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Intraneità

55 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

L'inserimento stabile, organico e funzionale di un soggetto all'interno di un'organizzazione criminale.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Partecipazione ad associazione mafiosa: carcere e prova vaga
Il Tribunale della Libertà confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa, narcotraffico e acquisto di sostanze stupefacenti. L'indagato ricorreva in Cassazione lamentando l'assenza di prove concrete sul suo ruolo associativo e la genericità dell'accusa sul singolo episodio di compravendita di droga. La Corte di Cassazione ha confermato i gravi indizi relativi al delitto di partecipazione ad associazione mafiosa e al traffico di stupefacenti, evidenziando la piena messa a disposizione del soggetto per le attività del sodalizio. Al contempo, i giudici hanno annullato l'ordinanza limitatamente al singolo acquisto di stupefacenti: l'accusa non specificava tipo e quantità della sostanza in assenza di sequestro. L'indagato resta in custodia cautelare, ma il Tribunale del riesame dovrà rivalutare l'accusa sul singolo reato di droga.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e reato unico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due imputati accusati del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e dell'importazione di 415 chilogrammi di marijuana. I ricorrenti sostenevano di aver svolto solo un trasporto isolato con mezzi di fortuna, chiedendo l'esclusione del vincolo associativo e la concessione delle attenuanti per via delle confessioni rese. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibili i ricorsi. Anche la commissione di un solo reato dimostra la partecipazione al gruppo criminale se l'agente impiega le risorse del sodalizio e ricopre un ruolo operativo continuativo. La confessione tardiva e parziale non obbliga il giudice a concedere sconti di pena, soprattutto a fronte della gravità del reato e della latitanza degli imputati.
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Concorso in estorsione: il confine tra complicità e solidarietà
Un commerciante subisce l'incendio del proprio negozio e si rivolge a un conoscente per mediare con la criminalità locale e ottenere il permesso di riaprire. Il Mediatore interviene riportando le pesanti condizioni economiche imposte dagli estorsori. I giudici di merito dispongono la custodia cautelare per il Mediatore, ritenendo la sua attività prova di appartenenza alla cosca e di concorso in estorsione. La Cassazione annulla l'ordinanza con rinvio. La Corte stabilisce che l'attività di intermediazione non costituisce concorso in estorsione se mossa da sola solidarietà verso la vittima e senza volontà di favorire l'estorsore. Inoltre, l'appartenenza a un'associazione mafiosa non può fondarsi su semplici congetture presentate come regole di comune esperienza.
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Associazione di tipo mafioso: quando il corriere è affiliato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione di tipo mafioso nei confronti di due soggetti che gestivano la trasmissione dei messaggi riservati (pizzini) per conto del capo latitante di un noto sodalizio criminale. Un terzo soggetto è stato condannato per favoreggiamento aggravato per aver facilitato gli incontri tra gli associati. La difesa sosteneva che il ruolo di corriere o di intermediario logistico non dimostrasse l'effettiva appartenenza all'organizzazione. La Suprema Corte ha invece stabilito che la gestione sistematica delle comunicazioni riservate dei vertici mafiosi costituisce una prova evidente di intraneità organica e non un semplice aiuto esterno. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi, rendendo definitive le condanne e obbligando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Associazione di tipo mafioso: incastrato dalle sue stesse parole
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione di tipo mafioso. L'uomo era accusato di operare come "consigliere" del genero, capo di un clan locale. I giudici hanno ritenuto pienamente provata la sua appartenenza al sodalizio criminale grazie a intercettazioni ambientali. In questi dialoghi, l'indagato rivendicava esplicitamente il proprio ruolo criminale, utilizzava metodi intimidatori per risolvere questioni economiche e dimostrava una profonda conoscenza delle dinamiche interne e dei rapporti con altre cosche egemoni. La Cassazione ha confermato l'esistenza di un concreto e attuale pericolo di recidiva, respingendo le censure difensive e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Associazione di tipo mafioso: il libro paga supera il silenzio
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione di tipo mafioso. L'indagato, ritenuto inserito organicamente in un noto clan, gestiva piazze di spaccio e riscuoteva uno stipendio mensile dall'organizzazione. La difesa contestava l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che l'appartenenza al sodalizio è provata da indizi gravi e convergenti, come la disponibilità di armi e alloggi del clan e l'inserimento nel libro paga. La Cassazione ha chiarito che il decorso del tempo non cancella il pericolo di reiterazione se il clan è ancora operativo sul territorio.
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Casa usata come deposito droga: è associazione per delinquere?
Un individuo è stato messo in custodia cautelare in carcere per presunta partecipazione a un'associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. L'accusa si basava sul fatto che avesse messo a disposizione la sua abitazione come deposito per la droga. L'indagato ha contestato la decisione, sostenendo che fornire un supporto logistico non provasse la sua piena appartenenza al gruppo criminale. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio importante: offrire una base logistica stabile, come un'abitazione per occultare la merce, dimostra una partecipazione consapevole e strutturale all'associazione, non un aiuto occasionale. La misura cautelare è stata quindi confermata.
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Scambio elettorale-mafioso: reato anche senza minacce esplicite
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'intermediaria accusata di aver facilitato un accordo di scambio elettorale politico-mafioso tra un candidato e un esponente di un clan. La difesa sosteneva che, senza la prova di minacce esplicite per raccogliere i voti, il reato non sussistesse. La Corte ha respinto questa tesi, stabilendo un principio fondamentale: per il reato di scambio elettorale politico-mafioso è sufficiente l'accordo con un soggetto appartenente alla mafia. La capacità di intimidazione è implicita nel patto stesso e non necessita di essere provata separatamente. Di conseguenza, la misura della custodia cautelare in carcere per l'intermediaria è stata confermata.
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Aggravante del metodo mafioso: condanna per estorsione tra clan
La Corte di Cassazione conferma le condanne per tentata estorsione e favoreggiamento, entrambe aggravate dal fine di agevolare un'associazione mafiosa. Due imprenditori, per recuperare un credito, si erano rivolti a esponenti di un clan per esercitare pressione su un debitore, a sua volta affiliato a una cosca alleata. La Corte ha ritenuto sussistente l'aggravante del metodo mafioso, basata sulla coazione psicologica derivante dalla fama criminale del clan, e ha confermato la condanna per favoreggiamento a carico del debitore, che aveva reso false dichiarazioni per non danneggiare l'alleanza tra le organizzazioni. La sentenza chiarisce che la 'tutela mafiosa' integra pienamente il reato, consolidando le responsabilità penali di tutti gli imputati.
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Partecipazione ad associazione per delinquere: condanna senza reati
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per partecipazione ad associazione per delinquere di un soggetto, anche se non aveva mai commesso i reati specifici di spaccio. Secondo i giudici, per essere considerati membri di un'organizzazione criminale non è necessario compiere i 'reati fine'. È sufficiente dimostrare un inserimento stabile nel gruppo, provato in questo caso da intercettazioni che indicavano l'imputato come persona di fiducia, incaricata di riscuotere crediti e di trasportare denaro all'estero. La breve durata delle intercettazioni (20 giorni) non è stata ritenuta un elemento sufficiente a escludere la sua colpevolezza, poiché ciò che conta è la consapevolezza di agire per gli scopi del gruppo.
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Associazione di stampo mafioso: l’intervento ‘amichevole’ vale come minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un individuo accusato di essere il referente locale di un'associazione di stampo mafioso. Secondo i giudici, il suo intervento per ridurre la provvigione di un'agenzia immobiliare, pur senza minacce esplicite, costituiva un atto di intimidazione basato sulla sua fama criminale. Anche la reazione punitiva del clan a seguito di un furto nel bar del figlio dell'indagato è stata considerata una prova del suo ruolo attivo. La Corte ha stabilito che la forza intimidatrice del vincolo associativo e la capacità di esercitare controllo sul territorio sono elementi sufficienti per dimostrare la partecipazione all'associazione di stampo mafioso, respingendo così il ricorso dell'indagato.
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Contrabbando: da semplice mediatore a membro di un’associazione
Un uomo è stato condannato per il suo ruolo stabile in un'associazione criminale dedita al contrabbando internazionale di sigarette. L'imputato si è difeso sostenendo di aver agito solo come mediatore per specifici affari, un ruolo non sufficiente a provare la sua partecipazione ad associazione per delinquere. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, stabilendo un principio chiaro: la partecipazione a incontri organizzativi, i contatti costanti e il ruolo attivo nel garantire la continuità delle forniture dimostrano un inserimento stabile e consapevole nel gruppo. Questo va oltre il semplice aiuto occasionale e integra il reato di associazione. La condanna è stata quindi confermata.
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Clan mafioso: la vicinanza familiare non esclude la partecipazione
La Corte di Cassazione conferma la custodia in carcere per due persone accusate di partecipazione ad associazione mafiosa, una con ruolo di vertice e l'altra come suo uomo di fiducia. Gli indagati sostenevano che le prove fossero deboli o riferite a fatti passati. La Corte ha invece stabilito un principio chiave: la partecipazione ad associazione mafiosa non richiede un rito di affiliazione formale. Può essere provata da un insieme di comportamenti che dimostrano uno stabile inserimento nella struttura del clan e la messa a disposizione per i suoi scopi. La semplice vicinanza o il legame familiare non sono sufficienti, ma diventano rilevanti se accompagnati da un ruolo attivo e funzionale agli interessi del gruppo criminale.
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Partecipazione mafiosa: l’immobiliarista del clan perde il ricorso
Un soggetto, accusato di partecipazione ad associazione mafiosa per il suo ruolo di intermediario in compravendite immobiliari gestite da un clan, ha presentato ricorso in Cassazione. Sosteneva di essere un mero concorrente esterno e non un membro a pieno titolo. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, confermando la misura della custodia in carcere. Secondo i giudici, i numerosi elementi raccolti (incontri riservati col boss, linguaggio criptico, gestione di affari per conto del clan) costituiscono gravi indizi di un'appartenenza stabile e organica, rendendo legittima la detenzione preventiva. La distinzione tra partecipazione e concorso esterno non è stata ritenuta decisiva in questa fase cautelare.
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Pizzeria base del clan: condanna per associazione a delinquere
Un gestore di una pizzeria, accusato di partecipazione ad associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, contesta la misura cautelare sostenendo il suo coinvolgimento marginale. La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio importante: la stabile disponibilità a cooperare con il gruppo criminale è sufficiente per configurare il reato. Mettere a disposizione il proprio locale per riunioni e agire da intermediario, anche se con un ruolo in 'progressiva crescita', dimostra l'inserimento nel sodalizio. La Corte ha quindi confermato la gravità degli indizi, ritenendo irrilevante che l'imputato non avesse un ruolo di vertice.
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Scambio elettorale politico-mafioso: il passato non basta
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari a carico di un sindacalista accusato di associazione per delinquere e scambio elettorale politico-mafioso. L'indagato era sospettato di aver procurato pacchetti di voti per alcuni candidati alle elezioni regionali in cambio di favori in ambito sanitario e amministrativo. I giudici di merito avevano dedotto l'appartenenza mafiosa dell'uomo basandosi esclusivamente su una vecchia condanna. La Suprema Corte ha chiarito che, per configurare il reato, non basta un precedente penale: serve la prova di un'appartenenza attuale e di un contributo attivo al clan nel periodo contestato. Inoltre, le intercettazioni dimostravano solo condotte illecite mirate al tornaconto personale, senza provare l'esistenza di una struttura associativa stabile finalizzata ad agevolare la criminalità organizzata.
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Associazione mafiosa: quando il carcere è inevitabile
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. Nonostante la difesa sostenesse che i contatti con gli affiliati fossero di natura puramente familiare, le intercettazioni hanno dimostrato una chiara messa a disposizione del soggetto per la gestione di attività illecite, tra cui il traffico di stupefacenti e le scommesse clandestine. La decisione ribadisce che per il reato di associazione mafiosa vige una presunzione di adeguatezza della custodia carceraria, necessaria per interrompere i legami con il clan e prevenire la reiterazione del reato.
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Associazione mafiosa: basta la messa a disposizione
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva revocato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa. Il Tribunale aveva erroneamente ritenuto che, per confermare la partecipazione al clan, fosse necessario provare interventi operativi recenti e specifici. La Suprema Corte ha invece chiarito che, ai fini della configurazione del reato di associazione mafiosa, è sufficiente dimostrare la perdurante intraneità del soggetto e la sua costante messa a disposizione del sodalizio, elementi confermati dall'autorevolezza criminale riconosciuta all'indagato dai suoi sodali, nonostante la sua condizione di detenzione domiciliare.
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Associazione mafiosa e misure cautelari: la sentenza
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un indagato sottoposto a custodia cautelare per il reato di associazione mafiosa operante in un quartiere periferico. Sebbene la Corte abbia confermato la sussistenza del sodalizio criminale e l'inserimento del ricorrente nello stesso, ha rilevato un vizio critico nella motivazione riguardante le esigenze cautelari. Il Tribunale del Riesame ha infatti giustificato il pericolo di reiterazione del reato attribuendo erroneamente al ricorrente i precedenti penali e le condotte specifiche di un altro coindagato. Per tale ragione, il provvedimento è stato annullato limitatamente alla valutazione della pericolosità sociale, con rinvio per un nuovo esame che tenga conto del reale profilo dell'indagato.
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Associazione mafiosa: sentenze non definitive e prove
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di associazione mafiosa. La difesa contestava l'utilizzo di sentenze non definitive e l'attendibilità dei collaboratori di giustizia, lamentando un vuoto probatorio sull'operatività della cosca. La Suprema Corte ha stabilito che le sentenze non irrevocabili possono essere legittimamente utilizzate in sede cautelare se sottoposte a valutazione autonoma. Inoltre, i contatti assidui con esponenti di altre cosche e il ruolo di mediazione negli affari del clan costituiscono riscontri individualizzanti idonei a confermare la partecipazione all'associazione mafiosa.
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