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Ingiusto Profitto

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144 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Reato di rapina: rubare il telefono per evitare la denuncia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti responsabili di violenza privata, lesioni e rapina aggravata. Il primo ha inseguito e bloccato l'auto della vittima, sottraendole chiavi e cellulare per impedirle di chiamare i soccorsi. Il secondo ha assistito bloccando le vie di fuga, configurando un pieno concorso. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di rapina si configura anche quando il profitto non è economico, ma consiste nell'impedire alla vittima di chiedere aiuto. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Reato di estorsione allo stadio: condanna corretta ma prescritta
Durante una partita di calcio, il capo di un gruppo di tifosi organizzati ha costretto con violenza alcuni spettatori a consegnare delle magliette non ufficiali, poi distrutte, per garantire al proprio gruppo il monopolio delle vendite. Il Tribunale aveva qualificato il fatto come violenza privata. La Corte d'Appello ha invece ravvisato il reato di estorsione. La Cassazione ha confermato che la costrizione a consegnare i beni configura il reato di estorsione consumato, poiché l'ingiusto profitto consiste anche nel solo vantaggio di escludere la concorrenza, con immediato danno per le vittime. Tuttavia, accertato il decorso del tempo dal giorno del fatto, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato.
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Finta droga e violenza: quando il recupero è tentata estorsione
L'Imputato ha aggredito la vittima per recuperare la somma di denaro pagata per l'acquisto di sostanze stupefacenti, rivelatesi poi false. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata estorsione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'uomo. La difesa sosteneva l'assenza di un ingiusto profitto, poiché l'azione violenta mirava solo a recuperare il proprio denaro. I giudici hanno invece chiarito che l'uso della violenza per recuperare somme legate a transazioni illecite configura pienamente l'ingiusto profitto e la tentata estorsione, in quanto il credito vantato deriva da un'attività illegale e non è tutelabile dalla legge. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale o semplice debito? La Cassazione decide
Due coniugi hanno acquistato un terreno firmando un contratto preliminare, scoprendo solo successivamente la presenza di ipoteche e la mancanza del permesso di costruire. Ritenendosi ingannati, hanno denunciato i venditori per truffa contrattuale. Tuttavia, nel contratto i venditori si erano espressamente impegnati a liberare il terreno dai vincoli e a ottenere i permessi prima del rogito definitivo. Inoltre, le somme versate dai coniugi sono state regolarmente registrate nei bilanci societari e non intascate dai singoli soci. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione dei venditori, dichiarando inammissibile il ricorso dei coniugi. Non si configura la truffa contrattuale se l'impegno a sanare la situazione è contrattualmente previsto e manca l'ingiusto profitto.
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Tentata estorsione: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due soggetti condannati per concorso in tentata estorsione, violazione di domicilio e lesioni personali. La difesa contestava la sussistenza dell'ingiusto profitto, chiedendo di declassare il reato in minaccia semplice. I giudici di legittimità hanno respinto la richiesta, chiarendo che il ricorso mirava esclusivamente a una inammissibile rivalutazione delle prove, già ampiamente analizzate nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Estorsione ambientale: quando il silenzio del clan diventa minaccia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di associazione mafiosa ed estorsione. La difesa sosteneva l'assenza di minacce esplicite e l'esistenza di un debito della vittima. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che si configura il reato di estorsione ambientale anche senza violenza fisica o verbale diretta. La sola appartenenza del richiedente a un clan mafioso e la sua forza intimidatrice bastano a costringere la vittima al pagamento di somme non dovute. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Rapina aggravata: la vendetta d’amore costa la condanna
Due uomini aggrediscono brutalmente la vittima per una ritorsione sentimentale. Durante il pestaggio, la vittima tenta di fuggire con la propria auto, ma gli aggressori glielo impediscono: uno lo trattiene con violenza e l'altro si impossessa del veicolo, fuggendo. Gli imputati sostengono che si sia trattato di una semplice vendetta personale e non di una rapina aggravata, mancando il fine di lucro. La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi, confermando la condanna per rapina aggravata. I giudici chiariscono che l'ingiusto profitto, elemento costitutivo del reato, non deve essere necessariamente economico, ma può consistere anche in un vantaggio morale o in una soddisfazione personale, come la vendetta. Inoltre, per il concorso di persone non serve un accordo preventivo, bastando un'intesa spontanea durante l'azione.
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Strappare il cellulare per non farsi fotografare è reato di rapina
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di rapina a carico dell'Imputato, che aveva strappato con violenza il cellulare alla Persona Offesa. La difesa sosteneva che l'azione, consistita in uno schiaffo per impedire alla vittima di scattare una foto, dovesse qualificarsi come violenza privata. Secondo i difensori, mancava l'ingiusto profitto economico. I giudici hanno invece chiarito che nel reato di rapina il profitto può consistere anche in un vantaggio di natura morale o sentimentale, come impedire la propria identificazione. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto legittima l'applicazione della recidiva, escludendo violazioni procedurali dopo l'annullamento della prima sentenza. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Frode informatica: da videogioco a slot machine abusiva
Il Gestore di un locale ha modificato un comune videogioco trasformandolo in una slot machine abusiva per il gioco d'azzardo. La Corte d'Appello lo ha assolto per particolare tenuità del fatto dal reato di tentata frode informatica. Il Gestore ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'insussistenza del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'alterazione del dispositivo, finalizzata a eludere il pagamento delle imposte sul gioco d'azzardo, configura pienamente il reato di frode informatica. L'elusione fiscale rappresenta infatti l'ingiusto profitto richiesto dalla legge. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di rapina: strappare la borsa all’ex per amore è reato
L'Imputato ha sottratto con violenza la borsa alla sua ex fidanzata. Il suo scopo non era rubare il denaro, ma costringerla a riallacciare la loro relazione sentimentale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di rapina. I giudici hanno stabilito che l'ingiusto profitto, elemento costitutivo del reato, non deve essere necessariamente economico. Esso può consistere anche in un vantaggio di natura morale o sentimentale, come il tentativo forzato di riprendere una convivenza interrotta. Di conseguenza, il ricorso dell'uomo è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Traffico illecito di rifiuti: condannato anche chi non guadagna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Legale Rappresentante di un'azienda di gestione rifiuti contro le misure cautelari applicate per il reato di traffico illecito di rifiuti. L'indagato riceveva sistematicamente rifiuti speciali da un'altra ditta senza registrarli correttamente o alterandone il peso tramite un sistema informatico parallelo, aggirando così i limiti autorizzativi annuali. La Suprema Corte ha chiarito che il reato ha natura abituale e che l'ingiusto profitto non richiede un guadagno economico diretto, potendo consistere anche nel semplice risparmio di costi aziendali o nel rafforzamento sul mercato. Inoltre, nei reati concorsuali, la responsabilità sussiste anche se il profitto è andato solo ai complici, purché vi sia consapevolezza del disegno criminoso. Di conseguenza, le misure cautelari di divieto di dimora e di esercizio dell'attività sono state confermate.
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Momento consumativo della truffa: conto ignoto o profitto reale?
L'Autore del reato è stato condannato per truffa aggravata ai danni di alcuni risparmiatori. Egli aveva trasferito somme di denaro delle vittime su conti correnti a loro intestati ma di cui non conoscevano l'esistenza, per poi spostarle definitivamente sul proprio conto personale. L'Autore del reato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il reato fosse prescritto, individuando il momento consumativo della truffa nel primo trasferimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il momento consumativo della truffa si realizza solo quando l'autore ottiene l'effettivo e ingiusto profitto con il definitivo pregiudizio della vittima, ossia con il passaggio del denaro sul conto personale del colpevole, escludendo così la prescrizione del reato.
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Truffa online: decide il luogo del pagamento, non della carta
La Corte di Cassazione ha risolto un conflitto di competenza relativo a una truffa online commessa tramite ricarica di una carta prepagata. Il Tribunale di Busto Arsizio e il Tribunale di Pordenone dissentivano su quale fosse il giudice competente. La Suprema Corte ha stabilito che il reato di truffa si consuma nel momento e nel luogo in cui la vittima effettua il versamento del denaro sulla carta ricaricabile. Questa operazione determina la perdita immediata della somma per la vittima e l'acquisizione della disponibilità economica per l'autore del reato. Poiché il pagamento è avvenuto nel territorio di Busto Arsizio, la Cassazione ha dichiarato la competenza del Tribunale di Busto Arsizio, disponendo la trasmissione degli atti per la prosecuzione del processo.
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Tentata estorsione per 1000€: minaccia e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione a carico di un uomo. L'imputato, con condotta violenta e gravi minacce, aveva costretto la vittima a promettergli la consegna di 1.000 euro non dovuti. Secondo i giudici, anche se la somma non è stata materialmente consegnata, la coercizione esercitata per ottenere la promessa è sufficiente per configurare il reato. La Corte ha inoltre respinto la richiesta di attenuanti generiche a causa della violenza della condotta e dei precedenti penali dell'imputato, dichiarando il suo ricorso inammissibile e rendendo la condanna definitiva.
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Tentata Estorsione per 200€: Condanna Confermata in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione a carico di un individuo. Il fatto scatenante è stato il ritrovamento del cellulare della vittima in suo possesso e l'ottenimento di un ingiusto profitto di 200 euro. L'imputato aveva chiesto di derubricare il reato a semplice minaccia, ma i giudici hanno respinto la richiesta. La Corte ha stabilito che la presenza di un profitto ingiusto, anche se di modesta entità, è l'elemento decisivo che qualifica il reato come estorsione e non come una fattispecie meno grave. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva.
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Ingiusto profitto nella rapina: condanna anche tra conviventi
Un uomo viene condannato per rapina e lesioni per aver sottratto con la forza un cellulare. L'imputato si difende sostenendo che una presunta convivenza con la vittima escluderebbe l'elemento del reato. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, stabilendo un principio fondamentale sull'ingiusto profitto nella rapina: non deve essere necessariamente economico. Anche un vantaggio puramente soggettivo o psicologico, percepito dall'aggressore, è sufficiente per configurare il reato. La relazione personale tra le parti è irrilevante. La condanna diventa quindi definitiva.
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Truffa con assegno a vuoto: non solo debito, ma reato penale
La Corte di Cassazione conferma una condanna per truffa con assegno a vuoto. Un soggetto aveva pagato un debito di 4.200 euro consegnando un assegno non solo privo di fondi, ma anche non collegato ad alcun conto bancario. Secondo i giudici, questo comportamento integra pienamente gli 'artifizi e raggiri' necessari per il reato di truffa, poiché l'atto è volto a ingannare la vittima per ottenere un ingiusto profitto. L'appello dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e obbligandolo a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Rapina per uno sfregio: condannato anche senza guadagno economico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina nei confronti di un uomo che aveva strappato di mano il cellulare a una persona per poi gettarlo a terra. La difesa sosteneva si trattasse di semplice danneggiamento, mancando un guadagno economico. La Corte ha invece stabilito un principio fondamentale: il **profitto non patrimoniale nella rapina** è sufficiente per configurare il reato. Anche un vantaggio morale o sentimentale, come la soddisfazione di compiere uno 'sfregio' alla vittima, integra il requisito del profitto ingiusto richiesto dalla legge. L'imputato ha quindi perso il ricorso.
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Minaccia l’ex: è estorsione consumata anche con la trappola
Una donna chiede denaro a un uomo con cui ha avuto una relazione, minacciando di rivelare tutto alla sua famiglia. La vittima avvisa la polizia, che organizza una consegna controllata. La donna viene arrestata subito dopo aver ricevuto i soldi. La Corte di Cassazione ha stabilito che si tratta di estorsione consumata e non solo tentata. Il principio chiave è che il reato si perfeziona nel momento esatto in cui la vittima consegna il denaro, anche se la polizia interviene un attimo dopo e recupera la somma. L'operazione 'trappola' non cambia la natura del reato, che resta pienamente realizzato.
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Truffa contrattuale: assegni a vuoto e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa contrattuale nei confronti di un acquirente che, dopo aver pagato un acconto per un gommone, ha saldato il resto con due assegni scoperti. L'acquirente aveva rassicurato il venditore sulla validità dei titoli, pur sapendo di non poterli emettere. Secondo i giudici, questo comportamento va oltre il semplice inadempimento civile e integra gli 'artifizi e raggiri' tipici del reato di truffa. L'inganno, avvenuto durante l'esecuzione del contratto, ha permesso all'acquirente di ottenere un ingiusto profitto (il bene a un prezzo inferiore) causando un danno al venditore. L'acquirente ha perso la causa e la sua condanna è diventata definitiva.
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