribunale di sorveglianza nega la liberazione anticipata a un condannato agli arresti domiciliari a causa di due pendenze penali per diffamazione e minacce, ritenute sintomatiche di una mancata rieducazione. Il condannato ricorre in Cassazione eccependo che il procedimento per diffamazione si era concluso con remissione di querela dopo scuse e risarcimento, e che il giudice non aveva valutato le prove difensive, come le dichiarazioni della madre. La Cassazione accoglie il ricorso: in tema di liberazione anticipata, specie per chi espia la pena ai domiciliari, il giudice deve compiere una valutazione globale e concreta della condotta del soggetto, senza automatismi, esaminando tutti gli elementi allegati dalla difesa. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Nomina difensore di fiducia tardiva: nessun rinvio dell’udienza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il rigetto della liberazione anticipata. Il ricorrente lamentava la mancata notifica dell'udienza al proprio legale, ma la Corte ha chiarito che la nomina difensore di fiducia era avvenuta successivamente alla regolare notifica del decreto di fissazione dell'udienza al detenuto e al difensore d'ufficio. Di conseguenza, il nuovo avvocato non aveva diritto a ricevere un ulteriore avviso di convocazione. Anche la censura sull'omesso esame di una memoria difensiva è stata ritenuta generica e quindi inammissibile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata negata al boss: la buona condotta non basta
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto condannato per associazione mafiosa, evidenziando il suo ruolo di vertice e la mancanza di segnali di dissociazione. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la datazione della fine della sua condotta criminosa. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso: pur correggendo un errore tecnico del Tribunale sulla formula temporale del reato permanente, ha confermato il diniego del beneficio. La liberazione anticipata richiede infatti una partecipazione attiva e concreta al percorso di rieducazione, che non può esaurirsi nella semplice buona condotta in carcere, specie in presenza di indici di persistente pericolosità sociale e di una recente misura di prevenzione.
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Liberazione anticipata negata: la condotta passiva non basta
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto a causa di numerose sanzioni e rapporti disciplinari accumulati in diversi istituti penitenziari. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una mancata valutazione approfondita della gravità delle singole infrazioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la liberazione anticipata non spetta automaticamente per la semplice condotta passiva, ma richiede una partecipazione attiva e costante al percorso di rieducazione. La presenza di ripetuti illeciti disciplinari esclude tale partecipazione positiva, rendendo legittimo il diniego del beneficio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata: no al diniego automatico per i mafiosi
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la liberazione anticipata a un detenuto condannato per associazione mafiosa, basandosi sulla relazione della Direzione Distrettuale Antimafia che evidenziava il suo ruolo passato nel clan e la mancanza di collaborazione con la giustizia. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la mancata collaborazione non può essere l'unico motivo per negare la liberazione anticipata. In caso di detenzione prolungata e ininterrotta, per negare il beneficio occorre dimostrare che il detenuto abbia fornito un contributo concreto e attuale alla vita del clan dall'interno del carcere. La Cassazione ha quindi rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame.
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Cellulare in cella: niente liberazione anticipata per il detenuto
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di liberazione anticipata per un detenuto. La decisione scaturisce dal ritrovamento di un telefono cellulare all'interno della cella condivisa con un altro ristretto, infrazione che ha comportato una sanzione disciplinare di sette giorni di esclusione dalle attività comuni. I giudici hanno stabilito che tale condotta illecita, pur se estemporanea, dimostra la carenza di effetti positivi del percorso rieducativo e la persistenza di logiche devianti. Di conseguenza, la valutazione negativa si estende anche ai semestri di detenzione precedenti. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché volto a ridiscutere valutazioni di fatto già correttamente esaminate dai giudici di merito, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cellulare ingerito in cella: addio alla liberazione anticipata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il rigetto della sua richiesta di liberazione anticipata. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il beneficio a causa del possesso di un telefono cellulare, che il detenuto aveva persino ingoiato durante un trasferimento. Per i giudici, questo comportamento, unito alla gravità del reato di omicidio in espiazione, dimostra un tentativo di esercitare potere all'interno del carcere. Di conseguenza, la sua partecipazione al percorso rieducativo è stata ritenuta solo formale, escludendo lo sconto di pena anche per i periodi precedenti. La Cassazione ha confermato questa decisione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata negata se il legame con il clan resta attivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il diniego della liberazione anticipata. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta a causa dei persistenti legami del soggetto con un'associazione mafiosa dedita al narcotraffico. La Direzione Distrettuale Antimafia ha confermato il ruolo attivo del ricorrente nel fornire supporto logistico al clan. Secondo i giudici, la vicinanza a un gruppo criminale ancora operativo esclude un reale percorso di recupero sociale e di allontanamento dall'ambiente delinquenziale. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il rigetto del beneficio, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata negata: pesano le nuove accuse di reato
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della liberazione anticipata nei confronti di un detenuto. Durante il periodo di semilibertà, l'uomo è stato arrestato per traffico di stupefacenti, reato contestato come permanente a partire dal 2018. Il Tribunale di Sorveglianza ha ritenuto che tale pendenza penale, pur in assenza di una condanna definitiva, dimostrasse la mancata adesione al percorso rieducativo, escludendo così il beneficio anche per il semestre precedente privo di sanzioni disciplinari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la condotta del detenuto può essere valutata globalmente e che i fatti di reato successivi possono riflettersi negativamente sui periodi passati, senza che ciò violi il principio della presunzione di innocenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata negata: la violenza cancella il riscatto
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per il periodo tra il 2012 e il 2017. La decisione si fonda su due gravi sanzioni disciplinari: un'aggressione fisica ai danni di un compagno di cella nel 2013 e gravi insulti rivolti a una collaboratrice di giustizia durante un'udienza nel 2016. Secondo i giudici, tali episodi dimostrano che l'adesione al percorso rieducativo è stata solo formale e non sostanziale, giustificando il diniego del beneficio anche per i semestri intermedi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del detenuto, confermando che la valutazione complessiva della condotta è stata logica e motivata, e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Incidente di esecuzione: la Cassazione blocca i calcoli errati
Il Condannato ha proposto un incidente di esecuzione contestando il calcolo della pena residua effettuato dalla Procura. In particolare, lamentava il mancato scomputo del periodo di custodia cautelare subito (presofferto) e un errore nel calcolo della liberazione anticipata all'interno del cumulo di pene. Il Giudice dell'esecuzione aveva rigettato la richiesta senza esaminare nel dettaglio tutte le contestazioni, tra cui la datazione di un reato associativo continuato e l'impatto di una sentenza costituzionale sulla riduzione di una pena per droga. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, annullando il provvedimento. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice ha l'obbligo di rispondere in modo completo e coerente a tutte le istanze sollevate dalla difesa, ordinando un nuovo esame del caso.
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Liberazione anticipata: una denuncia blocca lo sconto di pena
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un condannato in affidamento in prova a causa di una denuncia per violazione della legge sugli stupefacenti ricevuta durante un controllo dei Carabinieri. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un travisamento delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché il ricorrente richiedeva una rivalutazione dei fatti non consentita nel giudizio di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Fungibilità della pena: nessun bonus per reati successivi
Il Condannato ha richiesto la detrazione di 180 giorni di liberazione anticipata, maturati durante l'espiazione di una precedente condanna, dalla pena ancora da scontare per un secondo reato. I due reati erano stati uniti sotto il vincolo della continuazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il diniego della Corte d'Appello. I giudici hanno chiarito che la fungibilità della pena non può operare se il secondo reato è stato commesso dopo l'espiazione della prima pena. Ammettere lo scomputo violerebbe l'articolo 657, comma 4, c.p.p., che vieta di utilizzare periodi di detenzione antecedenti alla commissione del reato. Questo principio serve a evitare la creazione di crediti di pena che potrebbero incentivare la commissione di nuovi reati.
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Liberazione anticipata: nuovi reati cancellano gli sconti di pena
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto poiché, durante e subito dopo i semestri in valutazione, lo stesso ha commesso nuovi reati e tenuto una condotta irregolare. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la valutazione del comportamento debba avvenire rigidamente per singoli semestri, senza che una violazione possa influenzare i periodi precedenti o successivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il principio della valutazione frazionata non impedisce di considerare una condotta negativa complessiva se questa dimostra il rifiuto del percorso di rieducazione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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